Recensioni (libri, teatro, pittura)

Per non dimenticare

In occasione della cerimonia commemorativa del 16 Ottobre 1943, che si tiene annualmente a Yad Vashem a Gerusalemme, l’"Irgun Olei Italia" (Associazione degli Ebrei Italiani immigrati in Israele) ha pubblicato il libro

"Per non dimenticare" appunti e ricordi

È una raccolta di testimonianze, originali, di persone che hanno subito le persecuzioni razziali in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale che hanno accettato di raccontare le proprie vicende di quel periodo e che rappresentano l’ultima generazione che può ancora parlare in prima persona.

Già i nostri nipoti, e certamente i nostri pronipoti, verranno a conoscenza di quegli avvenimenti soltanto attraverso i libri di storia. Nel volume sono raccolte le testimonianze che ci sono pervenute sia in italiano che in ebraico, affinché l’originalità dei racconti non vada perduta.Vogliamo proporre a tutti la lettura di questo libro, un piccolo contributo alla grande storia dell’Ebraismo Italiano.

Ruben Montefiore

Irgun Olei Italia

Si possono ordinare copie del libro (50 shekel) presso:

    Ruben Montefiore  Tel. 972-03 5406672 - nooa@netvision.net.il

    Claudia Amati  Tel. 972-09 7717958  Fax.972-09 7748907 slamario@012.net.il

    Claudia Orvieto - Tel e Fax 972-02 6512897

 

In camicia da notte uscii sul balcone

Affidato alle mani di Paolo Ravenna un semplice spaccato di vita familiare diventa un capitolo della storia d’Italia1. Lettere agli zii, corrispondenza privata, mattinali della Questura, verbali di traduzione, diari e memorie personali fanno da sfondo documentario al libricino da sfogliare come un’agenda di casa. "Mio padre Renzo era il quinto dei sei figli di Tullio Ravenna… La tragedia delle persecuzioni si è abbattuta sui sei fratelli… a partire dalla fine degli anni trenta, con pari violenza…, ma con vicende ed esiti diversi". Si procede per tappe: "le leggi razziali non causarono troppi problemi per l’attività commerciale e nemmeno nei rapporti sociali". Ma il 10 giugno 1940 segna una piccola grande svolta nella tranquilla quiete familiare. "Dopo un paio di giorni cominciano gli arresti degli ebrei e il loro internamento in campi di concentramento… nella penisola…, ammanettati come volgari malfattori". Arriva l’ora delle Sinagoghe. "La sera di Rosh Hashanà del 1941, Asvero Gravelli, del Direttorio del P.N.F. tiene un violento discorso e subito la base rivoluzionaria comprende l’antifona e dà l’assalto ai due templi ebraici… Tedesco e… Fanese… Spaccati i banchi, rotte le colonne di marmo… asportate le Sacre Bibbie, divelte le porte e rotte con asce le finestre. L’Arca Santa…, gioiello di falegnameria del 15° secolo, presentava larghi squarci… Le lampade votive in argento asportate e alla sera al Gruppo Rionale… il Gravelli ballava con le catenelle… attorcigliate alle braccia". Nel primo periodo dell’armistizio, 8 settembre ’43, e fino alle leggi del gennaio 1944 prevale uno strano "fai da te" da parte delle autorità locali. Ai fermi illegali seguono assicurazioni di pronta liberazione: domina ancora fra gli ebrei una piccola speranza unita a una grande quanto vana illusione di trasferire in campagna famiglie con vecchi e bambini, fatta salva una modesta e limitata quota di precettazione per gli uomini in età lavorativa. In sostanza prevaleva un diffuso senso di sicurezza personale. "Ancora non si pensava di scappare, tanto meno di nasconderci, si parlava solo di sfollare la città per prevenire i bombardamenti. Io però avrei dovuto fare la spola… dato il mio lavoro" (Gianni). In ditta o al negozio ci si doveva andare per non far mancare l’assidua presenza del titolare al servizio della clientela. Ma qualcosa non funziona, o funziona fin troppo bene. Ricominciano gli arresti che però sembrano ancora individuali "Fui arrestato l’8 ottobre… nella mia camera da letto, dalla questura italiana e dalle Brigate Nere insieme… dopo una settimana fummo riaccompagnati a Ferrara con la promessa di essere liberati perché ancora le disposizioni… non erano state emesse dal Governo di Salò" (Gegio). Talvolta bastava un primo allerta per risvegliare riflessi sopiti e decidere, nel bene come nel male, i passi successivi. Ferrara, antivigilia del Kippur 1943. "Una forte scampanellata alla porta di ingresso… i tedeschi! Un tedesco col fucile spianato e un questurino… erano venuti alle 4 del mattino per prelevare Tullio Ravenna… Non bastò spiegare che il nonno riposava nella quiete eterna da oltre 22 anni… ma quel passo è rimasto a rimbombarmi nei timpani e nel cuore, incancellabile" (Alberta Levi).

