Con Kant o senza Kant
LA PORTA E IL NOME di Giulio TedeschiÈ un argomento ebraico noto. Lo si cita, per esempio, a riguardo del permesso di mangiare carne, dei sacrifici, della schiavitù. La torah è stata data agli Ebrei perché la osservassero. Non è pertanto la descrizione della morale perfetta, o della miglior morale immaginabile, ma della migliore morale possibile, della migliore che possa effettivamente, nella pratica, regolare la vita di un popolo. Scommetteremmo qualcosa che Emanuele Artom aveva questo riferimento in uno scomparto della mente quando enunciò il giudizio che piace ad Alberto Cavaglion. Ma noi deluderemo Cavaglion. Non arricchiremo la testata del nostro giornale con una classifica del campionato delle etiche possibili. La disputa non ci appassiona e questa non è la parabola delle tre o più anella. Preferiamo lasciare alla libertà di ciascuno di sintonizzarsi sulletica che meglio gli piace, o preferibilmente di farsene una propria. Diffidiamo un po di chi fa di unetica uno stendardo.
Ma allora forse saremo tutti modernizzanti? Chi lo sa? Cavaglion brandisce le parole. Da uno storico si vorrebbero categorie ideologiche più immediatamente traducibili in sociologiche. Dove sono queste masse di Ebrei italiani che "legittimamente ritengono non esista alcun sistema superiore alla tradizione rabbinica", che "tengono per fermo che la vita dello spirito sia da far amministrare ai rabbini"? Sembra di sentire Berlusconi parlare dei comunisti.
Come mai Cavaglion parla così tanto di Dio? Largomento agli Ebrei italiani interessa poco. Sulla stampa e sulleditoria ebraica questo tema latita assai. Tuttal più qualcuno passa allegri pomeriggi a discettare, e ne abbiamo il sincero massimo rispetto, se Tizio o Caio sia il messia. Francamente gli unici a parlare di Dio sembrano restare i Riformati, quelli di Lev Chadash. Già, ritagliata a piacere lalachà restano, come ci scrivevano qualche numero fa, la rivelazione, la fede, la speranza in una parodia della religiosità yankee che deve coinvolgere solo alte moralità, mai sensibilità di gruppo, mai way of life. O dellebraismo italiano a cavallo tra otto e novecento, quando, lo si cita sempre, scrivevano gli Ebrei romani a Vittorio Emanuele: "noi ricordiamo qui ora il nome dIsraeliti per lultima volta (...) fuori dai nostri templi non ci ricorderemo dessere, e non saremo, che Italiani e Romani" (23 settembre 1870). Poi sono passati i secoli e il pendolo è più volte oscillato, ma sembrano questi i decenni che Cavaglion ricorda con nostalgia.
Mi dispiace per i figli di Cavaglion. A mio figlio credo che lascerò in eredità il grosso e lungo lavoro che ha portato alle Intese. Quello strumento con cui i costituenti seppero antivedere lattuale società multietnica. Quel modello che si trova nei Principi Fondamentali, dove è descritta la struttura della Repubblica e sono elencate diverse forme e livelli di collettività, di coscienza, di sensibilità dei cittadini che nel loro unirsi e intersecarsi costituiscono la realtà dello Stato. Dopo, solo dopo, la Costituzione enuncia con solennità e forza i diritti e i doveri dei cittadini, compreso naturalmente il diritto di libertà religiosa. Si credeva negli anni ottanta che lambito fossero solo alcune minoranze di gentiluomini con lhobby del diritto o nei cui confronti riparare a storici torti, e si vede ora come sia questo il canale in cui ricondurre tensioni fortissime suscitate da nuovi massicci arrivi. La Corte Costituzionale nel 1984, ricordiamolo, ci rammentò appunto che sono illegittime norme sugli Ebrei promananti unilateralmente dallo Stato. La Corte quindi, in sostanza,rimproverò solo che a distanza di trentasei anni ancora non si fossero stipulate le Intese.
LUnione delle Comunità ha stipulato unintesa. I riformati vogliono prendervi parte con le loro idee, ma nel rispetto di regole alachiche condivise? Sono i benvenuti. Realizzano che sono troppo diversi e vogliono stipulare unaltra intesa? Sono i benvenuti. Non gradiscono il metodo delle intese e vogliono avere rapporti con lo Stato solo a livello di diritti e doveri dei cittadini? Sono i benvenuti. Dove è il fallimento delle intese, dove si conculca la libertà?
