Israele e i media
Convegno alla Fondazione Agnelli INFORMAZIONE O PROPAGANDA?IL RUOLO DEI MASS MEDIA
IN MEDIO ORIENTE
di Sara Levi SacerdottiÈ molto difficile separare la politica o meglio la propaganda di cui israeliani e palestinesi si accusano reciprocamente dallinformazione "pura" e obiettiva. Questa sembra essere la sintesi del convegno internazionale che si è svolto a Torino presso la sede della Fondazione Agnelli dal titolo: Informazione o propaganda? Il ruolo dei mass media in Medio Oriente. Dai numerosi esempi che i relatori hanno portato sembra che la prima vittima della guerra sia proprio la verità.
Il convegno è stato organizzato dallOrdine Nazionale dei Giornalisti, in collaborazione con la Fondazione Giovanni Agnelli e il Consiglio Regionale del Piemonte, inoltre hanno aderito alliniziativa anche il Comune di Torino, la Provincia di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Fondazione CRT, la Camera di Commercio, la Provincia di Alessandria, La Stampa e lATL di Asti.
Lincontro sul ruolo dei mass media in Medio Oriente, attraverso le testimonianze di autorevoli professionisti dellinformazione di diversi paesi, ha offerto una rara occasione per meglio comprendere problemi e responsabilità degli organi di informazione che operano nellarea.
Il panel dei giornalisti presenti era di altissimo livello, sono intervenuti oltre al direttore della Fondazione Agnelli Marco Demarie e il Presidente dellOrdine dei Giornalisti Lorenzo Del Boca, Walid al-Omary corrispondente da Ramallah di Al Jazeera Tv, Ugo Traballi inviato de Il Sole24Ore a Gerusalemme, Menachem Gantz corrispondente da Roma del quotidiano Maariv di Tel Aviv, Caroline Faraj corrispondente dal Medio Oriente di CNN Tv, Jamal Mohd Jadallah corrispondente da Roma dellagenzia stampa Wafa di Gaza, Majed Nehme capo redattore della rivista Le Nouvel Afrique-Asie di Parigi, Shimon Shiffer editorialista del quotidiano Yedioth Ahronoth di Tel Aviv e Maurizio Caprara corrispondente diplomatico del Corriere della Sera. Le conclusioni sono state affidate a Mimmo Càndito inviato de La Stampa.
Il punto di partenza illustrato dal Direttore della Fondazione Agnelli è che uninformazione corretta deve essere consapevole e cercare di evitare le distorsioni, anche involontarie dalle quali nascono e si alimentano i pregiudizi soprattutto laddove le divisioni hanno antiche origini. Soprattutto, non bisogna cedere alla tentazione di rappresentare gli eventi con un doppio linguaggio: quello con cui si parla alla propria comunità e quello per gli altri interlocutori. I professionisti dellinformazione sanno che il loro lavoro è una risorsa fondamentale per la costruzione della società civile e della democrazia.
Il Presidente dellordine dei giornalisti ha sottolineato come uninformazione libera e indipendente che operi per promuovere il dialogo e il confronto pacifico sia fondamentale, soprattutto in un momento in cui si respira pessimismo sul Medio Oriente: lo stato dei rapporti fra israeliani e palestinesi, gli attentati terroristici e le risposte militari che provocano, i venti di guerra che incombono sullIraq, le fragili democrazie o le aperte dittature, gli estremismi che prevalgono quando la politica non fa il suo mestiere sono segnali che non inducono allottimismo. Linformazione vive in questo contesto e dunque ne soffre le conseguenze.