Si sfolla a Roma in attesa del prossimo arrivo degli alleati. 15 ottobre 1943: "alle sei del mattino le S.S. suonarono alla porta… Quel passo di aguzzino che aveva profanato la nostra casa di Ferrara… decise della mia vita. In camicia da notte uscii sul balcone" (A. L.). Renzo era stato una figura di spicco nel panorama politico locale fra le due guerre. Avvocato, amico di Italo Balbo, proveniva dalla Lista dei Combattenti. Già assessore ai Lavori Pubblici era considerato uno stimato amministratore locale. Podestà dal 1926 fino alle leggi razziali del 1938, iscritto al Partito dal 1924 era l’unico ebreo primo cittadino di un capoluogo di provincia. Era stato discriminato per meriti politici e patriottici. Nel libro la sua voce tace, ma non la sua figura e il suo percorso di fuggiasco: con moglie e tre figli vaga per un mese da un valico all’altro aiutato da molti amici, ma anche ricattato e puntualmente derubato dai passatori. Era diventato una preziosa merce di contrabbando. "All’ultimo, nel sacco, la mamma ha messo l’antico tappetino delle feste ebraiche e il suo libro di preghiera". Al primo controllo oltre frontiera esibisce un certificato notarile di appartenenza ebraica. Sembrano increduli e molto sospettosi. "Di queste carte in Italia con mille lire ne compro quante ne voglio" obietta il doganiere e decreta il rimpatrio dell’intero gruppo. Poi si ravvede e domanda incuriosito: "cosa significa podestà? Forse badogliano? – Certo (che) sì – Allora cambia tutto, vado a telefonare a Berna". Renzo faceva così ingresso nella libera Svizzera e si lasciava alle spalle i resti di una famiglia offesa, massacrata e dispersa. A chi ci viene a parlare di Ragazzi di Salò, di guerra civile e fratricida, e, finalmente, di pacificazione potrà bastare questo piccolo verbale di polizia e non dei peggiori.

Guardia Nazionale Repubblicana

L’anno millenovecentoquarantaquattro addì 10 marzo… ore 14

Noi sottoscritti… abbiamo ricercato l’ebrea Ravenna Margherita… per dare esecuzione all’ordine di arresto dell’ufficio politico della Questura… Trovatala… lo (sic) abbiamo dichiarata in arresto… lo (sic) abbiamo tradotta in questa caserma…

Fatto, letto e chiuso (sic) in data e luogo di cui sopra ci sottoscriviamo…

Questa e solo questa, per chi lo volesse dimenticare, è stata la Repubblica Sociale Italiana.

Giuseppe Tedesco

1 Paolo Ravenna, La famiglia Ravenna – 1943-1945, Corbo Editore, Ferrara, 2001, pp. 81 di testo e 61 di documenti.

 

LucianoAscoli: "Tu vil marrano"

Bardi ed.,Roma 2002, pp.138

Il titolo è un buon invito alla lettura, perché suscita immediatamente reminiscenze di poemi cavallereschi, di vecchie opere tragiche, di disfide. L’insulto "marrano", come è noto, fu rivolto dai cristiani, a partire dalle persecuzioni nel 1492 in Spagna e in Portogallo, contro quegli "infedeli", ebrei e mussulmani, che per salvarsi dal rogo si convertirono al cristianesimo, ma nel segreto della famiglia continuarono a osservare i precetti e i riti della loro originaria vera religione. Secondo una radice araba significa "maiale".

