Con Kant o senza Kant

Alberto Cavaglion ritorna sulle tematiche del suo libro "Ebrei senza saperlo" da noi recensito nel numero scorso. Gli rispondono il nostro direttore David Sorani, Anna Segre e Giulio Tedeschi.

KANT SUL TAVOLO

di Alberto Cavaglion

 

Caro Direttore,

desidero ringraziarti per lo spazio che hai voluto riservare, nell’ultimo numero, ad un’attenta analisi del mio libro "Ebrei senza saperlo". Ti ringrazio soprattutto per la lealtà con cui hai espresso il tuo giudizio, severo ma schietto, ciò che considero un segno di amicizia.

Consentimi di replicare su un punto, perché tocca una questione più generale che va al di là del libro. Tu scrivi che Enzo Sereni ed Emanuele Artom non andrebbero ascritti fra i "modernizzanti": per il primo è probabile che tu abbia ragione, anche se ti ricordo che Sereni discusse la sua tesi con il maggiore esponente del modernismo, Ernesto Buonaiuti: particolare che non può non avere lasciato un segno nel suo rapporto con l’identità ebraica.

La questione più importante riguarda però Artom e la frase dei suoi Diari, da me ripresa, nella quale si dice: "Esistono sistemi etici superiori all’ebraismo, come quello che Kant espone nella Critica della ragion pratica, ma essi sono inattuabili: la Bibbia rappresenta il massimo a cui possano giungere oggi gli uomini". Sono persuaso che questa definizione per così dire limitativa, ma non negativa, sia un test adatto a stabilire chi sia "modernizzante" e chi no. Ammettere che esistano sistemi etici superiori e discuterne con l’esercizio della ragione è la prova cui dovremmo sottoporci con umiltà. Mi piacerebbe sapere se la redazione di "Ha-Keillah" sarebbe disposta a sottoscrivere quella definizione e a pubblicarla senza il corredo di una di quelle vostre astiose noterelle in corsivo composte per "prendere le distanze".

Ciò che il Gruppo di Studi Ebraici ignora è quale rapporto i laici, quelli veri – cioè coloro che sostengono la superiorità di Kant in assoluto, e senza la clausola modernizzante di Artom – intendono stabilire con i tradizionalisti, che invece, del tutto legittimamente, ritengono non esista alcun sistema superiore alla tradizione rabbinica. Mi guardo bene dal considerare, come scrivi tu con un pizzico di falsa coscienza, "retrogrado e superstizioso" il modo di pensare dei tradizionalisti, mentre tu ti dimostri assai meno tollerante di me quando definisci l’appartenenza ad una Comunità riformata alla stregua di "una iscrizione ad un club". Da quando esiste un movimento di riforma in Italia mi sento meno solo e, se vuoi, meno burbero: se ho qualcosa di nuovo da dire preferisco non affidarlo ad "Ha-Keillah", ma al giornale "Il Tempo e l’Idea", che Bruno Di Porto dirige con tanta passione.

A me sembra – ma non credo di essere il solo a pensarla così – che per il tuo giornale l’integralismo crei un problema soltanto quando riguarda Israele. E l’integralismo di casa nostra? "Ha Keillah" ha una sua precisa storia e riflette rigidità proprie di una stagione al tramonto e un’idea di partito che non esiste più. Siccome tu, giustamente, e nobilmente, dai rilievo al concetto di appartenenza, d’accordo con te nell’anteporre questa alla scelta, debbo però obiettare che nell’affermare che l’ebraismo è uno scorgo i tratti di una cultura assolutizzante che non è la mia e nella quale non posso riconoscermi. Può un giornale ebraico intitolarsi "La Comunità" e dirsi nel sottotitolo "organo" di una sua parte? A me sembra un atteggiamento elitario, che si riflette nelle note con le quali di norma reprimete il dissenso di chi, a quella parte, non appartiene: quasi sempre in modo anonimo oppure, sarcasticamente, nascondendovi dietro la maschera di Tewie il lattaio. La libertà di coscienza esige più trasparenza e un minore senso dell’umorismo. Lasciamo da parte Alechem e riapriamo, appunto, Ruffini (o magari Scholem: la lezione del misticismo, rispetto ad un ebraismo "plurale", è molto più aperta di quella talmudica).

So bene che il separatismo in Italia è un’utopia e del resto l’ho scritto a chiare lettere nell’ultimo paragrafo del libro. So altrettanto bene che l’universo dei riformati italiani è una galassia variopinta, non poco disomogenea al suo interno, ma non potrebbe essere diversamente a causa delle ragioni storiche che ho cercato di documentare. È solo una questione di tempo e non c’è niente di male se i fatti dimostreranno che le Intese e lo Statuto non hanno saputo prevedere l’urgenza di un problema invero non difficile da risolvere se si ha voglia di risolverlo.