Interessante ascoltare Walid al-Omary corrispondente da Ramallah: ha raccontanto che cosa significa fare informazione da una televisione come Al Jazeera. Al Jazeera, nel mondo della comunicazione, viene paragonata alla CNN del mondo arabo. Questa televisione è nata per iniziativa dellemiro del Qatar e si è affermata con la guerra ai Talebani. Oggi lemittente ha tra i 50 e i 75 milioni di spettatori al giorno e 500 giornalisti (350 nel quartier generale di Doha, capitale del Qatar, gli altri sparsi in oltre 25 sedi distaccate). Ma non è amata in tutto il mondo arabo, alcuni governi ne hanno chiuso le sedi (Giordania, Marocco, Libia, Arabia Saudita, Tunisia, Algeria e Kuwait). Spiega il giornalista che nel mondo arabo Al Jazeera non è più solo una tv, ma è diventata un simbolo di libertà, di Islam laico e moderno. Al Jazeera ufficialmente è un network privato, anche se il sovrano di Doha la foraggia con investimenti a fondo perduto di 27 milioni di dollari lanno, senza, a quanto pare, influire sulla linea editoriale. Tuttavia, come è ovvio, nei confronti di Israele Walid al-Omary ha sostenuto che la televisione per cui lavora sicuramente non è obiettiva e si schiera dalla parte dei palestinesi, tuttavia pur dichiarando la non obiettività sostiene di cercar di essere almeno onesto.
Caroline Faraj corrispondente dal Medio Oriente di CNN Tv ha illustrato quanto, in quellarea, sia difficile arrivare alla fonte dellinformazione perché linformazione stessa è interamente filtrata dagli addetti militari così come è stato per la prima guerra del Golfo e per quella in Afganistan, di cui non si è saputo nulla. Inoltre ha spiegato che la NBC concorrente della CNN è stata fondata dai Sauditi i quali ovviamente, finanziandola, ne condizionano anche la linea editoriale.
Il giornalista israeliano Shimo Shiffer editorialista del quotidiano Yedioth Ahronoth di Tel Aviv, ha seguito il processo di pace con Shimon Peres fin dallinizio degli anni 90. Comincia lintervento con un racconto: nel 1996 il figlio di un noto giornalista del Yedioth Ahronoth viene ucciso in un attentato su un autobus; Shimon Peres e molte autorità palestinesi vanno a trovare il giornalista per porgergli le condoglianze e il padre del ragazzo dice a Shimon Peres: "io ho perso un figlio e tu le elezioni". La settimana successiva si era sparsa la notizia che il mandante dellattentato sullautobus fosse Arafat, allora il giornalista si è spinto fino alla striscia di Gaza per verificare lautenticità della notizia per poi convincersi che non era vera la voce diffusa. Allora sul giornale scrisse un articolo in cui smentiva le accuse contro Arafat. Questo è lesempio supremo di obiettività giornalistica. Tale obiettività tuttavia sostiene Shiffer è decisamente eccessiva però è un esempio emblematico di come si fa del giornalismo.
Shiffer ripercorre attraverso i titoli del suo giornale il processo di Pace degli ultimi 10 anni con un interrogativo di fondo non risolto: "chi siamo noi giornalisti? Un riflesso del pubblico israeliano o quelli che danno la linea di pensiero". Allinizio del processo di pace i giornali dovevano aiutare Peres e Rabin a "educare" il Paese ai nuovi possibili accordi di pace. In un primo momento i giornali dovevano far accettare la figura di Arafat come interlocutore credibile del governo israeliano e non più come terrorista. Prima della firma a Camp David il Yedioth Ahronoth intitolava così "Rabin per il bene dei nostri figli". Shiffer faceva notare come luso della parola "figli" fosse molto importante perché toccava nel vivo gli israeliani rappresentando il futuro del paese, e quindi era più facile fare accettare il dialogo con Arafat. In seguito quando la situazione cominciava nuovamente a precipitare venivano presentati titoli quali "i bambini che non torneranno mai" e simili.
Non così attinente al tema del dibattito è stato invece Jamal Mohd Jadallah, corrispondente da Roma dellagenzia stampa Wafa di Gaza, che ha svolto una relazione puramente politica e davvero di propaganda con la conclusione che non ci sarà mai la pace in Medio Oriente.
È stato anche molto interessante lintervento di Ugo Traballi, che una volta di più ci ha ricordato come qualunque questione di politica internazionale in Italia diventi automaticamente, prescindendo dal contenuto, una divisione fra schieramenti riconducendo il tutto a mere questioni di politica interna, come ad esempio lIsrael day.
In conclusione si può dire che la difficoltà di informare e anche solo di dialogare sullinformazione senza che il discorso si trasformi in propaganda si coglieva anche da semplici gesti informali durante il dibattito in particolare fra Jamal Mohd Jadallah, e Shimon Shiffer. Piccoli segnali poco incoraggianti.
Sara Levi Sacerdotti