Ma qui non vogliamo solo rispondere ad Alberto Cavaglion. Allopposto, ad esempio, lamico Franco Piazzese, che purtroppo ci ha lasciati, ci chiedeva di riflettere nel numero scorso sulla cosiddetta Dichiarazione di Bruxelles: Ebreo è una persona di nascita ebraica o chiunque si dichiari Ebreo e si identifichi con la storia, i valori etici, la cultura, la civiltà, la comunità e il destino del popolo ebraico. Là lelenco delle differenze, delle rotture. Qui lelenco delle identità, delle continuità. Elenco suggestivo. Diremmo quasi che è il nostro elenco. Potrebbe essere questoelenco un protocollo assunto dai tribunali rabbinici come guida generale nellaffrontare una richiesta di ghiur, di conversione allebraismo. Un procedimento che verifichi la sussistenza di tutti i termini di questo elenco, la loro sincerità e profondità, il loro permanere nel tempo, la loro saldezza anche di fronte a pericoli, la loro probabilità di proseguire nelle generazioni. Dopo gli scossoni di qualche anno fa dichiarazioni in questo senso sono arrivate da Milano, da Roma, da Torino. E abbiamo anche una idea del perché. Ed è che questa dichiarazione di Bruxelles coincide con lalachà. Non è neppure necessario, dice il Maimonide, spiegare il dettaglio dogni regola e norma. Laccettazione delle mitzwoth non deve essere un accumulo analitico. Deve essere una disposizione psicologica globale che porti allistante il soggetto al centro della storia, dei valori etici, della cultura, della civiltà, della comunità e del destino, come recita Bruxelles.
Siamo unidea di partito al tramonto? Chi lo sa? Dice Bush che Francia e Germania sono la vecchia Europa, risponde Prodi che non è vecchiaia ma saggezza. E anche lidea del nuovo che avanza non è nuova e non sempre avanza.
Già, le conversioni, letichetta, la parola magica, il nome. Quando avvertiva che la sventura stava per abbattersi sul suo popolo, il Baal Shem Tov usava ritirarsi in raccoglimento in un dato punto del bosco. Ivi giunto, accendeva un fuoco e recitava al cielo una sua preghiera: e il miracolo si compiva, e la sventura era scongiurata. La seconda, la terza generazione... Il rabbino della quarta non sapeva più accendere il fuoco, non sapeva recitare la preghiera, non ricordava il punto del bosco, ma bastava raccontare tutto questo e il miracolo avveniva.
Il nome. Non crediamo che posizioni alla Lev Chadash trovino grande appoggio ideologico nellebraismo italiano: troppo illuministe, troppo politically correct. Ma forse accadrà che Ebrei del tutto tradizionali (o forse tradizionalisti), magari affaticati per le asperità del percorso teso a vedere i loro figli diventare Ebrei, busseranno alle porte dei riformati per avere comunque il timbro, quelletichetta, quel nome. E intanto almeno da ciò è chiaro che nessun Ebreo in Italia pensa che lebraismo sia una qualità che a ciascuno basta affermare di se stessi. Tutti concordano che è unsistema definito, in cui si entra con un procedimento formale.
Il nome purchessia, il nome anche vuoto, il suono di un nome. "si volgerà a altri dei e li adorerà, mi disprezzerà e violerà il mio patto (...) ma questo cantico deporrà come testimone contro di lui perché non verrà dimenticato neanche dalla sua progenie". Quel cantico di Haazinu che è scritto nel sefer come una porta aperta contornata da due stipiti, un invito ad entrare, mentre il Cantico del Mare (porgiamo la battuta agli avversari), cantato appena usciti, tra il Mar Rosso e il Monte Sinai, è scritto come un cancello sprangato, in cui si entra solo da buchi stretti Il nome. È losservanza delle mitzwoth che farà diventare uno zechut, un onore, il nome di Ebreo come richiede lalachà o è il nome di Ebreo che farà da cantica di Haazinu per riportare allosservanza delle mitzwoth? Risponderà la storia, certo, ma la storia è lontana. Nel frattempo può rispondere solo un tribunale rabbinico autorevole, rigoroso ma con la discrezionalità nellesame dogni caso che distingue lattività giurisdizionale, attività tipicamente umana, dallimpiego di macchine convertitrici a gettone. E solo un consenso popolare forte intorno a questi tribunali potrà evitare che il tema delle conversioni, che non centra, finisca per portare benzina a chi alla fine spezzetta lebraismo italiano.
Sfida niente affatto facile, perché significa riuscire a far rivalutare limmagine di eccellenza alachica del rabbinato europeo, e magari anche italiano in particolare, fino a poter imporre i propri standard in un mondo rabbinico globalizzato. In questo Alberto Cavaglion, è certo, non ci aiuta.
Giulio Tedeschi