Israele
NUOVA INTIFADA di Marco MaestroIl testo "La Nuova Intifada" a cura di Roane Carey (con introduzione di Naom Chomsky e postfazione di Ugo Traballi) edito da Marco Tropea nel 2002 raccoglie molti contributi in massima parte scritti alla fine del 2000, ossia pochi mesi dopo lo scoppio della Intifada di Al Aqsa. Il libro si articola in quattro sezioni di diversa ampiezza dai titoli: 1) Repressione resistenza; 2) La guerra dei media; 3) I profughi, il ricordo, il rimpatrio; 4) Il risveglio dellattivismo. Poiché la materia è veramente tanta ho pensato utile dividere la mia recensione in due parti. Nella prima (la attuale) tratterò delle sezioni prima, seconda e quarta, riserbando a una trattazione successiva la sezione dedicata al problema dei profughi.
Si tratta di un lavoro collettaneo cui hanno contribuito ben 23 autori: alcuni di gran fama come Chomsky o Said, altri meno noti, ma comunque ben documentati sulla materia che trattano. Spesso si tratta di giornalisti, talora di ricercatori di istituti universitari e ci sono tra questi palestinesi, israeliani, americani tra cui qualche ebreo.
Il primo elemento che mi spinge a consigliare la lettura del libro è che si tratta di un libro apertamente e dichiaratamente di parte. È un testo che nel terribile conflitto che contrappone Israele ai Palestinesi e, in qualche misura gli Ebrei agli Arabi, si schiera senza ambiguità o tentennamenti dalla parte palestinese; una parziale eccezione è il contributo finale di Traballi, un giornalista del Sole 24 Ore, che fornisce un resoconto sintetico e corretto degli avvenimenti dellultimo anno. È ovvio che questa caratterizzazione del testo non sarebbe sufficiente per consigliarne la lettura che, en passant, è operazione, per un ebreo, abbastanza dolorosa: ciò che conta è che il libro è fatto molto bene.
Prima di entrare in un esame più dettagliato, penso sia utile sottolineare due elementi di carattere generale: Il primo riguarda la tendenza politica generale del libro che sembra riflettere una sola delle tendenze politiche presenti nellambito palestinese, quella del radicalismo laico, i cui nomi più noti sono la Ashrawi e Adel Shafi, primi negoziatori di Madrid al tempo del governo Shamir e in qualche misura quadri locali formatisi nella prima intifada. Queste posizioni sono spesso fortemente critiche nei confronti delle scelte politiche della direzione dellANP di Arafat, sono sempre molto rigide nei confronti di Israele e sostengono la necessità di una condotta meno ambigua e in prospettiva più affidabile, rispetto a quella zigzagante e contraddittoria del vecchio leader. Colpisce in particolare, che in tanta ricchezza di contributi, non ci sia nessuna voce dellala più "trattativista", quella che fino dallinizio aveva deplorato la deriva militarista della condotta dello scontro. Il secondo elemento da sottolineare concerne il momento in cui sono stati redatti i contributi: essi sono tutti precedenti all11 Settembre 2001, data che non avrà cambiato il mondo, ma il contorno e le prospettive dello scontro in Medio Oriente certamente sì e non in favore dei Palestinesi. Ovviamente, ancora una volta, non senza il contributo della loro elite politica; ma questo è altro discorso.
Nel complesso tutto il testo sembra risentire di un clima di avvio della "grande resa dei conti", direi quasi di una disperata euforia anche se è lecito pensare che oggi taluni testi non verrebbero scritti nella stessa maniera.
La seconda parte del libro è dedicata ad una analisi puntuale dellatteggiamento dei media americani nei confronti del conflitto; anche lintroduzione di Chomsky tratta di questo soggetto inscrivendolo però in una cornice più ampia. Chomsky è da decenni un critico intelligente, documentatissimo e implacabile di tutto lestablishment politico degli USA con una specifica inclinazione negativa nei confronti dei Democratici. Il radicalismo di sinistra americano con il suo rigore, la sua coerenza e la capacità di seduzione che un gruppo di personalità austere e disinteressate può esercitare, trova in lui un campione di alto valore. In coerenza con questa posizione non stupisce che le sue critiche si appuntino in particolare sul processo di Oslo, giudicato una svendita dei diritti e delle chances palestinesi da parte di Arafat, che ha sottoscritto un progetto neocolonialista presentato dai laburisti israeliani. Ogni tanto a temperare il mio rispetto per il radicalismo americano interviene la riflessione sul fatto che si deve esclusivamente alla azione di Ralf Nader (il candidato ecologista presentatosi alle ultime elezioni presidenziali USA) se oggi ci troviamo Bush come presidente. Ma questo, in effetti centra poco, anche se sulla pluridecennale impotenza politica del radicalismo, la sinistra in genere farebbe bene a riflettere in forma più organica e meno episodica; anche se non necessariamente polemica.
