Recensioni (libri, teatro, pittura)
Per non dimenticare In occasione della cerimonia commemorativa del 16 Ottobre 1943, che si tiene annualmente a Yad Vashem a Gerusalemme, l"Irgun Olei Italia" (Associazione degli Ebrei Italiani immigrati in Israele) ha pubblicato il libro"Per non dimenticare" appunti e ricordi
È una raccolta di testimonianze, originali, di persone che hanno subito le persecuzioni razziali in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale che hanno accettato di raccontare le proprie vicende di quel periodo e che rappresentano lultima generazione che può ancora parlare in prima persona.
Già i nostri nipoti, e certamente i nostri pronipoti, verranno a conoscenza di quegli avvenimenti soltanto attraverso i libri di storia. Nel volume sono raccolte le testimonianze che ci sono pervenute sia in italiano che in ebraico, affinché loriginalità dei racconti non vada perduta.Vogliamo proporre a tutti la lettura di questo libro, un piccolo contributo alla grande storia dellEbraismo Italiano.
Ruben Montefiore
Irgun Olei Italia
Si possono ordinare copie del libro (50 shekel) presso:Ruben Montefiore Tel. 972-03 5406672 - nooa@netvision.net.il
Claudia Amati Tel. 972-09 7717958 Fax.972-09 7748907 slamario@012.net.il
Claudia Orvieto - Tel e Fax 972-02 6512897
In camicia da notte uscii sul balcone
Affidato alle mani di Paolo Ravenna un semplice spaccato di vita familiare diventa un capitolo della storia dItalia1. Lettere agli zii, corrispondenza privata, mattinali della Questura, verbali di traduzione, diari e memorie personali fanno da sfondo documentario al libricino da sfogliare come unagenda di casa. "Mio padre Renzo era il quinto dei sei figli di Tullio Ravenna La tragedia delle persecuzioni si è abbattuta sui sei fratelli a partire dalla fine degli anni trenta, con pari violenza , ma con vicende ed esiti diversi". Si procede per tappe: "le leggi razziali non causarono troppi problemi per lattività commerciale e nemmeno nei rapporti sociali". Ma il 10 giugno 1940 segna una piccola grande svolta nella tranquilla quiete familiare. "Dopo un paio di giorni cominciano gli arresti degli ebrei e il loro internamento in campi di concentramento nella penisola , ammanettati come volgari malfattori". Arriva lora delle Sinagoghe. "La sera di Rosh Hashanà del 1941, Asvero Gravelli, del Direttorio del P.N.F. tiene un violento discorso e subito la base rivoluzionaria comprende lantifona e dà lassalto ai due templi ebraici Tedesco e Fanese Spaccati i banchi, rotte le colonne di marmo asportate le Sacre Bibbie, divelte le porte e rotte con asce le finestre. LArca Santa , gioiello di falegnameria del 15° secolo, presentava larghi squarci Le lampade votive in argento asportate e alla sera al Gruppo Rionale il Gravelli ballava con le catenelle attorcigliate alle braccia". Nel primo periodo dellarmistizio, 8 settembre 43, e fino alle leggi del gennaio 1944 prevale uno strano "fai da te" da parte delle autorità locali. Ai fermi illegali seguono assicurazioni di pronta liberazione: domina ancora fra gli ebrei una piccola speranza unita a una grande quanto vana illusione di trasferire in campagna famiglie con vecchi e bambini, fatta salva una modesta e limitata quota di precettazione per gli uomini in età lavorativa. In sostanza prevaleva un diffuso senso di sicurezza personale. "Ancora non si pensava di scappare, tanto meno di nasconderci, si parlava solo di sfollare la città per prevenire i bombardamenti. Io però avrei dovuto fare la spola dato il mio lavoro" (Gianni). In ditta o al negozio ci si doveva andare per non far mancare lassidua presenza del titolare al servizio della clientela. Ma qualcosa non funziona, o funziona fin troppo bene. Ricominciano gli arresti che però sembrano ancora individuali "Fui arrestato l8 ottobre nella mia camera da letto, dalla questura italiana e dalle Brigate Nere insieme dopo una settimana fummo riaccompagnati a Ferrara con la promessa di essere liberati perché ancora le disposizioni non erano state emesse dal Governo di Salò" (Gegio). Talvolta bastava un primo allerta per risvegliare riflessi sopiti e decidere, nel bene come nel male, i passi successivi. Ferrara, antivigilia del Kippur 1943. "Una forte scampanellata alla porta di ingresso i tedeschi! Un tedesco col fucile spianato e un questurino erano venuti alle 4 del mattino per prelevare Tullio Ravenna Non bastò spiegare che il nonno riposava nella quiete eterna da oltre 22 anni ma quel passo è rimasto a rimbombarmi nei timpani e nel cuore, incancellabile" (Alberta Levi).Si sfolla a Roma in attesa del prossimo arrivo degli alleati. 