L’autore, come molti ebrei, racconta la storia della sua famiglia sefardita, gli Ascoli, e parte da quella del bisnonno, Davide, proveniente da Ragusa e fermatosi a Venezia, dove svolse il particolare mestiere di "vestiarista" nel teatro La Fenice, creatore dei sontuosi abiti che sfoggiavano i personaggi delle celebri opere rappresentate. E l’ispirazione della ricerca viene a Luciano Ascoli dalla contemplazione dell’ultimo incendio della Fenice, simile al rogo che in altri tempi l’Inquisizione innalzò per immolarvi suoi antenati, incendio che distrusse anche gli scritti e le opere dell’avo.

L’Ascoli, avvocato, militante un tempo nel partito comunista, autore di molti articoli sulla questione israelo-palestinese, nato da padre ebreo agnostico, da madre cattolica con un cognome ebraico, battezzato da bambino per sfuggire alle persecuzioni razziali, come ossessionato da adulto sul significato dell’ esclamazione – Tu vil marrano!– ,si propone di ricostruire, attraverso minuziose ricerche, il groviglio delle vite, dei viaggi, dei mestieri di suoi antenati, ora ebrei ora marrani, dalla costa dalmata a Venezia, per giungere alla città originaria, Ascoli, da cui proviene il cognome.

La prima parte del libro riguarda l’infanzia e soprattutto la fuga clandestina con la famiglia in Svizzera sotto la guida di contrabbandieri, di notte, su uno stretto sentiero. La madre, già in vista delle luci della salvezza, precipita improvvisamente in un burrone e solo più tardi la sua salma sarà recuperata, vittima anch’essa della Shoà.

Avanzando nell’adolescenza Luciano appare come profondamente turbato dalle due religioni che investono la sua cerchia parentale, e quindi la sua vita, attraverso giudizi di estranei e osservazioni sue su realtà esterne, come ad esempio il Tempio votivo cattolico del Lido di Venezia, che a lui fa immediatamente sorgere, come dal subcosciente, la immagine di una sinagoga. E nella complessa storia del passato e del vicino presente della sua famiglia, l’autore indica meticolosamente di ognuno la condizione religiosa, ebreo o marrano, quasi per rispondere a se stesso: io sono l’uno o l’altro?

Sembra aiutare l’autore a orientarsi nel dubbio la rievocazione di ebrei anch’essi dalle personalità complesse, come Baruch Spinoza, marrano in quanto espulso dalla comunità per i suoi principi filosofici e Franz Kafka, per il suo esplicito cosmopolitismo.

Il lungo tormento personale, di cui il libro è la confessione, trova espressa la sua liberazione nell’ultimo capitolo, "Viaggio di ritorno" non alla cara Venezia, considerata dall’autore non più come la "sua" città, ma semplice luogo di transito. "Ero partito – conclude – alla ricerca di ritrovare la mia identità, convinto che fosse quella di un marrano, e avevo, senza saperlo, intrapreso quel viaggio di ritorno verso l’identità ebraica… verso la libertà".

Giorgina Arian Levi

 

 

Steven Nadler - BaruchSpinoza e l’Olanda del Seicento

Einaudi 2002 (pagg. 410 - Euro 25.00)

"Basato su rigorose ricerche d’archivio, il Baruch Spinoza di Steven Nadler – più che un semplice resoconto della vita del filosofo olandese – introduce il lettore nel cuore della Amsterdam ebraica del XVII secolo e nel tumultuoso mondo politico, sociale, intellettuale e religioso della giovane repubblica olandese"

Questa breve annotazione contenuta nella quarta di copertina definisce in modo chiaro e sintetico l’identikit di un libro in cui, anche se numerosi capitoli sono dedicati all’analisi del pensiero e degli scritti di Spinoza, viene tracciato un quadro molto articolato e affascinante dell’Olanda del ’600, ebraica e non ebraica. Il libro di Nadler inoltre è una delle più accurate e documentate biografie del filosofo olandese, basata sia su documenti originali sia sull’opera dei numerosi studiosi che hanno lavorato sull’abbondante e spesso inedito materiale archivistico relativo alla vita e all’epoca di Spinoza e più in particolare alla comunità ebraica di Amsterdam, materiale che è venuto alla luce negli ultimi sessant’anni. Questi elementi, come afferma l’autore, hanno fatto sì che "ogni biografia precedente sia diventata piuttosto obsoleta".

