Con Kant o senza Kant
TRE PAROLE di Anna SegreSeguendo il dibattito che si sta sviluppando da alcuni anni allinterno dellebraismo italiano ho spesso provato un certo disagio, un senso di spaesamento di fronte a un linguaggio fluttuante, con significati che slittano; mi pare che lambiguità, la non univocità, anzi, la non chiarezza definitoria dei termini utilizzati rischi di portare incomprensioni laddove in realtà non cè una reale differenza di opinioni, o viceversa, di tenere insieme nellambiguità persone con idee assai distanti; inoltre, spesso si fatica a capire quali siano davvero i nodi da dibattere.
Vorrei perciò provare a riflettere sul significato di tre parole: ebraismo, ebrei, comunità. Approfittando del mio privilegio di redattrice prenderò spunto da qualche passo della lettera di Alberto Cavaglion che compare qui accanto, estremamente interessante e stimolante, ma dalla quale emerge chiaramente come non ci si riesca ad intendere sul significato stesso di alcuni termini.
Ebraismo
Mi ha colpito la citazione da Emanuele Artom: Esistono sistemi etici superiori allebraismo, come quello che Kant espone nella "Critica della ragion pratica", ma sono inattuabili: la Bibbia rappresenta il massimo a cui possono giungere oggi gli uomini. Che cosa significa qui ebraismo? Non ricordo il contesto in cui Artom scrive questa frase, per cui mi limiterò a discutere luso che Cavaglion ne fa nella sua lettera, che pare dare per scontate due cose:
1. lebraismo è essenzialmente un sistema etico
2. tale sistema etico coincide con la Bibbia, o comunque con uno o più testi tradizionali
Per me, viceversa, lebraismo non è affatto un sistema etico, ma una cultura, cioè un insieme di codici. Un codice non è necessariamente neutro rispetto ai contenuti che trasmette, e certamente una cultura può essere più o meno sensibile di unaltra rispetto a determinati valori, tuttavia mi pare fuorviante mettere a confronto unintera cultura con una singola opera di un singolo filosofo; casomai si potrebbe confrontare il sistema etico di Kant con quello di un filosofo ebreo (ma quale? Maimonide? Spinoza? Marx? Lévinas?), o viceversa, dovremmo confrontare lebraismo con lintera cultura occidentale, ma abbiamo imparato a essere sospettosi di fronte a chi dichiara la superiorità di una cultura su unaltra.
È vero che Cavaglion propone come modello quelli come Emanuele Artom, che studiano la alakhà, ma tengono sul tavolo anche le critiche di Kant, ma poi, da molti punti della lettera, traspare un invito a prendere posizione (Ammettere che possano esistere sistemi superiori è la prova a cui dovremmo sottoporci con umiltà, oppure quando definisce i laici veri come quelli che sostengono la superiorità di Kant in assoluto), di cui non riesco a vedere la necessità: perché la mia cultura è Kant ed è il Talmud, è il liberalismo e il marxismo, la tradizione occidentale e quelle altre, è la pizza e la matzà, è Pesach e il 25 Aprile, è la mia storia personale e famigliare, e la storia dellumanità in questi ultimi due secoli che Kant non ha visto, e soprattutto tutte queste cose insieme e infinite altre nelle loro molteplici interazioni.
Mi ha colpito linsofferenza con cui si parla di ritualità, di condizionamenti rabbinici, ecc. Poiché per me la cultura è un insieme di codici, per possederla non posso fare a meno di conoscere quei codici, che sono altri rispetto a quelli della cultura occidentale. E non perché li ritenga migliori. Possedere i codici di più di una cultura offre la possibilità (e questa sì, per me è un valore) di guardare a ciascuna con gli occhi dellaltra, di vederle contemporaneamente dallinterno e dallesterno, di relativizzarle. Le culture dialogano; ciascuna si arricchisce dal confronto con laltra e ne esce mutata, ma se si annulla nellaltra non fa un buon servizio a nessuna delle due. A cosa mi serve il mio ebraismo se a priori dovrò bollare come tradizionalista (in senso negativo, e quindi da rifiutare) qualsiasi contenuto mi possa trasmettere che sia altro rispetto a canoni e linguaggi propri della cultura occidentale? Se questi codici (per esempio il concetto di laicismo) sono assoluti e dati a priori, allora dellebraismo si potrà accettare solo ciò che non mette in discussione il modello, cioè solo gli aspetti più banali e già digeriti dalla cultura occidentale. Ma se lebraismo oggi non ha più nulla da offrire che sia vitale e originale, allora cosa significa e a cosa serve essere ebrei? È solo un fatto razziale? O una memoria fine a se stessa?