15 ottobre 1943: "alle sei del mattino le S.S. suonarono alla porta Quel passo di aguzzino che aveva profanato la nostra casa di Ferrara decise della mia vita. In camicia da notte uscii sul balcone" (A. L.). Renzo era stato una figura di spicco nel panorama politico locale fra le due guerre. Avvocato, amico di Italo Balbo, proveniva dalla Lista dei Combattenti. Già assessore ai Lavori Pubblici era considerato uno stimato amministratore locale. Podestà dal 1926 fino alle leggi razziali del 1938, iscritto al Partito dal 1924 era lunico ebreo primo cittadino di un capoluogo di provincia. Era stato discriminato per meriti politici e patriottici. Nel libro la sua voce tace, ma non la sua figura e il suo percorso di fuggiasco: con moglie e tre figli vaga per un mese da un valico allaltro aiutato da molti amici, ma anche ricattato e puntualmente derubato dai passatori. Era diventato una preziosa merce di contrabbando. "Allultimo, nel sacco, la mamma ha messo lantico tappetino delle feste ebraiche e il suo libro di preghiera". Al primo controllo oltre frontiera esibisce un certificato notarile di appartenenza ebraica. Sembrano increduli e molto sospettosi. "Di queste carte in Italia con mille lire ne compro quante ne voglio" obietta il doganiere e decreta il rimpatrio dellintero gruppo. Poi si ravvede e domanda incuriosito: "cosa significa podestà? Forse badogliano? Certo (che) sì Allora cambia tutto, vado a telefonare a Berna". Renzo faceva così ingresso nella libera Svizzera e si lasciava alle spalle i resti di una famiglia offesa, massacrata e dispersa. A chi ci viene a parlare di Ragazzi di Salò, di guerra civile e fratricida, e, finalmente, di pacificazione potrà bastare questo piccolo verbale di polizia e non dei peggiori.
Guardia Nazionale Repubblicana
Lanno millenovecentoquarantaquattro addì 10 marzo ore 14
Noi sottoscritti abbiamo ricercato lebrea Ravenna Margherita per dare esecuzione allordine di arresto dellufficio politico della Questura Trovatala lo (sic) abbiamo dichiarata in arresto lo (sic) abbiamo tradotta in questa caserma
Fatto, letto e chiuso (sic) in data e luogo di cui sopra ci sottoscriviamo
Questa e solo questa, per chi lo volesse dimenticare, è stata la Repubblica Sociale Italiana.
Giuseppe Tedesco
1 Paolo Ravenna, La famiglia Ravenna 1943-1945, Corbo Editore, Ferrara, 2001, pp. 81 di testo e 61 di documenti.
LucianoAscoli: "Tu vil marrano"
Bardi ed.,Roma 2002, pp.138
Il titolo è un buon invito alla lettura, perché suscita immediatamente reminiscenze di poemi cavallereschi, di vecchie opere tragiche, di disfide. Linsulto "marrano", come è noto, fu rivolto dai cristiani, a partire dalle persecuzioni nel 1492 in Spagna e in Portogallo, contro quegli "infedeli", ebrei e mussulmani, che per salvarsi dal rogo si convertirono al cristianesimo, ma nel segreto della famiglia continuarono a osservare i precetti e i riti della loro originaria vera religione. Secondo una radice araba significa "maiale".Lautore, come molti ebrei, racconta la storia della sua famiglia sefardita, gli Ascoli, e parte da quella del bisnonno, Davide, proveniente da Ragusa e fermatosi a Venezia, dove svolse il particolare mestiere di "vestiarista" nel teatro La Fenice, creatore dei sontuosi abiti che sfoggiavano i personaggi delle celebri opere rappresentate. E lispirazione della ricerca viene a Luciano Ascoli dalla contemplazione dellultimo incendio della Fenice, simile al rogo che in altri tempi lInquisizione innalzò per immolarvi suoi antenati, incendio che distrusse anche gli scritti e le opere dellavo.
LAscoli, avvocato, militante un tempo nel partito comunista, autore di molti articoli sulla questione israelo-palestinese, nato da padre ebreo agnostico, da madre cattolica con un cognome ebraico, battezzato da bambino per sfuggire alle persecuzioni razziali, come ossessionato da adulto sul significato dell esclamazione Tu vil marrano! ,si propone di ricostruire, attraverso minuziose ricerche, il groviglio delle vite, dei viaggi, dei mestieri di suoi antenati, ora ebrei ora marrani, dalla costa dalmata a Venezia, per giungere alla città originaria, Ascoli, da cui proviene il cognome.