Ed è ancora lo stesso autore che provvede, nella prefazione, ad indicare quali siano stati gli interrogativi di fondo che hanno sotteso al suo lavoro: "In che modo i diversi aspetti della vita di Spinoza – il suo sfondo etnico e sociale, il suo esilio e la sua posizione intermedia tra due culture totalmente differenti, quella della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam e quella della società olandese, il suo sviluppo intellettuale, le sue relazioni politiche e sociali – in che modo tutto questo ha contribuito a disegnare il profilo di uno dei pensatori più radicali della storia?"… Che cosa significava essere un filosofo ed un ebreo durante l’età dell’oro della repubblica olandese?"

La prima parte del libro è dedicata all’analisi storico-sociologica dell’insediamento ebraico ad Amsterdam tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo. Se ci si sofferma su queste date si coglie immediatamente uno degli aspetti più straordinari del marranesimo: è già trascorso un secolo ed anche più, dagli anni delle conversioni forzate imposte agli ebrei della penisola iberica; un secolo significa che sono ormai cinque o sei generazioni che il cristianesimo è entrato a far parte della loro quotidianità; eppure il legame con l’ebraismo è rimasto talmente radicato che, non appena giunti in territorio olandese, essi chiedono di poter ritornare a far parte del "Kahal Israel". Ritorno che comunque non è esente da problemi connessi innanzitutto con la diversa natura della comunità della quale si entra a far parte: una comunità – "la congregazione" – strutturata in modo oligarchico, gestita autocraticamente da un consiglio onnipotente – "il ma’amad" – che controlla vita pubblica e privata di tutti i suoi membri; una comunità in cui anche l’autorità rabbinica è soggetta a quella del consiglio; una comunità di persone che sono sì ritornate all’ebraismo ma che il contatto, sia pure forzoso, con il mondo esterno ha irrevocabilmente trasformato. Sullo sfondo vi è l’Olanda del seicento con le sue lotte per salvaguardare la propria autonomia repubblicana dalle mire egemoniche delle dinastie europee, con la sua straordinaria intraprendenza economica e commerciale (alla quale peraltro la comunità ebraico-portoghese dà un contributo fondamentale), con il suo protestantesimo che ha liberato la società dall’ipoteca cattolico-ecclesiastica aprendola alla modernità, ma che essendosi ormai istituzionalizzato è diventato a sua volta intollerante nei confronti delle ricorrenti istanze contestatrici che si manifestano al suo interno.

È un quadro che Nadler traccia con grande chiarezza e a cui dedica una buona parte del suo lavoro; è in questo quadro che nasce e trascorre, senza soluzione di continuità, l’intera sua vita quel Baruch Spinoza che sarebbe "diventato uno dei più importanti e celebrati filosofi di tutti tempi e di sicuro uno dei personaggi più radicali e controversi della propria epoca".

A differenza di quanto normalmente si crede non risulta che Spinoza abbia mai effettuato studi superiori talmudici tali da consentirgli di diventare rabbino, ciononostante "al tempo in cui cominciò ad allontanarsi dalla comunità ebraica egli si era già notevolmente impratichito con la tradizione filosofica, letteraria e teologica ebraica. Questo è un qualcosa che lo differenzia da tutti gli altri grandi filosofi di quel periodo".

Il 27 Luglio del 1656, come è noto fu comminato il "cherem" con cui "...su decreto degli angeli e su ordine dei santi, noi (Signori del ma’amad) scomunichiamo, espelliamo malediciamo e danniamo Baruch da Espinosa, col consenso di Dio, sia Egli lodato, e con il consenso dell’intera santa congregazione e di fronte a questi rotoli che recano scritti al loro interno i 613 precetti". Il cherem era assai in voga nell’Olanda del seicento e costituiva uno strumento di indubbia efficacia per mantenere la coesione "di una comunità di ebrei la cui fede e le cui pratiche erano ancora piuttosto instabili e spesso offuscate da credenze e pratiche eterodosse, derivanti in parte dalle loro passate esperienze in seno al cattolicesimo iberico". Il "cherem" era generalmente un provvedimento temporaneo di breve durata, una punizione che dopo essere stata scontata ammetteva il rientro nella normalità comunitaria. Quello emesso nei confronti di Spinoza invece non solo non risulta essere mai stato revocato, ma si caratterizza per la sua estrema veemenza, segno che le idee da lui professate erano considerate non solo eterodosse ma particolarmente esecrabili e pericolose per l’ordine costituito. Valutazione questa che venne successivamente condivisa anche al di fuori dello stretto ambito della comunità ebraica, in quanto l’opera di Spinoza fu per tutto il periodo della sua vita ed anche dopo per ancora molti anni, oggetto di diffidenza e di condanna anche da parte delle autorità civili del suo paese, e non solo di quello. Il "cherem" costituisce comunque nella vita di Spinoza la fine definitiva di ogni suo rapporto con la comunità ebraica.