Ebrei
Prima ancora di porsi qualsiasi problema ideologico occorre considerare che per qualcuno questa parola ha un significato generico, sfumato, ma per qualcun altro denota una categoria ben precisa di persone, tale per cui è possibile individuare in base a parametri oggettivi chi ne fa parte e chi no. La Risoluzione di Bruxelles riportata nella lettera degli Ebrei Laici Umanisti sullo scorso numero di HK sembrerebbe presupporre luso ampio e soggettivo della parola: infatti non avrebbe senso, per esempio, dire che è un gatto chiunque si dichiari gatto e si identifichi con la storia, i valori etici dei gatti, mentre affermare che è un comunista chiunque si dichiari comunista e si identifichi con la storia, i valori etici dei comunisti sarebbe addirittura unovvietà.
Tuttavia anche le parole che definiscono una categoria ben precisa di persone sono usate quasi sempre in un senso vago, che non coincide con la categoria stessa: se per esempio dico che il 54% degli italiani ha guardato il Festival di San Remo, ho incluso nella mia definizione di italiani gli immigrati e i turisti ed ho escluso i cittadini italiani che vivono allestero. E ancora di più linsieme diventa indefinito se parlo di mentalità o di valori italiani. E così, se dico che gli ebrei di Torino erano presenti in massa al Bet Ha-Keneset per la fine di Kippur, è evidente che, pur parlando di un contesto "religioso", ho incluso automaticamente nella mia definizione molte persone che non sono alakhicamente ebree e ho escluso tutti quelli che, pur avendo magari una madre, una nonna o una bisnonna materna ebrea non si sentono affatto tali e non si sarebbero mai sognati di andare al Tempio in quelloccasione. E così, se parlo di cultura, di mentalità o di valori ebraici, so bene che linsieme di chi si riconosce in quella cultura, quella mentalità e quei valori non coincide esattamente con linsieme degli ebrei.
Quindi, occorrerebbe chiarire un equivoco di fondo: ritenere che il termine ebrei definisca un insieme definito di persone non significa negare che altri possano interessarsi e partecipare alla vita delle comunità, e sicuramente non significa negare che possano diventare ebrei a tutti gli effetti: semplicemente, si ritiene che occorra un atto formale che sancisca il passaggio dalla condizione di non ebreo a quella di ebreo.
Cercando di capire che cosa significhi la Risoluzione di Bruxelles in pratica, ho immaginato scenari piuttosto diversi tra loro, che riassumerò schematicamente:
A Se io ritengo che il termine ebrei indichi un a categoria precisa di persone, la dichiarazione significa che ha diritto a far parte del popolo ebraico chiunque lo desideri; per ottenere questo ci sono diverse possibilità:
1. avviare un movimento teso a rivendicare una conversione ortodossa automatica per tutti coloro che lo richiedono.
2. accettare nelle comunità anche chi è stato convertito da rabbini riformati o conservative, che come noto convertono tutti.
3. accettare nelle comunità chiunque lo richieda, considerando che liscrizione ad una comunità basti di per sé a sancire lingresso nel popolo ebraico.
In ciascuno di questi tre casi ci sarà comunque un atto di adesione formale, e la categoria degli ebrei non comprenderà automaticamente tutti coloro che si sentono ebrei.
B Se, viceversa, ritengo che il termine ebreo non debba mai, in nessun caso, definire una categoria ben precisa di persone, allora devo essere consapevole che sto propugnando una scelta radicale: labolizione di fatto del popolo ebraico, che cesserebbe di essere ciò che è stato per millenni fino a questo momento (cioè, un insieme di persone), per diventare un vago concetto culturale. È una scelta che credo non sarebbe condivisa dalla stragrande maggioranza degli ebrei, compresi i riformati e i conservative. Per capire quanto anche le persone più "laiche" ci tengano a sancire unappartenenza formale, per sé e per i propri figli, basti pensare al gran putiferio scatenato qualche anno fa quando lAssemblea Rabbinica aveva posto condizioni molto restrittive per la conversione dei bambini figli di madre non ebrea.
