Asor rosa e il mito vuoto

di David Sorani

 

Le accese polemiche suscitate dall’ultimo libro di Alberto Asor Rosa (La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana, Einaudi, Torino 2002) non sono un semplice polverone intellettuale. La posizione che le ha scatenate e che ha dato il la a un serrato dibattito nella sinistra e negli ambienti ebraici è di una portata totale; appare fondata su convinzioni tanto radicate quanto inconfessabili; vuole abbattere dei tabù ritenuti ingiustificati. Vale la pena di soffermarsi ancora sull’argomento.

 

"L’ebraismo nella sua essenza è puro Oriente", dice Asor Rosa. Ha sempre rappresentato, nella storia e nel cuore stesso del mondo occidentale, una cultura alternativa all’impero dei dominatori, all’Occidente conquistatore. Ma dopo la Shoah, con la nascita dello Stato di Israele, Israele stesso – nel senso della realtà politica ma anche di quella culturale e religiosa – è divenuto un attivo e militarizzato supporto della forza vincente, perdendo la sua capacità di profonda riflessione alternativa: "La colpa dell’Occidente verso l’ebraismo è stata risarcita, assumendosi il carico di una colpa altrettanto grave verso l’Islam…L’aspetto catastrofico di questa vicenda è che l’ebraismo, per diventare Israele, ha accettato anch’esso e fatta propria, per la prima volta nella sua storia in quanto ebraismo, la grande eredità dell’Occidente…Da un popolo di religiosi e di pensatori è nato un popolo di zeloti. È nato uno Stato, e si è dissolto un popolo. Si è sviluppato un esercito meraviglioso, una forza invincibile, e si sono dissipati come nebbia al sole una tradizione e un pensiero. Gli ebrei hanno avuto una patria e hanno perso una religione."

Ipotesi suggestiva, espressa in un linguaggio suadente e definitivo, profetico come il tono di tutto il libro. Peccato che manchi di un autentico fondamento. È una costruzione arbitraria, completamente fuori dalla storia. Il profeta Asor Rosa elabora un mito, utilizzando categorie preconfezionate; ogni mediazione, ogni evoluzione – l’essenza stessa dello sviluppo storico – è del tutto assente. Ebraismo come Oriente? Pare un’equazione un po’affrettata e superficiale; essa non può essere stata prodotta da un autentico conoscitore della tradizione e della storia ebraica. Chi conosce la storia ebraica e la storia dell’Occidente sa che la vicenda europea è da più di due millenni intrisa della presenza ebraica e che molteplici sono state le influenze reciproche. L’Occidente non sarebbe quello che è senza l’apporto dell’ebraismo, e non solo dal punto di vista religioso per l’origine del cristianesimo, ma anche sotto l’aspetto etico e culturale; non solo per un contributo "in negativo" di radicale diversità (quella reale alterità ebraica rispetto al mondo cristiano che è l’unica caratteristica colta da Asor Rosa e da lui chiamata appunto, un po’ genericamente, "Oriente"), ma forse soprattutto per gli influssi "in positivo" nutriti di effettiva penetrazione ebraica nel tessuto occidentale. Anche l’ebraismo non sarebbe se stesso senza la trasformazione indottavi dal mondo occidentale durante una lenta, progressiva e in parte contraddittoria evoluzione storica. Insomma, ragionando in termini storici e non mitologici, credo si possa rovesciare l’affermazione di Asor Rosa: l’ebraismo, nella sua essenza, è intrinsecamente connesso all’Occidente. A riprova di ciò, non è un’acquisizione consolidata l’idea che l’Occidente sia il figlio ambiguo ma ricco e della tradizione classica e della tradizione biblica?

L’errore di Asor Rosa nasce dal considerare ebraismo solo la Bibbia in sé, mentre esso è da un lato l’interpretazione tardo-antica, medioevale e moderna (dalla Mishnah in avanti) che in Occidente come nel Vicino Oriente si è data alla Torah e ai successivi libri biblici; dall’altro la situazione e la vicenda degli ebrei nelle loro molteplici diaspore: l’ebraismo è dunque radicato anche nel cuore dell’Europa, permeato di temi e problemi spirituali ma ancor più pragmatici diversi (ma non del tutto) da quelli del mondo cristiano, non per questo meno occidentali. Prodotta dall’assenza ricercata di qualsiasi prospettiva storica, questa esclusione dell’ebraismo dall’Occidente riproduce all’inverso l’antico pregiudizio antigiudaico. Qui viene intesa apertamente come un valore: l’estraneità al dominio imperiale della tradizione europea, ma di fatto essa continua a sospingere gli ebrei nel loro ruolo tipico ed evidentemente già assegnato di paria, sempre estranei, mai coinvolti nelle società con cui sono in contatto.