La prima parte del libro riguarda linfanzia e soprattutto la fuga clandestina con la famiglia in Svizzera sotto la guida di contrabbandieri, di notte, su uno stretto sentiero. La madre, già in vista delle luci della salvezza, precipita improvvisamente in un burrone e solo più tardi la sua salma sarà recuperata, vittima anchessa della Shoà.
Avanzando nelladolescenza Luciano appare come profondamente turbato dalle due religioni che investono la sua cerchia parentale, e quindi la sua vita, attraverso giudizi di estranei e osservazioni sue su realtà esterne, come ad esempio il Tempio votivo cattolico del Lido di Venezia, che a lui fa immediatamente sorgere, come dal subcosciente, la immagine di una sinagoga. E nella complessa storia del passato e del vicino presente della sua famiglia, lautore indica meticolosamente di ognuno la condizione religiosa, ebreo o marrano, quasi per rispondere a se stesso: io sono luno o laltro?
Sembra aiutare lautore a orientarsi nel dubbio la rievocazione di ebrei anchessi dalle personalità complesse, come Baruch Spinoza, marrano in quanto espulso dalla comunità per i suoi principi filosofici e Franz Kafka, per il suo esplicito cosmopolitismo.
Il lungo tormento personale, di cui il libro è la confessione, trova espressa la sua liberazione nellultimo capitolo, "Viaggio di ritorno" non alla cara Venezia, considerata dallautore non più come la "sua" città, ma semplice luogo di transito. "Ero partito conclude alla ricerca di ritrovare la mia identità, convinto che fosse quella di un marrano, e avevo, senza saperlo, intrapreso quel viaggio di ritorno verso lidentità ebraica verso la libertà".
Giorgina Arian Levi
Steven Nadler - BaruchSpinoza e lOlanda del Seicento
Einaudi 2002 (pagg. 410 - Euro 25.00)
"Basato su rigorose ricerche darchivio, il Baruch Spinoza di Steven Nadler più che un semplice resoconto della vita del filosofo olandese introduce il lettore nel cuore della Amsterdam ebraica del XVII secolo e nel tumultuoso mondo politico, sociale, intellettuale e religioso della giovane repubblica olandese"
Questa breve annotazione contenuta nella quarta di copertina definisce in modo chiaro e sintetico lidentikit di un libro in cui, anche se numerosi capitoli sono dedicati allanalisi del pensiero e degli scritti di Spinoza, viene tracciato un quadro molto articolato e affascinante dellOlanda del 600, ebraica e non ebraica. Il libro di Nadler inoltre è una delle più accurate e documentate biografie del filosofo olandese, basata sia su documenti originali sia sullopera dei numerosi studiosi che hanno lavorato sullabbondante e spesso inedito materiale archivistico relativo alla vita e allepoca di Spinoza e più in particolare alla comunità ebraica di Amsterdam, materiale che è venuto alla luce negli ultimi sessantanni. Questi elementi, come afferma lautore, hanno fatto sì che "ogni biografia precedente sia diventata piuttosto obsoleta".
Ed è ancora lo stesso autore che provvede, nella prefazione, ad indicare quali siano stati gli interrogativi di fondo che hanno sotteso al suo lavoro: "In che modo i diversi aspetti della vita di Spinoza il suo sfondo etnico e sociale, il suo esilio e la sua posizione intermedia tra due culture totalmente differenti, quella della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam e quella della società olandese, il suo sviluppo intellettuale, le sue relazioni politiche e sociali in che modo tutto questo ha contribuito a disegnare il profilo di uno dei pensatori più radicali della storia?" Che cosa significava essere un filosofo ed un ebreo durante letà delloro della repubblica olandese?"
