Con Kant o senza Kant
IDENTITÀ E STORIA di David SoraniTi sono a mia volta grato, Alberto, per non aver equivocato sul tono della mia recensione. Gli amici si rispettano reciprocamente non tanto nonostante, quanto a causa della differenza delle loro opinioni. Certo, sentiamo e viviamo in modo assai diverso il nostro ebraismo, come mi trovo a ribadire in queste righe di ulteriore replica. Ma questa tua diversità radicale di vedute e di appartenenza rispetto allapproccio già assai variegato del Gruppo di Studi Ebraici si rivela molto produttiva, ci porta a riflettere su noi stessi e crea lo spunto per altri interventi su questo numero: come una sorta di risposta a più voci alla tua risposta. Ma veniamo al dunque.
Cominciamo da Emanuele Artom, che tu vedi giustamente come una figura-simbolo dellebreo moderno e cosciente della propria condizione. È su questa sua coscienza che forse non concordiamo. Conosco naturalmente bene il passo da te citato, il paragone tra sistema etico kantiano e letica ebraica; mi pare di averlo anche riportato tra virgolette in un mio intervento di diversi anni fa ad una giornata di studi su Artom da te coordinata. Credo che Artom, pur riconoscendo la superiorità teorica della morale "assoluta" e pura di Kant, non si identificasse del tutto in essa: alla rigidità astratta e inattuabile dellimperativo categorico contrapponeva la flessibilità storica e umana della norma ebraica, vincolata a un principio unitario e trascendente ma capace di tradursi in precetto pratico esistenziale. Ciò non è annotato esplicitamente, ma se consideriamo la formazione di Emanuele, lambiente in cui opera, la centralità dellebraismo nella sua esperienza e nella sua scelta partigiana non possiamo non sottintendere al suo riferimento alla Bibbia tutta la tradizione orale (il Talmud, la trattatistica successiva), da lui considerata parte integrante dellebraismo e della via etica da esso indicata (ti ricordo en passant il suo insistito riferimento, in un momento di crisi interiore della sua esperienza di partigiano davanti al dramma della condanna a morte di un prigioniero, allopinione talmudica che giudicava severo un tribunale che comminasse la pena capitale una volta ogni cento anni). E se in alcune occasioni arrivò a mettere in dubbio la propria personale adesione ad alcuni aspetti della norma ebraica (la kasherut), egli non intese mai porre in discussione la tradizione ebraica in quanto tale, né riteneva che occorressero riforme dellebraismo o che qualcuno avesse lautorità e la rappresentatività per attuarle: non trasformava il proprio eventuale episodico disagio in pretesa di destrutturazione e rifondazione.
E qui siamo al punto centrale. Al di là della figura emblematica di Emanuele Artom, la piena libertà di vivere la propria condizione ebraica in modo autonomo e di manifestare con un legittimo atteggiamento critico la propria distanza rispetto allebraismo della tradizione a mio giudizio non significa immediatamente la possibilità di fondare un altro ebraismo. Si tratta di prendere atto di un fatto, di un contenuto effettivo: se i caratteri dellebraismo sono quelli maturati razionalmente nel corso dei secoli, quelli della tradizione e delle mitzwot, quale diritto abbiamo noi di non riconoscere questa realtà come lunica davvero legittimata a chiamarsi ebraismo? Naturalmente è una realtà in movimento, che ha generato nel tempo quellorizzonte in apparenza statico da sempre che si chiama tradizione. Oggi per vari motivi quellorizzonte è immobile, ma per noi lebraismo consiste appunto nella possibilità (o nella sfida) di connettere la nostra dimensione di ebrei del XXI secolo con i contenuti di quella tradizione millenaria. Dunque lebraismo è unidentità cresciuta nella storia, con caratteri internamente anche molto diversi fra loro, rispetto alla quale è possibile prendere posizione. Oggi si tende ad avere paura di questi termini, identità e storia, particolarmente del primo. In un mondo dove mille