Israele

Il lutto condiviso diventa spinta

a un’azione politica comune

di Giorgio Gomel

 

Un incontro straordinario per spessore emotivo, umano e politico quello tenutosi in una sala del Campidoglio di Roma il 23 dicembre scorso, sotto gli auspici dell’Ufficio per la pace istituito a Gerusalemme dal Comune di Roma con il concorso delle associazioni Italia-Israele e Italia-Palestina – il cui lavoro nelle circostanze così difficili di oggi merita un plauso: Yitzhak Frankenthal e Aled Misk espongono a un uditorio purtroppo limitato ma partecipe i principi ispiratori e le attività di Parents’Circle-Families Forum (www.theparentscircle.com), le associazioni israeliana e palestinese delle famiglie delle vittime.

Parents’Circle nasce nel 1995, sotto l’impulso di Frankenthal che tuttora ne è il Direttore, il cui figlio Arik fu rapito e trucidato da assassini di Hamas il 7 luglio 1994. Oggi 500 famiglie israeliane e palestinesi, in un sodalizio di dolore che accomuna coloro che hanno perduto un figlio o un parente nella insensata spirale omicida che attanaglia i due popoli, aderiscono alle due associazioni e svolgono attività rivolte all’opinione pubblica nei due campi, talora insieme talora separatamente. Gli strumenti vanno dalle conversazioni nelle scuole ai meetings pubblici fra le famiglie delle vittime, dagli annunci sui media alle donazioni di sangue reciproche. Un progetto avviato di recente, dal nome Hallo Shalom, Hallo Salam, consiste in un numero telefonico gratuito che consente a israeliani e palestinesi di parlare fra di loro: negli ultimi due mesi in questo modo – ci racconta Frankenthal – 44.000 persone hanno potuto comunicare fra di loro.

La filosofia ispiratrice di Parents’Circle è la volontà di reagire alla violenza, non con la pulsione della vendetta e l’istigazione all’odio, ma ricercando il dialogo e la riconciliazione con l’altro per fermare lo spargimento di sangue e agire per la pace, muovendo dall’esperienza traumatica del lutto che così dolorosamente ha segnato le famiglie delle vittime.

Frankenthal non ha celato le difficoltà politiche e psicologiche che si frappongono al lavoro dell’associazione: il lutto per la propria gente ottunde l’empatia e la sensibilità per le sofferenze dei palestinesi, il perdurare del terrorismo radica in Israele una percezione dei palestinesi come un tutto indistinto – il nemico irriducibile votato nella sua interezza alla distruzione dello stato ebraico. Ma la finalità è quella di "suscitare dubbi nella società israeliana" e di "lottare per la pace perché i figli di altri genitori possano vivere in pace".

Aled Misk, un medico palestinese di Ramallah formatosi in Italia e che ha perduto il padre nell’intifada, ha detto come anche in campo palestinese sia difficile sgombrare l’animo della gente dal pregiudizio e dalla paura dell’altro – il nemico occupante. Ma tra i palestinesi va crescendo il rigetto delle azioni dei terroristi suicidi che acuiscono l’odio fra le due comunità e rischiano di portare al suicidio collettivo della nazione palestinese: se vi fosse uno spiraglio di ripresa della trattativa fra le parti e il riconoscimento di uno stato palestinese sovrano, questo aiuterebbe a spezzare la spirale del terrore e a isolare le fazioni più estremiste.

Giorgio Gomel