Ho prospettato quattro strade, molto diverse luna dallaltra, ma la scelta più radicale di tutte dovrebbe essere quella tra A e B, perché investe lessenza stessa dellebraismo (insieme definito di persone o vago concetto culturale); invece capita spesso di vedere gruppi, movimenti, schieramenti elettorali, che, trincerandosi dietro affermazioni fumose o generiche, tengono insieme in unapparente convergenza persone con opinioni divergenti proprio su questo punto fondamentale. Viceversa viene tacciato di integralismo chi, come me, è per la soluzione A1 (conversione ortodossa per tutti), che in fondo non è poi così lontana dalle altre due negli effetti pratici (avremmo comunque comunità aperte a chiunque desideri farne parte), e per di più è lunica che potrebbe essere accettata da tutti e che garantirebbe lunità del popolo ebraico anche in futuro. È una soluzione utopica? Può darsi, ma qui stiamo parlando di idee. E comunque non è più irrealizzabile delle altre tre: della B ho già detto; le n. A2 eA3 (diritto iscrizione alle comunità esteso anche a chi non è alakhicamente ebreo) riprodurrebbero in un certo senso la situazione dello stato di Israele di oggi (con la Legge del Ritorno che è più elastica dellalakhà), che non mi sembra un buon modello (ho già avuto occasione di parlarne su queste pagine); in pratica si creerebbero nellambito delle comunità categorie distinte di ebrei (quelli considerati tali da tutti, quelli che lo sono solo per qualcuno, ecc.), con conseguenze catastrofiche: comunità di fatto spaccate in due, tre o quattro parti, con iscritti di serie A, B o C.
Comunità
Per me la comunità è semplicemente linsieme degli ebrei che risiedono in un certo territorio e delle istituzioni che li rappresentano. Quindi non riesco a capire (a parte labusato gioco di parole sulla nostra testata) lequazione comunità unica = partito unico. Sarebbe come se accusassi Cavaglion di volere un partito unico perché considera Chiamparino il sindaco di tutti i torinesi. È vero che il modello territoriale sembra solo italiano, ma ha dalla sua una tradizione di millenni, e comunque mi pare di capire che in tutti i paesi della Diaspora esistano strutture ombrello che riuniscono tutte le comunità e le organizzazioni ebraiche.
Se poi ci si chiede di non nascondersi dietro a un dito, e di ammettere che esiste il problema di quelli che non sono accettati nelle comunità perché non sono alakhicamente ebrei e non è concesso loro di diventarlo, allora invito a riprendere in considerazione le tre soluzioni che ho prospettato a proposito della definizione di ebreo, e le ragioni della mia propensione per la prima (cioè il modello italiano tradizionale). In ogni caso non si tratta di mettere in discussione il sistema territoriale in sé, ma solo di modificarlo e renderlo più duttile, in grado di far fronte alle esigenze di comunità molto più variegate di un tempo per composizione etnica, ideologie, modi di intendere lebraismo, ecc. Prevedere, insomma, qualche forma di "comunità nella comunità", parzialmente autonoma.
Personalmente non solo non credo che il modello italiano sia da abbandonare, ma, anzi, ritengo che esso debba essere propagandato allestero con forza, e soprattutto in Israele. Non a caso la commissione parlamentare Neeman, che alcuni anni fa aveva studiato come far convivere ortodossi, riformati e conservative in Israele, era arrivata a proporre soluzioni molto simili a quelle praticate in Italia nel XX secolo: in sostanza, riconoscimento di fatto dei non ortodossi in cambio di qualche gesto formale da parte loro di subordinazione al Rabbinato Centrale.
Infine, vorrei far notare che gli ortodossi che non accettano i conservative e i riformati non possono essere definiti intolleranti solo per questo: non impediscono in nessun modo a queste persone di professare liberamente la propria religione, semplicemente ritengono si tratti di una religione diversa da quella ebraica. Se ciò sia vero o no solo la storia potrà dirlo, ma i precedenti sembrano dar ragione agli ortodossi. Casomai, è strano che questi ultimi non vedano i problemi pratici, nellapplicazione dellalakhà, derivanti da una percentuale così elevata di ebrei alakhicamente tali che segue questa "altra religione". Anche per risolvere questa contraddizione il modello italiano mi pare ancora, tutto sommato, la soluzione più ragionevole.
Anna Segre