La prima parte del libro è dedicata allanalisi storico-sociologica dellinsediamento ebraico ad Amsterdam tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo. Se ci si sofferma su queste date si coglie immediatamente uno degli aspetti più straordinari del marranesimo: è già trascorso un secolo ed anche più, dagli anni delle conversioni forzate imposte agli ebrei della penisola iberica; un secolo significa che sono ormai cinque o sei generazioni che il cristianesimo è entrato a far parte della loro quotidianità; eppure il legame con lebraismo è rimasto talmente radicato che, non appena giunti in territorio olandese, essi chiedono di poter ritornare a far parte del "Kahal Israel". Ritorno che comunque non è esente da problemi connessi innanzitutto con la diversa natura della comunità della quale si entra a far parte: una comunità "la congregazione" strutturata in modo oligarchico, gestita autocraticamente da un consiglio onnipotente "il maamad" che controlla vita pubblica e privata di tutti i suoi membri; una comunità in cui anche lautorità rabbinica è soggetta a quella del consiglio; una comunità di persone che sono sì ritornate allebraismo ma che il contatto, sia pure forzoso, con il mondo esterno ha irrevocabilmente trasformato. Sullo sfondo vi è lOlanda del seicento con le sue lotte per salvaguardare la propria autonomia repubblicana dalle mire egemoniche delle dinastie europee, con la sua straordinaria intraprendenza economica e commerciale (alla quale peraltro la comunità ebraico-portoghese dà un contributo fondamentale), con il suo protestantesimo che ha liberato la società dallipoteca cattolico-ecclesiastica aprendola alla modernità, ma che essendosi ormai istituzionalizzato è diventato a sua volta intollerante nei confronti delle ricorrenti istanze contestatrici che si manifestano al suo interno.
È un quadro che Nadler traccia con grande chiarezza e a cui dedica una buona parte del suo lavoro; è in questo quadro che nasce e trascorre, senza soluzione di continuità, lintera sua vita quel Baruch Spinoza che sarebbe "diventato uno dei più importanti e celebrati filosofi di tutti tempi e di sicuro uno dei personaggi più radicali e controversi della propria epoca".
A differenza di quanto normalmente si crede non risulta che Spinoza abbia mai effettuato studi superiori talmudici tali da consentirgli di diventare rabbino, ciononostante "al tempo in cui cominciò ad allontanarsi dalla comunità ebraica egli si era già notevolmente impratichito con la tradizione filosofica, letteraria e teologica ebraica. Questo è un qualcosa che lo differenzia da tutti gli altri grandi filosofi di quel periodo".
Il 27 Luglio del 1656, come è noto fu comminato il "cherem" con cui "...su decreto degli angeli e su ordine dei santi, noi (Signori del maamad) scomunichiamo, espelliamo malediciamo e danniamo Baruch da Espinosa, col consenso di Dio, sia Egli lodato, e con il consenso dellintera santa congregazione e di fronte a questi rotoli che recano scritti al loro interno i 613 precetti". Il cherem era assai in voga nellOlanda del seicento e costituiva uno strumento di indubbia efficacia per mantenere la coesione "di una comunità di ebrei la cui fede e le cui pratiche erano ancora piuttosto instabili e spesso offuscate da credenze e pratiche eterodosse, derivanti in parte dalle loro passate esperienze in seno al cattolicesimo iberico". Il "cherem" era generalmente un provvedimento temporaneo di breve durata, una punizione che dopo essere stata scontata ammetteva il rientro nella normalità comunitaria. Quello emesso nei confronti di Spinoza invece non solo non risulta essere mai stato revocato, ma si caratterizza per la sua estrema veemenza, segno che le idee da lui professate erano considerate non solo eterodosse ma particolarmente esecrabili e pericolose per lordine costituito. Valutazione questa che venne successivamente condivisa anche al di fuori dello stretto ambito della comunità ebraica, in quanto lopera di Spinoza fu per tutto il periodo della sua vita ed anche dopo per ancora molti anni, oggetto di diffidenza e di condanna anche da parte delle autorità civili del suo paese, e non solo di quello. Il "cherem" costituisce comunque nella vita di Spinoza la fine definitiva di ogni suo rapporto con la comunità ebraica.
Ma cosa cera di così sconvolgente ed eretico nelle idee professate da Spinoza? Era la prima volta che concetti, taluni di ascendenza cartesiana, quali lunicità della "sostanza" e la sua identificazione con Dio e con la Natura, la negazione dellesistenza della libertà umana (il libero arbitrio), il necessitarismo universale, lesigenza della libertà religiosa, venivano inquadrati in un sistema organico che veniva proposto ad un tempo quale modello religioso, politico e filosofico. Nadler segue levoluzione del pensiero di Spinoza attraverso tutte le sue opere e dedica particolare attenzione anche ai suoi rapporti epistolari che costituiscono una componente essenziale del materiale documentario utilizzato per la redazione di questopera e che contribuiscono ad illuminare la semplice vita di un uomo che, pur continuando fino alla fine dei suoi giorni il suo modesto mestiere di intagliatore di lenti, ha lasciato un segno indelebile nella storia del pensiero umano.
