Israele

Il mio rapporto con Israele

di Tamara Tagliacozzo

 

La mia attività nella Federazione sionistica è evento recente, seguito a un avvicinamento alle questioni del conflitto israelo-palestinese, impostosi in modo quasi violento con l’inizio della seconda Intifada, prima e ancor più dopo gli attacchi terroristici dello scorso marzo e con l’intervento successivo dell’esercito israeliano nei Territori. Il cosiddetto "assedio" della Chiesa della Natività e il clamore mediatico intorno a questo evento e al cosiddetto "massacro" di Jenin, poi ridimensionato, hanno avuto per me l’effetto di mettere in evidenza un antisemitismo cattolico veicolato soprattutto dalla televisione – ma anche da giornali come L’Osservatore Romano – e un antiisraelismo venato di antisemitismo in molti giornali della sinistra – compresa purtroppo La Repubblica. Di fronte a questa aggressione ho deciso di reagire con i miei mezzi: cioè con lo studio e la lettura dei giornali israeliani, con la partecipazione alla Federazione Sionistica Italiana e al suo Congresso di Roma, con l’andare in Israele al Congresso Sionista e poi recentemente con un viaggio di solidarietà verso le vittime del terrorismo. E soprattutto con il parlare moltissimo, con tutti, continuamente (soprattutto con gli amici che mi sono più vicini e a cui tengo di più), quasi in modo ossessivo, cercando di far superare quei pregiudizi che mi sono resa conto di aver avuto io stessa per anni: perché perfino noi ci troviamo in quelle strutture di pensiero che impediscono un esame realistico del conflitto.

Poi c’è stato l’Israel Day a cui ho partecipato da persona di sinistra e a cui tutti i miei amici non ebrei di sinistra hanno deciso di non venire. Ho rimproverato qualcuno di loro dicendo che mi hanno lasciato sola insieme ad A.N. e Forza Italia. Tutto questo mi ha ricordato il 1982, quando c’era stata l’invasione del Libano da parte di Israele e io, al liceo, soprattutto dopo Sabra e Chatila, mi sentivo bersagliata dai miei compagni di domande e soprattutto da richieste di "giustificazione" o condanna dell’operato di Israele e del suo esercito: ma c’erano critiche a Israele che mettevano anche in dubbio la legittimità della sua fondazione e soprattutto nessuno sapeva nulla della sua storia. In quel periodo, alla metà degli anni 80, dopo aver frequentato l’HaShomer HaTzair e il Benè Akiva, mi staccai dai movimenti giovanili e due anni dopo andai volontaria in un Kibbutz non religioso per un mese; poi ho viaggiato da sola in Israele, ho visitato parenti e amici di famiglia che avevano fatto l’alià.

È seguito un periodo di distacco e di presa di distanza dalla realtà israeliana e poi di avvicinamento a gruppi pacifisti, soprattutto il Martin Buber-Ebrei per la Pace; nel 1990 (durante la prima Intifada) ho passato un periodo di vacanza e di studio in Israele e per la prima volta sono stata nei Territori palestinesi. Tramite il giornalista israeliano Zvi Schuldiner, che scrive sul Manifesto, ho avuto la possibilità di andare in giro per i Territori con un’amica e due palestinesi dell’organizzazione Save the Children. Già si svolgevano molte attività e si intrecciavano rapporti tra israeliani e palestinesi, c’era Pace Adesso, e questo mi interessava molto (e mi interessa tutt’ora). A un certo punto i nostri accompagnatori palestinesi (a cui, su consiglio dell’amico palestinese che aveva organizzato la gita, non avevo detto che ero ebrea) si sono fermati a parlare con un amico e sembravano molto soddisfatti degli ultimi eventi politici: abbiamo chiesto di cosa si trattasse e ci hanno detto, visibilmente contenti, che il giorno prima Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait. Non ne sapevamo nulla. La mia esclamazione, forse imprudente, è stata: "ma è un pazzo!". Mi hanno risposto che quando si muovono gli americani nessuno protesta, quando lo fanno gli arabi invece...

Quando è cominciato il processo di pace si è verificato un mio distacco molto forte dalla situazione israeliana: oltre ad essere felice per la prospettiva di pace per Israele e per i palestinesi, mi sentivo pacificata, non dovevo più giustificarmi, sentirmi in colpa a livello psicologico. In qualche modo, oltre a un sincero desiderio di pace, il mio legame con i movimenti per la pace era legato a una distanza dalla realtà israeliana (ero vicina sì, ma a certe condizioni) e ad un bisogno di distacco dalle posizioni conservatrici della comunità ebraica romana, forse si legava anche ad un bisogno di integrazione nel mio ambiente politico di sinistra: tutto questo naturalmente non a livello cosciente. È cominciata per me una fase di post-sionismo: Israele, finalmente in pace (ma gli attentati sono continuati, Hamas e Jihad non hanno mai smesso di colpire) sembrava finalmente diventare un paese come un altro e potevo permettermi di staccarmene, di sentirmi tutta italiana, orgogliosa di appartenere a una Diaspora da cui Israele stesso doveva trarre giovamento, cultura, stimoli; Israele doveva valutare di più la Diaspora, non continuare a ripetere: venite qui. Sono stata ancora in Israele nel 1995, poco prima dell’attentato a Rabin che ha senz’altro significato una svolta. Il processo di pace, pur con interruzioni e sobbalzi, però continuava, l’Autonomia Palestinese aveva altre città da amministrare, anche se contemporaneamente venivano costruiti altri insediamenti.