Gli altri due contributi di Abunimah e Ibish e di E. Said forniscono una disamina accurata di come i media americani abbiano nei primi mesi coperto lintifada e ne documentano la pesante parzialità a favore di Israele. Nel contributo di Said colpisce il leit motiv sul peso della lobby ebraica negli USA, da lui presentata come più avversa ai palestinesi che non la stessa opinione pubblica media in Israele. Casomai stupisce come un analista della sua forza e della sua cultura trascuri sempre il dato che in una democrazia di "lobbies" come quella degli USA non possa non essere attiva anche una lobby filoaraba o almeno filopetrolifera. E che in fondo, se gli Ebrei negli USA sono 6 milioni, i Musulmani sono ancora di più e non cè alcuna ragione per cui un personaggio come Bush non cerchi anche i loro voti, anche se è vero che la comunità islamica è più povera e meno integrata e in essa i Palestinesi in particolare appartengono probabilmente alle ultime ondate e sono tra i meno protetti.
I due contributi della quarta parte dedicata al risveglio dellattivismo sono pure interessanti, seppure forse di minor levatura. G. Svirsky è una attivista del radicalismo israeliano che ha sposato la causa palestinese (una versione della causa palestinese che almeno nelle speranze dovrebbe essere compatibile con lesistenza di Israele, un Israele molto diverso, se non addirittura limitato a degli israeliani in Terrasanta) e il suo pezzo rende conto con diligenza della multiforme azione dei vari gruppi storici di questa tendenza e dellevolversi delle loro posizioni. Anche solo per questo risulta molto interessante. Laltro contributo della ricercatrice americana N. Murray, confronta lazione politica del movimento in favore dei palestinesi con quella contro la dirigenza razzista sudafricana, e sottolinea quanto sia stato importante nella fine del dominio bianco in Sud Africa, lorientamento dellopinione pubblica americana. Quello che sinceramente un po stupisce, oltre allabbastanza discutibile trattazione in parallelo, è il fatto che non venga mai avanzato un dubbio elementare: dato che una lobby probianchi, prosudafrica razzista, pro diamanti ecc., negli Stati Uniti è ben plausibile che ci sia stata, cosa può aver spinto i dirigenti americani allatteggiamento sbilanciato pro Israele da tutti denunciato, se non il fatto che di Mandela si fidavano e di Arafat invece no? Non voglio discutere qui se hanno fatto bene o male. Osservo piuttosto che nel mondo di oggi non è facile per un popolo piccolo, povero e oppresso raggiungere le sue mete, quando i suoi dirigenti politici hanno perso credibilità presso gli USA, dopo averla persa presso la gran maggioranza dei necessari interlocutori della parte avversa.
Vengo infine alla parte più notevole del libro che è dedicata a "Repressione e resistenza" e che occupa da sola quasi due terzi del volume. Questa parte è a sua volta scomponibile in tre diversi settori. Il primo (quattro contributi), raccoglie testimonianze sulla terribile situazione in cui si sono venuti a trovare i palestinesi dopo lo scoppio dellIntifada. Si tratta di testimonianze di ottimo livello realizzate da A. Soueif, una giornalista egiziana al suo primo ingresso in Palestina, da N. Barham, una insegnante che vive a Beit Sahour e che tratta della sorte di Bet Jallah dal punto di vista dei cristiani che vi abitano, da M. Hanzeh, unaltra giornalista palestinese che vive in un campo profughi e da A. Weir, una giornalista francese che scrive su Gaza. Sono testi certamente coinvolgenti e sconvolgenti.
Negli altri due settori viene attualizzata la ricostruzione storica del processo di Oslo e della sua crisi e sono raccolti tre interventi di carattere più generale. Lanalisi del processo di Oslo e delle sue conseguenze per i Palestinesi è trattata in quattro saggi di grande chiarezza ed efficacia. È notevole il fatto che tre degli autori (M. Rabbuni, A. Roy, G. E. Robinson) siano ricercatori o americani o legati a istituzioni americane ed è anche notevole che raccolgano la parte del testo nel quale la analisi del comportamento della dirigenza dellANP è valutata e criticata con maggiore serietà. Naturalmente la responsabilità maggiore del fallimento viene attribuita alla parte israeliana.