Spinoza muore allAia il 21 febbraio del 1677. Annota Nadler: "... è un vero peccato che le sue ultime parole, quelle scritte proprio alla fine del "Trattato politico", siano una breve digressione sulla assoluta incapacità delle donne a gestire il potere politico" e cita: "È lecito sicuramente affermare che per natura le donne non hanno un diritto uguale agli uomini ma che sono necessariamente inferiori ad essi, e che non può accadere che i due sessi governino insieme, e ancor meno che gli uomini siano governati dalle donne", per concludere: "È strano che non si sia accorto che non cera un solo aspetto della sua filosofia che conducesse necessariamente a questi risultati, ma che tutti i suoi principi avrebbero dovuto condurlo a conclusioni nettamente opposte". Anche ai più grandi è concesso qualche scivolone che contribuisce a renderli più umani e talvolta ancora più grandi!
Tullio Levi
Un tetto per il violinista
"Vien proprio da chiedersi come sia possibile ridere tanto leggendo un libro così triste" (Gad Lerner)1.Questa è "la storia meravigliosa del modo con cui Tevye, che era povero di denaro ma ricco di figliole, trovò la sua fortuna, per un caso che merita di essere riferito" (Sholem Aleichem, Il violinista sul tetto, Ist. Graf. Tiberino, Roma, s.d., pref. L. Tas), così apre la agrodolce saga di famiglia. Le figlie sono sette, due le vacche, un ronzino malandato che traina il carretto, una moglie mai contenta: il patrimonio di famiglia è tutto qui. Arricchiti di provincia, avventurieri, ladruncoli, sapienti rabbini e linsaziabile fame: tutto fa da sfondo alle meditazioni ora desolate ore consolatorie del pio Tobia. Tristissimi sono sempre i resoconti del passato, cioè di fatti realmente avvenuti, ingenuamente creduloni e ottimisti quelli che riguardano tempi a venire quando, senza dubbio, anche il lupo pascolerà con lagnello e le vanghe si trasformeranno in aratri. In un mondo statico, consuetudinario e lambito da lontano dai tuoni delle guerre e delle rivoluzioni, le sciagure diventano maledizioni famigliari che si abbattono con crudeltà sul tetto del mite (tov) lattaio e del suo controcanto, la linguacciuta, pur doro, moglie Golde, "quella che dà un senso autentico di poesia frammista a robusta prosa alla casa, alla famiglia, in un equilibrio che si vorrebbe senza tempo" (L. Tas). Larguzia e la serenità del nostro omino ne fanno un prototipo letterario di un mondo di cappellai, sarti e ciabattini che in carne ed ossa, gemendo e pregando, hanno popolato le Zone di Residenza. Con citazioni bibliche usate ed abusate in libertà, pallida reminiscenza di lontani e mediocri studi al Heder del paese, più spesso inventate o inserite in un contesto del tutto a sproposito, lindustriale caseario offre spiegazione ad ogni cosa, adottando fatti o persone delloggi alla Torà del Sinai o alla leggenda di Ester e Mordechai. Ma viene il momento del distacco. Il ricco e grossolano genero, lo sgradevole marito della figlia Beilke, lo induce e levare le tende. "Tutti i vecchi ebrei partono per Erez Israel Ebbene? Perché ci pensate tanto? Uno, due, tre Dovete partire di qui col direttissimo per Odessa Per i viaggi di mare la migliore stagione è questa Dovete farcelo sapere e noi verremo tutti e due alla stazione per salutarvi". Shulem Rabinovitz (1859-1916), che pure era coerente col Movimento di Rinascita Ebraica non la butta per niente sul sionismo liberatore. Ci si recava a Gerusalemme più per morire che per abitarci, come ad un pellegrinaggio passe partout, porta per un onorato accesso allal di là. Tutto suona come un malinconico esilio assai più che non la realizzazione del sogno, quello appunto, che ci attende da 2000 anni. "Me ne tornai a casa e cominciai a vendere tutti gli oggetti che avevo raccolto in tanti anni Ogni pentola che se ne andava mi portava via un pezzo della mia salute ma il più gran dolore lo ebbi per il mio cavallo Perché soltanto il cavallo?". Addio dunque Nalewke, fangoso e cadente paesello natale. È venuto il momento di approdare in "terra dIsraele, invocata ogni anno nei vivaci riti di Pesach ancora lontana, anche non mai dimenticata" (Tas). "Di tutto avrò desiderio laggiù Avrò nostalgia del cavallino e del villaggio, del sindaco , delle guardie, dei villeggianti , dei ricchi e perfino di Efraim, il sciadhen, lo prenda il colera! Perché, in fin dei conti, anche Efraim non è che un povero ebreo