Quando è cominciata la seconda Intifada, io ero completamente immersa nel modo di pensare classico, "due popoli, due stati": i palestinesi non vogliono altro, pensavo. In qualche modo, fino al rifiuto di Arafat del piano di Barak a Camp David, tutto sembrava procedere, pur faticosamente, in quella direzione, e se c’erano incertezze sembravano venire da parte israeliana. Quando Arafat, nel settembre 2000, ha scatenato la seconda Intifada, sembrava che semplicemente non controllasse i suoi. Ora si sa, anche per dichiarazioni palestinesi, che l’Intifada era in preparazione già alcuni mesi prima della famosa passeggiata di Sharon sul Monte del Tempio. Arafat ha rifiutato un piano di pace generoso dimostrando, con la sua insistenza sul problema dei rifugiati, di non volere la partizione della Palestina storica e di non volere la pace. Sempre più, dunque, mi ponevo la domanda: sono schegge impazzite o è una strategia terroristica? Ora è chiaro che è stata ed è ancora una strategia terroristica. Ho avuto discussioni feroci con amici e di nuovo ho dovuto scegliere tra giustificarmi e condannare Israele o giustificare Israele e identificarmi con gli "assassini". Questo era il mio vissuto: perché a ogni attentato, l’ormai premier Sharon attaccava Arafat, e molti miei amici non capivano perché venisse attaccato Arafat, anziché Hamas o le schegge impazzite delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa. E soprattutto, sembrava che tutta questa violenza fosse stata generata dall’elezione e dalla politica di Sharon, mentre sappiamo che era stata pianificata prima. C’è voluto un anno per rendermi conto che Arafat veniva attaccato perché responsabile di supportare o di non fermare il terrorismo e che le Brigate dei Martiri di Al Aqsa erano nate per fare concorrenza a Hamas sul suo terreno, erano magari nate indipendentemente dalla volontà di Arafat ma non da quella di persone che gli erano vicine ed erano state poi supportate da lui. A riprova di ciò sono stati trovati molti documenti ma ancora oggi, quando ne parlo, mi sento rispondere che potrebbero essere falsi e frutto della propaganda israeliana.

Alcuni mesi fa ho partecipato a un incontro di Piero Fassino con il Gruppo Martin Buber. Lo stesso Fassino aveva richiesto l’incontro, per riferire di un suo viaggio in Israele. Le sue posizioni mi sono sembrate pienamente condivisibili. Era d’accordo con il governo di unità nazionale e con la sua azione, e soprattutto con la costruzione del muro; aveva parlato con la destra e la sinistra israeliane, con Arafat e altri palestinesi della sua cerchia, incontrando le maggiori difficoltà di dialogo e di comunicazione proprio con Arafat, mentre altri dirigenti palestinesi molto aperti parevano bloccati da questa presenza ancora ingombrante. Aveva riportato un’impressione di scarsa chiarezza parlando di strategie di pace con alcuni rappresentanti della destra israeliana. In generale Fassino mi è sembrato molto equilibrato, anche nella sua dichiarazione di essere "ammirato" di fronte a uno Stato, Israele che, pur attaccato in modo così brutale, riesce a rispondere e a difendersi mantenendo molto basso il danno per la popolazione palestinese (e alto il livello della democrazia).

In questo momento si riscontra tra i dirigenti dei DS una grande apertura per capire le ragioni di Israele e per conoscere il conflitto in termini più realistici e meno ideologici; oltre Fassino, che è stato sempre assai aperto verso Israele, Veltroni è molto attivo: ha patrocinato pochi mesi fa un incontro di grande interesse tra Yossi Beilin e Rabbo. Recentemente, membri della Sinistra Giovanile dei DS hanno chiesto un confronto a Bruno Sed e a noi della Federazione Sionistica Romana perché avevano la necessità di conoscere una comunità, quella ebraica romana, che viene sentita come isolata e autoisolantesi dal punto di vista politico. Uno dei giovani dirigenti che ha chiesto di incontrarci ha detto che una comunità che ha così sofferto per le persecuzioni nazi-fasciste non dovrebbe sentirsi estranea e diffidente verso la sinistra: se lo fa, però, la sinistra dovrebbe allora chiedersi se non ha a sua volta un atteggiamento di incomprensione verso le ragioni che spingono la comunità ebraica romana a essere così diffidente. E naturalmente le ragioni sono l’antisemitismo di destra e di sinistra, il rapporto forte con Israele, l’atteggiamento negativo nei confronti della politica israeliana e della storia di Israele da parte di una sinistra che sta però rimettendo in discussione il suo atteggiamento tradizionale.