Sulla base di una prospettiva così falsata, Asor Rosa può rapidamente e antistoricamente giungere alle conclusioni per gli ultimi cinquant’anni. Non gli servono accurate analisi. Il rovesciamento di prospettive è immediato e totale, lineare come un teorema: da salvezza-paria dell’umanità (salvezza perché paria) a strumento del male il passo è più breve di quanto sembri, perché non c’è un percorso storico da verificare, basta ribaltare il mito precedente. E così ecco Israele trasformato semplicisticamente in una creatura dell’impero occidentale paracadutata in Medio Oriente. Un abuso nato dal nulla. Non c’è il sionismo, nelle sue diversissime componenti, nel suo ruolo fondante e trainante. Non c’è il complesso e autonomo processo interno di forte matrice socialista che ha portato alla formazione dello Stato. Le guerre dei paesi arabi volte all’annientamento della presenza ebraica in Palestina diventano sacrosante lotte di liberazione nazionale. E via mentendo. Nella creatura maligna Asor Rosa vede naturalmente solo repressione. L’Israele di oggi non ha storia, cultura, scienza, civiltà. Possibile, tanto per fare un esempio non strettamente politico, che a lui raffinato critico letterario sfugga del tutto il significato culturale e civile di una letteratura alta, impegnata come quella israeliana attuale, specchio progressista e non certo di regime di una società assai variegata, difficile, problematica, immagine di una democrazia vivente con tutte le sue contraddizioni? Possibile che ai mille errori e alle mille ingiustizie di una democrazia occidentale assediata (errori e ingiustizie presenti in ogni democrazia, peraltro) preferisca davvero l’occlusione e l’asfissia delle orientali autocrazie islamiche?

Dietro la semplificazione mitizzante di Asor Rosa si cela il tarlo dell’antisemitismo? Cosa racchiude la sua falsa accusa di perdita di identità? Forse il suo non è consapevole antisemitismo. Qua e là pare comunque affacciarsi un cosciente razzismo. Molti – e tra questi Rossana Rossanda – hanno minimizzato l’impiego della parola "razza", vedendovi un sinonimo infelice di popolo. A me pare che quel termine sia fortemente cercato e tenda a isolare, a catalogare la realtà in base a pregiudizi non tanto biologici quanto antropologici, etnici, culturali: non si parla di razzismo come di una patologia sociale, ma di "antagonismo razziale puro" come di una tendenza naturale, della quale l’antisemitismo sarebbe una variante più insidiosa e penetrante. Consapevolmente o meno (ma perché un intellettuale come Asor Rosa non dovrebbe essere consapevole?), le categorie e le terminologie prese a prestito sono quelle dello scientismo razzista e del razzismo "spirituale": e questo avrà pure un significato.

A fronteggiare l’ebraismo, in definitiva, resta un mito, che Asor Rosa scaglia contro un intero gruppo o popolo: un mito vuoto, come tutte le mitologie escludenti (di cosa sono davvero colpevoli gli ebrei in quanto tali?), che riguarda la condizione ebraica quindi tutti gli ebrei, tutti uguali, tutti coinvolti e tutti responsabili in quanto ebrei in questa situazione di rovesciamento, di appoggio armato all’Occidente imperiale e dominatore. Non si sente vagamente emanare, qui, un’eco di stereotipo antisemita?

È dietro questo mito che si nasconde, a mio giudizio, il non dicibile, l’inconfessabile, il tabù cui accennavo nelle prime righe. È quello che Asor Rosa chiama, parlando della diffusione dell’antisemitismo, "un grumo di inammissibilità, che nessuno, neanche gli stessi soggetti ebraici, poteva programmaticamente e intenzionalmente disciogliere". È come se per lui questo grumo di inammissibilità fosse ancora operante, fosse una categoria perenne e inestinguibile della condizione ebraica. Un grumo, forse, che a suo parere l’ebraismo si è procurato e perpetrato da sé, e che sembra suonare come una condanna inevitabile, una sanzione della permanente esclusione dell’ebreo. Insomma, tra le righe pare di cogliere l’accettazione fatalistica di un’esclusione. O si tratta proprio di una consapevole condivisione?

Altro complesso problema, che qui non è però il caso di affrontare nei suoi molteplici e datati aspetti, è quello del rapporto tra sinistra ed ebrei, che le posizioni di un intellettuale "organico" come Asor Rosa non possono non sollevare. Miriam Mafai, commentando acutamente su "Repubblica" le polemiche intorno al libro, nota che si tratta di un tasto molto delicato e importante per la sinistra, al di là dello scarso peso elettorale degli ebrei italiani: è in gioco una questione fatta di identità, di storia, di legami profondi, che si profila avendo come sfondo l’intricata vicenda mediorientale e come scenario possibile un ebraismo italiano proiettato a destra sull’onda della politica di revisione storica perseguita da Fini e da AN. Certo, è una questione centrale e spinosa per noi ebrei di sinistra, in bilico - nei rapporti con i partiti progressisti - tra la solidarietà contro il berlusconismo imperante e le posizioni spesso divergenti sul conflitto israelo-palestinese. Ma forse il nodo più urgente e difficile, in questo senso, è quello che si trova a dover sciogliere la sinistra politica nei confronti dell’ambiente ebraico. Un nodo che le detestabili posizioni di Asor Rosa rendono quasi inestricabile.

David Sorani