Giorno della memoria

Scuola e memoria

QUELLA PIOGGIA DI RISO

di David Sorani

 

Il ricordo istituzionalizzato può forse lasciare perplessi, e certo occorre guardarsi bene dal cadere nel trabocchetto della ritualità celebrativa e solamente occasionale. Ma è indubbio che fissare per legge la centralità della memoria, stabilire l’obbligo etico-politico di riflettere sulla distruzione dell’uomo perpetrata dal nazionalsocialismo è stato un atto di grande portata ideale, una scelta di valori e di identità da parte dello Stato. Una scelta che si rivela sempre più come uno strumento significativo di analisi e di approfondimento.

La scuola è il terreno privilegiato di questo orizzonte. Il rapporto tra scuola e memoria non è certo nuovo. Da molti anni, per limitarsi a un esempio locale, numerosi studenti delle scuole superiori del Piemonte svolgono lavori di ricerca a gruppi, su temi legati alla deportazione e alla resistenza, nel quadro di un concorso indetto dal Consiglio Regionale che premia i vincitori con viaggi della memoria nei Lager e nei luoghi della lotta partigiana. Il giorno della memoria, istituito nel dicembre 2000 e ricordato a partire dal 27 gennaio 2001, costituisce però una strada privilegiata per lo svolgimento di una didattica particolare: è l’occasione – che non deve rimanere isolata – per fermarsi a riflettere su vicende individuali e collettive, per tentare – entro un rigoroso quadro storico – un confronto diretto con quella realtà di discriminazione, oppressione, eliminazione totale, un incontro capace di coinvolgere personalmente i giovani, senza togliere loro l’autonomia critica d’assieme ma spingendoli al di là della linea nozionistica e argomentativa del manuale.

Tra le occasioni di approfondimento più significative di quest’anno va segnalata Sul fondo, una lettura di Se questo è un uomo (è il titolo del secondo capitolo) a cura di Gianni Bissaca alla quale ho partecipato con un’ultima classe di liceo classico. Una lettura, appunto, non una messa in scena, inadeguata secondo l’attore-regista ad esprimere la ricchezza e la profondità delle pagine di Levi. Una lettura appassionante, coinvolta e coinvolgente, che tiene avviluppati alle situazioni estreme e intime del Lager, capace di restituire appieno e se possibile dilatare la forza descrittiva ed evocatrice della prosa di Primo Levi, portata ad esaltarne l’irraggiungibile linearità di argomentazione.

La proposta di Bissaca si articola in due versioni, entrambe affascinanti e penetranti. La prima è presentata direttamente nelle scuole, senza alcun apparato scenico ma con l’intervento, accanto al lettore, di una cantante e di un violoncellista: alcune delle pagine pregnanti del libro prendono forma per l’ascoltatore su un sottofondo sonoro inquietante creato dal violoncello; le scene del Lager si aprono talvolta a melodiose, malinconiche canzoni della tradizione sefardita. Si potrebbe sostenere che si tratta di elementi superflui; certo una lettura individuale non necessita di queste "espansioni". Ma è proprio la dilatazione emotiva creata dal suono e dal canto che, lungi dall’alterare il senso e la forza verbale del testo, accentua per un pubblico "di gruppo", la capacità della parola di tradurre la sofferenza fisica e interiore, di evocare l’immagine della casa e della famiglia perduta. La seconda versione è quella più ampia, proposta al Teatro Agnelli di Torino dal 22 al 24 gennaio: il pubblico, cioè gli studenti, è sul palcoscenico; seduto su panche di legno circonda Bissaca che da solo, con l’inserimento di musiche e altri testi pre-registrati, legge, commenta, racconta. Nei due modi, che tra loro si integrano e che l’autore-attore consiglia entrambi per ogni classe, il tono dello "spettacolo" (se proprio vogliamo chiamarlo così) non è mai univoco, apodittico. Si tratta comunque di una lettura critica, amichevolmente guidata, di cui si forniscono gli strumenti di decodificazione, di cui si tenta di spiegare il senso sia attraverso riferimenti biografici bibliografici e globalmente interpretativi della figura di Primo Levi (viene ad esempio menzionato il rapporto centrale che lo scrittore stesso pone tra sé e il vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge), sia mediante il richiamo ad altri significativi testi della memoria (per esempio a La vita offesa), sia spingendo i giovani a coinvolgersi in prima persona, a riflettere, a scrivere e inviare i loro pensieri. A rendere visibile e palpabile questa scelta critica quasi da laboratorio, davanti a sé Bissaca tiene alcuni libri, diversissimi tra loro, implicati in vario modo in Se questo è un uomo. Così, attraverso molteplici sottili intrecci, ci propone la sua lettura di tante essenziali pagine del libro: una lettura sua, ma a quel punto anche nostra, una lettura-esplorazione di gruppo.

Riviviamo scene-cardine, insostituibili: il campo di Fossoli prima della partenza, il viaggio verso Auschwitz, la selezione all’arrivo, la disumanizzazione progressiva prodotta dal Lager, il ricordo travolgente della propria casa mentre il passaggio di un treno sottrae per qualche istante lo Haftling al controllo delle SS durante il lavoro, il dantesco canto di Ulisse recitato, come conquista dell’intelligenza e della libertà, al compagno Pikkolo trasportando il bidone della zuppa, l’impiccagione dell’ultimo ribelle, l’unico ancora libero davanti a una folla di uomini ormai piegati dai dominatori. Gli studenti seguono partecipi, completamente "catturati" da questa esplorazione lucida eppure commossa della realtà-Lager. Avvertono che la lettura di Bissaca è del tutto fedele alla ragione rigorosa e sofferente di Primo Levi; sentono emergere, interconnessi tra loro, i tre piani della sua narrazione: quello "architettonico" della struttura concentrazionaria, quello "corale" della condizione umana collettiva dei prigionieri, quello "individuale" dell’interiorità del protagonista. Restano attoniti e pensosi di fronte al colpo di teatro finale, una trovata geniale che pare sintetizzare il senso di tutta la lettura. Sei milioni di chicchi di riso piovono dall’alto sul palcoscenico; per diversi minuti continuano inesorabili a cadere rimbalzando per terra e colpendo gli spettatori. È un appiglio sfuggente e angosciante per dare un tenue riferimento a quel numero che non riusciamo neppure a immaginare: sei milioni.

David Sorani