Purtroppo non si vede la stessa apertura da parte dei Verdi, di Rifondazione, di una parte della base dei DS e dei No-global, che si nutrono di pregiudizi vecchi di più di trent’anni e arrivano a un vero e proprio antisemitismo, non accettando talvolta lo stesso diritto all’esistenza dello Stato d’Israele. Alcuni dimostrano tolleranza verso il terrorismo, considerato una specie di resistenza o una semplice risposta disperata agli "atti criminali di Sharon" (metterei tra loro i commentatori sul Medio Oriente del Manifesto, che ultimamente hanno veramente passato il segno).

Nel quadro di questo mio ritorno sionista (più che altro un riavvicinamento alla realtà di Israele e alla sua sorte, che mi interessa conoscere in termini più concreti e meno ideologici) ho deciso di partire con la FSI per il Congresso Sionista Mondiale a Gerusalemme nel giugno 2002: ma su questo ho già scritto su Ha Keillah. Un altro viaggio che ho fatto è stato quello organizzato da una associazione non ebraica, "Appuntamento a Gerusalemme", che ha portato là all’inizio dello scorso novembre ebrei e non ebrei, parlamentari italiani, giornalisti, intellettuali di sinistra e di destra, per manifestare solidarietà a Israele, alle vittime del terrorismo e ai loro parenti. A questo viaggio hanno partecipato il vice presidente della Camera Alfredo Biondi, Ottaviano Del Turco, Pietro Larizza, Bruna Ingrao, il giornalista dell’Unità Giuseppe Caldarola, Renzo Foa, Maria Giovanna Maglie, giornalisti de Il Foglio e del Giornale, Fiorella Kastoris Padoa Schioppa, Luca Barbareschi.

Penso che sia importante, da parte di noi ebrei, guardare a Israele con più realismo e meno ideologia, sia da destra che da sinistra. Io leggo ancora La Repubblica ma leggo tutti i giorni Il Foglio, e non per questo sono diventata di destra. Mi sono resa però conto della non volontà di pace dell’Autorità Palestinese, e della maggiore moderazione di Sharon rispetto al modo in cui viene dipinto in Europa in generale, sui giornali italiani e europei (di sinistra e anche non), in particolare anche tra noi ebrei italiani di sinistra. La sicurezza sarà fondamentale anche per un eventuale governo di Mitzna e il candidato premier laburista sa di avere di fronte un nemico. La sua proposta di ritiro unilaterale in assenza di un accordo, non mi trova del tutto consenziente (in questo modo un accordo non ci sarà mai, e sembrerà piuttosto una fuga) ma è dettata, insieme alla costruzione del muro, dall’esigenza di fare veramente gli interessi della sicurezza e dell’economia israeliana. Anche Sharon è per uno Stato Palestinese: insiste sul primato della sicurezza ma accetta un ritiro dai territori con un accordo e la fine del terrorismo per un ritorno alla pace e allo sviluppo economico. Emanuele Ottolenghi su Il Foglio ha sottolineato come siamo di fronte a un maggiore "centrismo" di Sharon, che ha fatto suo il pragmatismo del vecchio partito laburista (anche nell’idea di un governo di unità nazionale). Comunque, staremo a vedere; se fossi israeliana voterei Mitzna, che propone qualcosa di nuovo e si è dichiarato disposto, in caso di vittoria di Sharon, a entrare in un governo di unità nazionale: cosa che, in Israele, è voluta da un’alta percentuale di votanti. Penso che dobbiamo ascoltare le voci che vengono da Israele, dobbiamo toglierci gli occhiali ideologici, che siano di destra o di sinistra, ed essere più realisti.

La maggior parte dei palestinesi (e in questo Arafat li rappresenta, dice Morris) vede Israele come un paese di ladri di terra, e desidera la sua distruzione. E proprio nell’educazione nelle scuole palestinesi quest’odio è sempre molto presente (cfr. Itamar Marcus), e non prepara nulla di buono. Benny Morris dice anche:" la pace per me resta un obiettivo, ma penso, e in Israele siamo la maggioranza, che non sia un obiettivo realistico, perché i palestinesi non sono interessati a raggiungerla. Dobbiamo prenderne atto". Di fronte a queste parole di uno storico di sinistra, dobbiamo riflettere, sperare nella pace e lavorare per essa ma anche capire le difficoltà e la realtà, e prendere coscienza del fatto che il rifiuto palestinese di una partizione è stato una costante nella storia del conflitto (1937, 1948, 1967, 2000). Spero che l’atteggiamento cambi. E dobbiamo far capire queste cose ai nostri amici non ebrei, che non le sanno, perché la propaganda palestinese in Italia è molto ambigua sul termine "occupazione" (cfr. il film palestinese "Intervento divino"). Penso che dobbiamo conoscere la Storia d’Israele e farla conoscere. Anche se fa male anche a noi, bisogna leggere anche i revisionisti di sinistra che hanno fatto crollare i miti sionisti, Benny Morris, Tom Segev, Zeev Sternhell, ma per sapere la verità e raccontarla, non per usarla in senso ideologico, come ha fatto Barbara Spinelli con Benny Morris o come fanno alcuni antiisraeliani con Sternhell.

Tamara Tagliacozzo