che, disgraziato, cerca di guadagnarsi da vivere". "Sarà il viaggio del rimpianto. Tewie è troppo stanco per assaporare la gioiosa riscossa sionista. Finirà i suoi giorni da sradicato senza però negarci il regalo dellultima lacrima e dellultima risata" (G. Lerner). E questa per molti si chiama alià? Il Teatro dImpegno non è cosa da poco. Vuole essere pedagogico, tenere toni alti, inviare messaggi non equivoci agli spettatori che accorrono numerosi, riempiono capannoni dismessi, qualche piazza o meglio ancora le feste di partito e applaudono contenti prima ancora che qualcuno batta i tre fatidici colpi dinizio. Se la compagnia è internazionale e multilingue va messa in riga, resa affiatata, ben coordinata e omogenea dalla dolce-dura mano del regista-capitano. Quando canto e recitazione si esprimono in una lingua che parla col pianto e col riso, ma è sconosciuta allintera ditta, ignorata dalle platee del pubblico pagante, va fatto un lavoro di scavo che non a tutti riesce facile. La novella originale Tevye Der Milkhiker sempre valida e universale nei suoi valori di fondo era un po vecchiotta e inesorabilmente datata, lenta e ripetitiva. Una buona sforbiciata unita a una robusta manipolazione scenica lavrebbe resa spendibile a un palcoscenico italiano. Ci si è messo pure il cinema cui non poteva sfuggire una simile golosità letteraria e commerciale. "Cè un limite a questa molto ebraica capacità del testo di trasformarsi in altri testi (come Tevye il lattaio che passa dalla prosa di Sholem Aleichem alla drammatizzazione di Arnold Perl, dal musical di Josef Stein al film di Norman Jewison)?". Si interroga Guido Fink (A piedi da Wielopole: note sul cinema yiddish, R.M.I., XLII, 1996), e ricorda che nell"omonimo film del 1939 diretto e interpretato dal grande Maurice Schwartz, viene cacciato dal paese da una decisione inappellabile dei maggiorenti locali: dove andiamo? gli chiede la figlia vedova che gli è rimasta accanto "nei boschi: le bestie feroci non possono essere più crudeli". I sovietici della Glasnost ci avevano provato con uno sceneggiato TV dagli effetti tristi e modesti. "Non ne ricordo una sola immagine e nemmeno il nome degli autori annota Enrico Fink , tanto appariva asettico, contraffatto, disperatamente teso a recuperare un passato ormai cancellato: impossibile paragonarlo non dico al vecchio e genuino Tevye di Schwartz, ma perfino al patinato e tecnicolorato Fiddler on the Roof [del] 1971". "Quando un ebreo mangia un pollo uno dei due è gravemente ammalato". Così si va a incominciare, un breve inchino, ed ecco in sintesi gli spiccioli del Monipensiero. La figura volante de Il violinista sul tetto ha girato il mondo sulla punta del carboncino di Marc Chagall. In visita a Mosca a chi gli chiedeva "quale fosse il significato simbolico di quellimmagine così straordinaria rispose che altri non era che suo fratello matto E come si fa a conquistare una così ardita condizione ? Come prima cosa si deve essere un po matti ma ciò che per noi è quasi impossibile, è la conquista del tetto Era il confine fra cielo e terra. Lì il piccolo ebreo poteva stringere la mano allineffabile Fragile esposto senza protervia ai mutevoli climi dei cieli slavi ricordava allostjud [un]identità forte perché fragile, alla permanente e instabile ricerca di sé stessa Qui ad Anatevka ognuno di noi è un violinista sul tetto che cerca di improvvisare senza rompersi losso del collo" (dal libro di scena). Ventitré artisti di quindici paesi hanno intrattenuto la platea per tre ore e un quarto di eccezionale spettacolo, cantando, danzando, mimando e anche recitando. Primo attore, regista ma soprattutto anima e motore della serata: il grande affabulatore Moni Ovadia. Gli è accanto Golde (Lee Colbert), umile e dignitosa balabuste, compagna fedele di sempre. "Ti lavo la biancheria, ti cucino, ti faccio il letto, allevo i bambini, mungo la vacca. Dopo venticinque anni, che parli damore, nu? Vivo con lui, lotto con lui, digiuno con lui faccio solo questo, se non è amore, allora cosè?". Tzeitl, la prima figlia, se la prende un sarto timidissimo e con pochi copeki in tasca. Forse il nome gli porterà fortuna in commercio. Si chiama Motl Kamisol, ma per ora mettono insieme più che altro la fame con la sete. Chissà quanti avi tagliatori e camiciai avrà evocato Enrico Fink che indossa, si può dire, a pennello i panni dellinfelice, fortunatissimo, garzone confezionista?