Certo, l’ebraismo è uno, ma l’appartenenza unica porta con sé l’esclusivismo. Nella tua invocazione all’unità vedo un residuo di partito unico, una miscela di politica e religione che mi fa (leggermente) paura. Né mi convince il modo sprezzante con cui dici che la frammentazione porterebbe alla disgregazione. Le statistiche di altri paesi occidentali forniscono dati che fanno riflettere. Nessuno punta a "stravolgere un edificio consolidato", tanto meno io, che mi considero un modernizzante ma non attribuisco il mio isolamento alla "ritrosia a coinvolgersi nel mondo ebraico italiano" (tanto è vero, solo per citare un fatto recente, che ho preso parte all’ultimo Mokèd di Montecatini, come si dà conto nello stesso ultimo fascicolo del tuo giornale).

Proprio il burbero e presuntuoso Don Chiosciotte dovrebbe rammentare a te Esodo 20, 24? "In qualunque luogo tu rammenterai il mio Nome, verrò a te per benedirti". Be-qol ha-maqom, in qualsiasi luogo. Come puoi imporre l’adesione alla sola Comunità che hai in mente tu, o il Gruppo, senza chiederti se un giovane, o un reprobo che desidera riavvicinarsi all’ebraismo, condivide gli scopi del tuo Gruppo? Ricadi, "senza saperlo", nello spirito coattivo del 1930.

 

Be-qol ha-maqom, in qualsiasi luogo; dunque anche in via Tenca a Milano, dove sorge la sinagoga di Lev Chadash, che soltanto avrei preferito fosse intitolata alla memoria di uno dei fondatori della World Union for Progressive Judaism, il livornese Claudio G. Montefiore; sì, il pronipote di Moses, quello del mulino gerosolimitano.

Lungi da me, infine, il desiderio di neutralizzare le responsabilità del fascismo. A me non indigna tanto l’art.5 di quel decreto, e con Mario Falco non ho nessun conto da saldare: mi mortifica, per usare le tue parole, che "la portata sconvolgente delle leggi razziali" non sia stata, dopo il 25 aprile, un fatto di per se stesso sufficiente a cancellare quella norma illiberale; mi addolora lasciare ai miei figli l’eredità di un’umiliazione: nel 1984 ci siamo fatti dare una lezione di democrazia dalla Corte di un paese che, appena possiamo, definiamo clericale.

Il tuo giornale non fa che riflettere la confusione dei nostri giorni e perciò alimenta il mio pessimismo. Rattrista vedere progressisti illuminati come sei tu, uomini e donne di sinistra, di continuo appellarsi alle proprie radici azioniste, antifasciste, rosselliane, gielliste, e chi più ne ha più ne metta e poi, nei fatti, rimanere muti davanti ai condizionamenti rabbinici. Pazienza se questo accade fuori del mondo ebraico, anche se il parlamento muto e inginocchiato davanti al pontefice non è stato uno spettacolo edificante. Dispiace vedere segnali analoghi anche dentro il tuo giornale. Non vi è numero nel quale non facciate appello ad un laicismo che, secondo il vostro modo di intendere l’ebraismo, non sarebbe rifiuto della religione. A costo di sembrare un attempato idealista, ripeterò che il laicismo non è un valore manipolabile a seconda delle convenienze. Ciò significa che se la ragione prende ad esaminarsi in relazione, per esempio, a Dio, essa, e non Dio, costituisce il criterio dell’esame: con la conseguenza ovvia che, in forza di questo esame, è ben possibile che Dio sia dal laico revocato in dubbio o inteso diversamente da come le appartenenze comandano.

Soprattutto a Torino non mancano invece sedicenti ebrei laici che nei confronti della ritualità ostentano una riverenza inspiegabile; laici i quali per lo più considerano e tengono per fermo che la vita dello spirito sia cosa – come avrebbe detto, dissentendo da questa idea, Salvemini – da far amministrare ai rabbini, che di quella sarebbero i padroni. Laici che non hanno più alcuna fede nelle loro idee o in quelle che dovrebbero essere le loro idee. Laici, insomma, che possono solo subire la soggezione dei tradizionalisti. A loro preferisco i modernizzanti alla Artom che studiano la Halachà, ma tengono sul tavolo anche le critiche di Kant. Certo non è una condizione facile: delle tre - tradizionalisti, laici veri e modernizzanti – l’ultima è la più scomoda, l’unica, secondo me, che meriti di essere vissuta e tentata, ma con il massimo rispetto per le altre due. L’importante è non confondere le carte.

Il triste problema del nostro tempo è tutto qui, e con l’amicizia che da tanti anni serbo nei tuoi confronti ti invito a rifletterci sopra. Occorre partire da posizioni più chiare. Da una parte ci sono tradizionalisti (forti, anzi fortissimi), dall’altro laici (deboli, debolissimi, praticamente inerti): in mezzo ci potrebbero stare dei moderati riformatori, i modernizzanti, ed io volentieri mi metterei con loro, ma sarà vita grama per l’ostilità non tanto dei tradizionalisti, scontata, quanto per la sudditanza psicologica e la paura di laici che non vogliono più essere laici. E senza laici forti non ci sarà mai né pluralismo, né libertà religiosa.

Grato per l’ospitalità ti invio un affettuoso saluto

Alberto Cavaglion