Identità

MEMORIA DI DISCONTINUITÀ

di Silvio Ortona

 

Della loro memoria storica gli ebrei sono anche casalinghi cultori. Sono frequenti tra noi le ricerche amatoriali, spinte il più indietro possibile nel tempo, sulle origini delle nostre famiglie. In mancanza, come per lo più è il caso, di notizie di rilevanza storica, ci occupiamo delle cronache familiari, ci accontentiamo di registrare anche soltanto i dati anagrafici.

Confesso di aver sofferto di mania genealogica, limitata alle ascendenze mie e di mia moglie (par condicio per i figli) per sola via maschile (quella femminile è troppo difficile). Sono arrivato da una parte alla metà del XVII secolo; dalla parte Della Torre, circostanze fortunate mi hanno consentito di arrivare ad interessanti incontri con la storia a partire dal Cinquecento sabaudo e spagnolo.

La constatazione che ho potuto fare e che, credo, altri avrà fatto, è la seguente: una relativa ma solida omogeneità si riscontra tra gli antenati fino al XVIII secolo; nel corso del secolo seguente, l’Ottocento, c’è una trasformazione: gli antenati, nel giro di un paio di generazioni, diventano altra gente.

Il fatto che ciò avvenga in parallelo con profonde mutazioni del Paese e in realtà di tutto il mondo non diminuisce, anzi aumenta il significato del fenomeno: documenta infatti che la nostra trasformazione, la nostra nuova collocazione nella società generale (a partire dall’Occidente; gli altri ebrei saranno coinvolti dopo e indirettamente) derivano dalla stretta connessione delle nostre sorti con quelle dell’umanità e dalle novità introdotte in Occidente in questo rapporto.

Non intendo certo ricapitolare qui la nostra storia (doverosamente articolata per comunità) degli ultimi duecento anni, con le sue oscillazioni e contraddizioni, migrazioni, entusiasmi, preoccupazioni e tragedie. Basterà qui ricordare la condizione ebraica dei precedenti secoli, condizione di separatezza e subalternità, ed avviare il confronto con la nostra collocazione nella società occidentale del XIX secolo, la relazione allora istituita tra le nostre comunità e il mondo esterno.

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La spinta rivoluzionaria maturata nel Settecento tradotta nella realtà dell’ottocento, si fondava sulla lotta di cultura e prassi contro i privilegi dinastici, religiosi, corporativi. Non poteva non scontrarsi con la separatezza e la subalternità in cui erano confinati gli ebrei e le loro comunità. E non poteva anche, non incontrare difficoltà e contraddizioni specifiche, inerenti alla peculiarità ebraica; la compenetrazione tra religioso e nazionale era di per sé intrigante nel momento in cui si andava affermando il fattore nazione, mentre si voleva ridurre il peso del religioso. Nascono difficoltà, resistenze, ostacoli dall’ esterno, preoccupazioni e resistenze anche al nostro interno.

Le nostre comunità continueranno ad essere minoranze inserite in società generali diverse. Le condizioni di vita degli ebrei saranno ancora caratterizzate – nel tempo e nello spazio – da variabilità e precarietà. Ma nel complesso, la loro collocazione e le relazioni con l’esterno saranno radicalmente cambiate.

L’identità storica nazional-religiosa resterà, anche se la nuova collocazione susciterà sia al nostro interno che nel rapporto con l’esterno, nuovi interrogativi intorno a entrambe le sue componenti.

Nette e evidenti le trasformazioni del rapporto. La separatezza degli ebrei sparisce relativamente presto de jure, mentre di fatto un crescente numero di ebrei annoda con l’esterno crescenti legami su un crescente numero di terreni.

Più complessa la situazione dal lato del superamento della subalternità. Già prima, quando la subalternità de jure continuava a vigere, uno strato sottile ma importante di ebrei si era inserito nel ceto borghese emergente, il che aveva facilitato la soppressione di principio della subalternità. Di fatto si delineò, nel giro di poche generazioni, una sorta di capovolgimento. Molti ebrei, favoriti dal loro superiore livello medio di istruzione e dal possedere professionalità di tipo urbano – in un tempo in cui il progresso si accentrava nelle città e le ingrandiva – risalirono la scala sociale, fino a che la composizione sociale delle nostre comunità risultò spostata nettamente verso l’alto rispetto a quella della società esterna.