Non manca chi sa suonare, spavaldo, il flauto per la rivoluzione. È Pfefferl, Percik sul palcoscenico, un po pepato di carattere, ma uomo profondamente giusto. "Cercava di dimostrarmi che i ricchi sono fatti per mangiar la crosta e i poveri le frittelle al burro. Quanto ai lavoratori egli li considerava le persone più ragguardevoli che ci fossero". Hodel, la seconda, se ne va con lui destinato al carcere e alla deportazione in Siberia. Lisraeliano Eyal Lerner nella parte del socialista rivoluzionario intona lInternazionale e sa quel che si fa. Chissà se qualche nonno, non ancora smarrito, nel suo paese, gli avrà parlato dellepopea del Ghdud Avodà e dellHaShomer? Viene il momento dellesilio: si presenta il Delegato di polizia e decreta lespulsione dellintero villaggio. "In fondo ce ne siamo sempre dovuti andare forse è per questo che portiamo sempre il cappello in testa." Piangono gli esiliati la piccola patria perduta, "povera di pane, ricca di miseria Dove altro lo shabbat è così dolce? Paese natio, testarda Anatevke presto sarò uno straniero in un paese straniero, avrò nostalgia di un viso noto Trascurata, grigia e sordida mio piccolo villaggio, tu, mia shtettele". Il mesto corteo degli emigranti chiude lo spettacolo. Applausi e lunghe chiamate da parte del pubblico. Latmosfera rimane sospesa, non cala il sipario. Poco cambiano il testo di Joseph Stein, le musiche di Jerry Bock e le cantatine di Sheldon Harnick, replicati con successo crescente allImperial Theatre di Broadway dal 1964 al 1972 e poi in tutto il mondo in uno dei capolavori del teatro musicale americano. Di suo, Moni non ci ha messo un gran ché: solo un po di hush (sensibilità) e di ruah (spiritualità), il resto è venuto da solo. "Quando lo spettacolo finisce le persone se ne vanno , certo divertite, perché il suo linguaggio è anche divertente, ma se ne vanno con la sensazione che non essere stranieri gli uni agli altri forse sia possibile: che si è tutti da una parte sola, dalla parte dellessere al mondo" (Maurizio Buscarino, Moni Ovadia, un figlio dello yiddish, Leonardo Arte, Milano, 2001).
Torino, Teatro Alfieri, martedì 10 dicembre 2002
Giuseppe Tedesco
1 Pref. a Shalom Alechem, La storia di Tewie il lattivendolo, Feltrinelli, 2000.
Marina Falco Foa in mostra a Venezia Una mostra agile e giovane quella che sè aperta a Venezia al Museo Ebraico. Lartista che espone è Marina Falco Foa: una quarantina di opere, tutte di ispirazione ebraica, intitolata:"Orà vesimchà: luce e gioia"
Si tratta di disegni, dipinti e collage che si riferiscono ad un periodo che copre 15/20 anni della vita dellArtista e cioè allepoca che va dal 1980/85 al 2002.
Suddivisa in due parti, (a piano terra sono allineate copie di Ketubboth, mentre al primo piano le opere rappresentano Sinagoghe, Ghetto di Venezia, oggettistica ebraica, scene di vita ebraica e persino ritratti, oltre a un gioioso racconto illustrato, "il Gatto del Ghetto" destinato ai bimbi, ma in grado di allietare anche i loro genitori), la rassegna, consente di riconoscere con chiarezza i motivi ispiratori, i fattori che hanno influenzato la sua sensibilità nei vari momenti, le differenti tecniche utilizzate.
I trecentisti senesi, in particolare il Pisanello (soprattutto per la tecnica dellaffresco), il Masaccio (la drammaticità dei personaggi) e poi, più tardi, il liberty (Lylien), riconoscibile nella dolcezza ripetitiva ed accentuata delle curve, le cosidette arti minori (come i disegni per i tessuti di William Morris). Ma passando ad epoca più recente, alla pittura moderna, i punti di riferimento sono Matisse, Picasso, lestroso Klee, Kandinsky, la pittura popolare Russa, Klimt (con la sua ricchezza cromatica) Redon, Bonnard, Chagall ed Escher. Infine, sempre lispirazione recente ci riporta agli italiani Boccioni (in particolare i pastelli eseguiti "a fil di luce"), Depero, Casorati, Fioroni e il geniale e ironico Lele Luzzati.