identità diverse si affiancano e si contrappongono, paradossalmente le parole "identità" e "identificazione" sono spesso recepite come sinonimo di chiusura, di distacco ostile, di ghettizzazione se non addirittura di rifiuto, quasi fossero lanticamera del fondamentalismo; quando invece è solo tra identità pronunciate, diverse e aperte che può stabilirsi un dialogo. E se ciò è vero, perché allora negare o alterare lidentità ebraica maturata nella storia? Perché giudicare centralistico e antidemocratico ogni atteggiamento volto a sottolineare i caratteri e la storia di quella identità? Come non capire che la democrazia nellebraismo (con le più nette diversità e le più accese opposizioni) non può che essere interna allunità dellebraismo stesso? A cosa ci serve una pluralità di ebraismi non comunicanti? Non è più produttiva una sana polemica tra interpretazioni diverse ma tutte collocate nel quadro dellidentità storica dellebraismo? E perché, poi, privilegiare comunque la visione occidentale del mondo (la morale kantiana), perché appiattirsi su di essa, per quanto nobile sia? È vero che lebraismo ha tanto contribuito alla sua formazione, ma la ricchezza nostra e di chi ci circonda può venire più dal contatto dei due universi che dalla loro semplice fusione, o peggio dalla neutralizzazione di quello più "scomodo", quello tradizionale e identitario.
Quanto alle questioni più interne e personali, non voglio rispondere singolarmente alle accuse, più o meno larvate, di centralismo, di assenza di democrazia o addirittura di stalinismo che rivolgi ad HK. Non so se Ha Keillah sia espressione di "una stagione al tramonto". So che il dibattito, la pluralità di opinioni, la disponibilità alla critica e talvolta anche la polemica accanita sono il pane quotidiano del nostro giornale, tanto negli scritti pubblicati (ti pare davvero che riflettano una sola linea di pensiero?) quanto nelle riunioni redazionali. So che molti lettori apprezzano queste aperture, non comuni nella stampa ebraica italiana. Le "notarelle redazionali" da te incriminate come censure, in realtà vogliono solo puntualizzare al lettore, in casi delicati e controversi, lopinione della Redazione o della maggioranza dei redattori: è indice di scarsa democrazia avere un parere e comunicarlo?
Ma un altro aspetto mi preme soprattutto mettere a fuoco in conclusione, un aspetto che tu leghi al modo di essere del Gruppo di Studi Ebraici e di Ha Keillah, ma che ha valenze più generali. Chi lha detto che la visione tradizionale e quella progressista siano necessariamente in contrasto? La linea interpretativa del Gruppo di Studi e di Ha Keillah è fortemente impegnata a cogliere il punto dincontro tra queste due dimensioni, più precisamente a interpretare la tradizione ebraica (luniversalismo monoteistico, la legislazione sociale e politica, le mitzwot, la loro implicazione etica) come espressione di unesigenza di giustizia e di progresso dotata di forti margini di attualità e quindi ancora ricca di senso per gli ebrei che la vivono. Se dunque siamo attaccati alla tradizione (ma solo alcuni di noi lo sono a livello di osservanza "religiosa"), possiamo però anche dirci di sinistra e non solo riguardo alla situazione israeliana! La tua suddivisione degli ebrei in tradizionalisti e laici, con voi "modernizzanti" in mezzo a fare da ponte o da traghettatori dellebraismo verso la modernità, mi appare quindi un po rigida e schematica. E se alcuni tradizionalisti fossero moderni e alcuni laici irrimediabilmente vecchi? E se voi mediatori vi accorgeste allimprovviso di aver perso di vista alle vostre spalle lebraismo oggetto della mediazione, o di averne unimmagine troppo sbiadita per poterne fare un motivo di sviluppo?
So che non sarai daccordo sulla maggior parte delle mie affermazioni, ma a prescindere dai forse impossibili punti dincontro era doveroso che ciascuno esprimesse sino in fondo la sua opinione anche su un foglio "di partito" come il nostro!
David Sorani