Di qui vennero incentivi alla formazione di un antisemitismo di tipo nuovo, cumulabile con quello precedente. E forse dall’esperienza di quel tempo qualcosa è penetrata nel nostro costume: da una parte, in qualcuno, certi atteggiamenti tipici del parvenu, dall’altra la tendenza, di sinistra, ad allearsi con altri gruppi sociali minoritari e più in particolare a sostenere quelli deboli.

In complesso nella nuova epoca gli ebrei vivono all’aperto, mantengono le loro peculiarità, ma si appropriano dei e sono conquistati dai valori (ed anche disvalori) esterni, uniscono alla propria, in varia combinazione, la cultura straniera, agiscono nella e contribuiscono alla società generale.

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Nell’economia di questa ormai lunga serie di articoli importa ora concentrare l’attenzione su un particolare gruppo di ebrei, quelli che possiamo denominare intellettuali. Anche senza una precisa (e non facile) definizione credo che, sul seguito, ci si possa intendere senza eccessivi equivoci.

Gli intellettuali ebrei erano stati, nei secoli passati, impegnati soprattutto nella continua elaborazione e rielaborazione di una cultura ritenuta la sola o la più importante per gli ebrei, perché atta a mantenere la loro unità e a rendere vivibile la loro condizione. Nel nuovo tempo e fino ad oggi vi sono stati e vi sono intellettuali ebrei che continuano ad assolvere questo compito.

Non mancano però voci complessivamente critiche, nel senso che giudicano il lavoro di questi intellettuali in ritardo rispetto all’accelerazione del mutamento negli ultimi due secoli. Anche questo tema, certamente importante, mi interessa, ma è alquanto deviante rispetto all’attuale percorso. Almeno per il momento lo accantono, lieto se altri vorrà impegnarvisi.

Dopo la svolta epocale vediamo un numero di gran lunga più ampio – e crescente – di intellettuali ebrei operare in altre direzioni. Anche in passato non erano mancati intellettuali ebrei impegnati (anche) in direzioni diverse da quella tradizionale. La categoria maggiore o almeno la più visibile era stata, mi pare, quella dei rabbini-medici. Fenomeni interessanti proprio perché non ordinari. L’eccezionalità del caso Spinoza documenta la presenza subalterna, a casa nostra, del pensiero extra- o para-religioso.

A partire dal XIX secolo cominciamo a trovare ebrei presenti in posizioni di maggiore o minore rilievo in tutti i settori delle arti, delle scienze, delle tecniche, del pensiero. Una presenza che diventa più rilevante, mentre cresce, anche in percentuale, tra gli ebrei, il numero di coloro che si dedicano a professioni intellettuali. Caratteristico è il fatto che, dopo i primi abbandoni, la maggior parte di questi intellettuali, relativamente nuovi tra noi, pur operando in grande prevalenza extra moenia, direttamente nella e sulla società generale, tengono ferma e cara la loro appartenenza ebraica e il legame con il nostro popolo e la sua storia.

Possiamo al loro interno individuare un ulteriore gruppo di minoranza, quello degli ebrei che assumono nella società generale posizioni di potere, sia nel campo dell’economia che in quello della gestione pubblica (ma potere è già insito nell’attività culturale).

Dire queste cose può oggi sembrare discorso sull’acqua calda. Ma quella che appare oggi quotidianità non dovrebbe impedirci di riconoscere in quanto fin qui affermato, una straordinaria novità, un passaggio rivoluzionario che ci ha radicalmente mutati, mutando la nostra collocazione nel mondo (e mutato, sia pure in minima misura, il mondo stesso).

Un’ultima sottolineatura. Le nuove generazioni di intellettuali ebrei hanno creato una nuova possibilità, quella di studiare gli ebrei e le società genera1i, nonché il rapporto ebrei/mondo con un’ottica, per così dire, stereoscopica, vedendo contemporaneamente dalle due parti, dall’interno della minoranza e dall’esterno, dalla società generale, di cui. gli intellettuali ebrei sono ordinari componenti.

In altri modi, per altre vie altre minoranze stanno acquisendo una analoga possibilità; a loro vada il nostro augurio di successo.

A questo punto mi fermo. Occorre un ulteriore aggiornamento, perché l’oggi è già diverso. Rinvio agli articoli pubblicati su Ha-Keillah di febbraio 2002 ("Collocarci nel presente") e di aprile 2002 ("Internazionalità e internazionalismo"), e mi propongo di riprendere il discorso, ma in modo diverso.

Silvio Ortona

 

P.S. Sarà utile il confronto con "Gli incontri del popolo ebraico" di Diana Pinto (Ha-Keillah, giugno 2002), collocato "nell’era della mondializzazione".