Utilizzando tecniche raffinate, tra le quali il calligramma (parole in sostituzione della linea), il frottage (stesura di un foglio di carta su superficie non liscia), lo stencil (stesura di colore su parete o stoffa con uso di mascherina), il collage (incollaggio di carte colorate su supporto), Marina alterna i materiali più vari: la matita morbida per la linea, la seta (in particolare il velluto di seta, che è in grado di catturare magicamente ogni raggio luminoso e restituirlo allambiente), linchiostro di china su carta bagnata per ottenere la linea e la macchia, lacquerello e la tempera, la punta secca e lacquaforte, addirittura il flowmaster e i pennarelli, i pastelli ad acqua con punta sottilissima, i colori per le stoffe, le pergamene vegetali o animali (...strettamente kasher!), cotone, lino o seta.
La ricerca del colore costituisce un percorso molto importante, ragionato, tuttaltro che breve e che addirittura può durare anni, fino a che viene reperito lo spunto utile, armonioso per terminare in modo soddisfacente la composizione.
Talvolta la tecnica della sovrapposizione consente di riprodurre i colori degli antichi intonaci delle case liguri o veneziane (rosa, mattone e giallo) dalla caratteristica trasparenza (oggi purtroppo quasi totalmente cancellata a causa dellutilizzo di materiali sintetici più durevoli, uniformi e coprenti, ma assai meno "caldi" e ricchi di fascino).
Un punto fermo, caratteristico dellarte contenuta nelle opere di Marina è il disegno minuto, ricco di innumerevoli immagini, dotato di incredibili particolari, non solo perché legati al reale, ma anche allo scopo di consentire a tutti unimmediata lettura nellatmosfera corretta. "Più si osserva lopera notava un visitatore più si scoprono particolari splendidi". "Spesso ha affermato un critico la "deformazione " prospettica, dovuta volutamente alla creazione interpretativa, consente di rispettare, accentuandole, le caratteristiche essenziali e armoniche di unarchitettura."
Altrove una deformazione "fantastica" permette di rappresentare contemporaneamente, in un insieme unico, la facciata e linterno di una Sinagoga, cosicché lemozione riferita, trasferita allo spettatore, è ben più completa, permettendogli di fruire, con un solo colpo docchio, di due momenti fortemente significativi.
Il periodo dei colori caldi (rosso carminio, vermiglione, terra di Siena bruciata, seppia) ha preceduto quello delle tinte fredde (blu cobalto, blu di Prussia, blu oltremare, azzurro in ogni sua sfumatura, viola). Ma lapice cromatico giunge con luso di tempere e chine che imitano le vibrazioni delloro, dellargento e del rame, colori "incredibili", addirittura definiti "non colori", perché già di per sé rimandano la mente ad un mondo soprannaturale, utilizzati da ogni artista che ha inteso ispirarsi a soggetti religiosi (vengono subito alla mente loro di Bisanzio, i Templi Birmani e mille altre riproduzioni di soggetto religioso).
Compleanni, nascite, matrimoni, ricorrenze legate a momenti gioiosi, tutti sono rappresentati con cura e serenità nei quadri di Marina.
"Orà Vesimchà": "Come una parola soltanto in rapporto ad altre parole ha un senso preciso, così i singoli colori raggiungono la propria espressione univoca e il proprio significato preciso soltanto in relazione ad altri colori", ha affermato Johannes Itten, per diversi anni apprezzato insegnante al Bauhaus. E più oltre ha aggiunto: "come una fiamma produce la luce, la luce genera i colori. I colori sono creature della luce e la luce è la madre dei colori".
La Mostra così comè stata ideata, pare quasi invitare a qualche meditazione sull"essere", sottraendo la mente del visitatore alla continua pressione, al costante bombardamento di messaggi e immagini centrate sull"avere".
Il linguaggio visivo, accessibile a tutti, è uno stimolo semplificato per ascoltare un messaggio di gioia, di libertà da vincoli che sempre ci circondano.
Ma il titolo della Mostra, parla anche di simchà (gioia): vien subito alla mente un pensiero di Primo Levi, a questo proposito, che così si esprime:"quando i nostri avi si sono inurbati, verso la fine del secolo scorso, hanno portato con sé il grande, forse lunico dono specifico che la storia ha legato agli ebrei: lalfabetismo, la cultura, religiosa e laica, sentita come un dovere, un diritto, una necessità e una gioia della vita".
Per questo motivo sono ancora più apprezzabili la Comunità Ebraica di Venezia e la Codess Cultura (che gestisce il Museo Ebraico) per questa iniziativa culturale che, ne siamo certi, lascerà una traccia armonica, serena nei visitatori.
Renato Jona
Orà Vesimchà (luce e gioia) - Marina Falco Foa disegni e dipinti12 gennaio 30 Aprile 2003 - Museo Ebraico di Venezia
Campo Ghetto Novo Cannaregio 2902/b Tel. 041 715359
Orario:da domenica a giovedì h. 10-18