Ma la ricostruzione delle dinamiche politiche dei governi che si sono succeduti in Israele è dettagliata e anche convincente. In particolare le conseguenze disastrose della zonizzazione dei territori con la relativa frantumazione e difficoltà di scambio allinterno dei territori stessi e ancor più verso Israele è documentata in maniera difficilmente oppugna-bile. E così pure la pervicace politica di estensione e rafforzamento della presenza dei coloni con il conseguente sviluppo delle infrastrutture necessarie, che non potevano non dare la netta impressione di una prospettiva di presenza diffusa sul territorio e soprattutto della continuazione di un controllo soffocante. Naturalmente il collegamento di una tale politica con la pratica terrorista viene o sottaciuto o appena accennato. E, soprattutto, non si evidenzia il dato essenziale che la finestra di opportunità per un avvio di una soluzione di compromesso, non si è chiusa con lassassinio di Rabin, ma piuttosto con la sconfitta di Peres alle elezioni successive per opera di Netaniahu. Comunque la politica del governo Barak viene analizzata con efficacia polemica non facilmente contestabile, anche se la situazione al contorno (leggi le sfide libanesi e il comportamento siriano) traspaiono tra le cause del fallimento. Il terzo saggio tratta diffusamente e in maniera assai convincente, della dialettica interna allANP e delle tensioni tra vecchia guardia dellesilio e quadri nuovi formati nella prima intifada. Questo tema è sviluppato più diffusamente nel saggio di Andoni che è lunico che presenta una critica della deriva militarista dellIntifada. La conclusione più sensata che sembra potersi cogliere dallinsieme dei tre saggi è che il processo di Oslo è fallito perché in un certo senso prematuro. La distanza tra le posizioni era ancora troppo grande.
Infine gli ultimi tre saggi che ho definito di carattere più generale: il primo, di A. Pacheco, una avvocatessa ebrea di origini americane ma residente da anni Israele, è una disamina accurata e implacabile di tutte le inadempienze che il processo di Oslo (cui, con più veemenza del solito, la dirigenza dellOLP è accusata di aver acconsentito per insipienza e per ignoranza dei dati di fatto sul terreno) ha sanzionato nei confronti della legislazione internazionale relativa ai diritti umani in specie nei riguardi delle popolazioni dei territori occupati. Lunica obiezione che si può muovere a questa appassionata e martellante requisitoria, riguarda la dubbia congruità della politica delle risoluzioni dellONU, durante tutto il quarantennio della guerra fredda, nel quale non si è mai voluto tenere nel debito conto la differenza tra una occupazione frutto di un attacco mirato alla conquista di territori e una frutto della vittoria in una guerra in cui il futuro occupante è invece stato aggredito. È vero che le decisioni dellONU sono tutte posteriori alla seconda guerra mondiale, ma è anche evidente che esse prefiguravano una coincidenza tra occupante e aggressore che mancava nel contesto israeliano. Il contributo di A. Bishara, parlamentare arabo della Kenesset, è un quadro estremamente interessante della situazione e soprattutto della politica della minoranza araba. È un capitolo in genere poco noto e poco indagato della realtà di Israele; eppure è facile capirne limportanza. Tra laltro la defezione del voto arabo nella campagna di Peres ne causò la sconfitta. E ancora più grave è stata la defezione nei confronti di Barak (che, verrebbe da dire, se la è meritata; anche se poi, forse né i palestinesi né gli israeliani si meritavano il governo Sharon ma lasciamo perdere). Lelemento più interessante del saggio che, a mio avviso evidenzia la personalità vigorosa e intellettualmente dotata dellautore, è la sottolineatura della differenza di situazione e anche di orientamenti politici tra palestinesi e minoranza araba in Israele, sia pure nel quadro di una riaffermata solidarietà e insistita rivendicazione di una identità nazionale (palestinese). Un esame puntuale delle posizioni esposte ne rivelerebbe contraddizioni difficilmente sanabili.
Lultimo saggio di O. Barghouti, un dottorando di filosofia delluniversità di Tel Aviv, è il più difficile a definirsi e insieme quello che tradisce il maggior risentimento verso Israele. Del resto neanche alcuni degli altri scherzano: notevole linvocazione a mantenere Israele nella situazione di stato paria. Pour cause non si dice: trasformare lo "Stato degli Ebrei" nell"Ebreo tra gli Stati", ma a quanto pare lo si pensa. Si tratta di un quadro generale di quella che potrebbe chiamarsi lideologia israeliana, più ancora che sionista, anche se il sionismo ne è individuato come il nucleo essenziale. La cosa più interessante è il tentativo di individuare in tale edificio ideologico un tallone di Achille, che viene chiamato il "Cuore nascosto della Palestina". Esso consisterebbe nel fatto che gli Israeliani hanno o a livello conscio o inconscio ben presente che sulla terra che ora occupano, essi sono in definitiva degli usurpatori. Israele, che prima o poi si potrà di nuovo-secondo lautore-chiamare Palestina, vive e prospera su un territorio da cui ha scacciato il popolo che prima lo occupava. E questo fatto come una sorta di peccato originale, non può che corrodere lo slancio vitale e la stima di sé degli israeliani. La cosa detta così può apparire una forzatura bassamente propagandistica. Ma anche questo è un saggio di buon livello.
Marco Maestro