Sinistra

Dalla periferia dell’Impero

L’APOLOGIA E LA CRITICA

di Bruna Laudi

 

Scrivo queste righe sull’onda di emozioni forti che si susseguono sempre più assillanti: le scrivo perché a volte ho l’impressione che vivendo alla periferia dell’impero (Pinerolo) mi sfugga qualcosa dei cambiamenti che avvengono e che la mancanza di discussione con chi vive esperienze analoghe, a parte ovviamente i membri della mia famiglia, mi privi di qualcosa, di qualche elemento che mi aiuterebbe a capire, a trovare delle risposte.

La mia età (sono nata nel 1950) mi ha fatto vivere l’essere ebrea in un’ottica particolare rispetto al mondo esterno: da bambina era ancora vivo il ricordo delle persecuzioni e, se da un lato la nonna, memore forse del recente terrore, mi proibiva di dire che ero ebrea, d’altra parte la scuola mi accoglieva con un calore speciale, mi sentivo una persona un po’ speciale e non mi ponevo certo il problema di accertare le ragioni di quella particolare attenzione di cui ero oggetto.

Passati gli anni, entrata nell’età adulta, sono stata presa nel vortice della riscoperta dell’ebraismo, della letteratura ebraica, e della Shoah: inviti nelle scuole, nelle università della terza età, articoli di giornale, spettacoli televisivi, libri, concerti... una cascata di amore e di interesse.

Parallelamente Israele, il Medio Oriente, l’antisionismo, la sempre più difficile coabitazione con la sinistra: la condivisione di tanti ideali con i compagni del sindacato, ma quando si parla di Israele...

Dentro di me so che l’amore per Israele non confligge con i miei principi fondamentali sul rispetto per la vita, sui diritti umani, sui diritti dei popoli e so che in Israele potrei identificarmi in movimenti di persone che hanno il mio stesso sentire.

Ma a questo livello la comunicazione diventa più difficile, qualcosa serpeggia...non riesco a esprimere chiaramente i miei sentimenti, né con i sionisti né con gli antisionisti.

Poi comincia a succedere qualcosa che impercettibilmente rompe l’incanto: qualche intellettuale autorevole comincia a segnalare i rischi di over – dose di ebraismo e noi ci indigniamo, qualche politico paventa la rinascita dell’antisemitismo causata dalla politica dissennata di Sharon (mi è capitato pochi mesi fa) ed io mi indigno e scrivo sull’e.mail del parlamento senza naturalmente ricevere risposta, parallelamente vengono fuori le notizie dei risarcimenti alle vittime della shoah, si parla di conti svizzeri, dell’oro degli ebrei ed io sento un certo malessere per l’associazione ebrei – denaro che ha sicuramente in sé dei rischi di interpretazioni maligne che vanno al di là della giustizia del risarcimento.

Cadono dei tabù verbali e noi ci indigniamo.

Adesso arrivo ai motivi che mi hanno spinto a scrivere questo intervento: due settimane fa sono andata a sentire la presentazione del libro di Finkelstein "L’industria dell’olocausto" nell’ambito di un’iniziativa dal titolo "I libri scomodi" che vede accomunato questo libro ad un altro sulla dissacrazione del mito di Padre Pio.

Uno dei due presentatori del libro si è sempre interessato alle tematiche dell’ebraismo, è cultore di musica yiddish, ha tenuto corsi di aggiornamento sulla shoah e sulla questione mediorientale e quindi si sente al di sopra di ogni sospetto e tale è ritenuto da quanti lo conoscono anche meglio di me. Eppure durante il suo intervento ho sentito un disagio, un fastidio talmente forti da essere fisici e l’emotività è stata così devastante da impedirmi di capire quali delle sue parole mi abbiano fatto stare così male: lui ha dichiarato il fastidio che procurava il libro, ma io non ho capito la necessità di presentarlo, non ho capito perché era necessario sottolineare come le perfide banche svizzere sembrassero quasi delle vittime alla luce di ciò che veniva raccontato nel libro, non ho capito perché sottolineare come l’accanimento delle organizzazioni ebraiche potrebbe addirittura alimentare il revisionismo (se tanti sono i sopravvissuti che hanno diritto al risarcimento allora le stime sul numero degli scomparsi sono discutibili...) ed altre facezie di questo tipo raccontate col sottinteso "...queste cose non le dico io, le dice Finkelstein che per di più è ebreo!".

Il discorso è poi proseguito sul significato della memoria, sull’eccesso di pubblicistica sulla Shoah, sulla perdita di senso ecc...

Allora sono intervenuta, con emotività disordinata, con impulsività incontrollata e naturalmente non sono riuscita a spiegarmi, intorno a me c’era imbarazzo, compassione ma non comprensione.

Passano pochi giorni e leggo sul giornale della polemica scoppiata tra Asor Rosa e una ragazza della Comunità ebraica di Milano durante la presentazione del suo libro e rivivo la mia indignazione (la ragazza) e l’incredulità di chi è assolutamente convinto della propria buona fede (Asor Rosa): poi c’è l’imbarazzo del giornalista che riferisce l’episodio, la solidarietà composta di D’Alema ad Asor Rosa...

A questo punto mi chiedo: cosa stiamo facendo? Non rischiamo l’isolamento? Qual è il nostro imperativo? Denunciare i nostri sospetti, lanciare l’allarme quando ci sembra che il tabù stia per essere spezzato, rischiando così di risultare petulanti e arroganti nella nostra pretesa di essere al di sopra delle critiche, oppure mantenere il basso profilo sperando che, dopo l’ondata di amore acritico si spenga anche l’ondata ipercritica, nella speranza di raggiungere un’inattesa normalità che ci consenta finalmente di poter condividere convinzioni ed ideali senza distinguo?

Ed infine tutto questo non rischia di farci credere di essere l’ombelico del mondo, totalmente immersi nell’ascolto del nostro sentire, dimenticando così il mondo al di fuori di noi e le sue sofferenze, perché le nostre sono le eredi dirette del nostro martirio passato e quindi assemblate nella sua unicità?

Pinerolo, 27 gennaio 2003

Bruna Laudi