Ma cosa c’era di così sconvolgente ed eretico nelle idee professate da Spinoza? Era la prima volta che concetti, taluni di ascendenza cartesiana, quali l’unicità della "sostanza" e la sua identificazione con Dio e con la Natura, la negazione dell’esistenza della libertà umana (il libero arbitrio), il necessitarismo universale, l’esigenza della libertà religiosa, venivano inquadrati in un sistema organico che veniva proposto ad un tempo quale modello religioso, politico e filosofico. Nadler segue l’evoluzione del pensiero di Spinoza attraverso tutte le sue opere e dedica particolare attenzione anche ai suoi rapporti epistolari che costituiscono una componente essenziale del materiale documentario utilizzato per la redazione di quest’opera e che contribuiscono ad illuminare la semplice vita di un uomo che, pur continuando fino alla fine dei suoi giorni il suo modesto mestiere di intagliatore di lenti, ha lasciato un segno indelebile nella storia del pensiero umano.

Spinoza muore all’Aia il 21 febbraio del 1677. Annota Nadler: "... è un vero peccato che le sue ultime parole, quelle scritte proprio alla fine… del "Trattato politico", siano una breve digressione sulla assoluta incapacità delle donne a gestire il potere politico" e cita: "È lecito sicuramente affermare che per natura le donne non hanno un diritto uguale agli uomini ma che sono necessariamente inferiori ad essi, e che non può accadere che i due sessi governino insieme, e ancor meno che gli uomini siano governati dalle donne", per concludere: "È strano che non si sia accorto che non c’era un solo aspetto della sua filosofia che conducesse necessariamente a questi risultati, ma che tutti i suoi principi… avrebbero dovuto condurlo a conclusioni nettamente opposte". Anche ai più grandi è concesso qualche scivolone che contribuisce a renderli più umani e talvolta ancora più grandi!

Tullio Levi

 

Un tetto per il violinista

"Vien proprio da chiedersi come sia possibile ridere tanto leggendo un libro così triste" (Gad Lerner)1.

Questa è "la storia meravigliosa del modo con cui Tevye, che era povero di denaro ma ricco di figliole, trovò la sua fortuna, per un caso che merita di essere riferito" (Sholem Aleichem, Il violinista sul tetto, Ist. Graf. Tiberino, Roma, s.d., pref. L. Tas), così apre la agrodolce saga di famiglia. Le figlie sono sette, due le vacche, un ronzino malandato che traina il carretto, una moglie mai contenta: il patrimonio di famiglia è tutto qui. Arricchiti di provincia, avventurieri, ladruncoli, sapienti rabbini e l’insaziabile fame: tutto fa da sfondo alle meditazioni ora desolate ore consolatorie del pio Tobia. Tristissimi sono sempre i resoconti del passato, cioè di fatti realmente avvenuti, ingenuamente creduloni e ottimisti quelli che riguardano tempi a venire quando, senza dubbio, anche il lupo pascolerà con l’agnello e le vanghe si trasformeranno in aratri. In un mondo statico, consuetudinario e lambito da lontano dai tuoni delle guerre e delle rivoluzioni, le sciagure diventano maledizioni famigliari che si abbattono con crudeltà sul tetto del mite (tov) lattaio e del suo controcanto, la linguacciuta, pur d’oro, moglie Golde, "quella che dà un senso autentico di poesia frammista a robusta prosa alla casa, alla famiglia, in un equilibrio che si vorrebbe senza tempo" (L. Tas). L’arguzia e la serenità del nostro omino ne fanno un prototipo letterario di un mondo di cappellai, sarti e ciabattini che in carne ed ossa, gemendo e pregando, hanno popolato le Zone di Residenza. Con citazioni bibliche usate ed abusate in libertà, pallida reminiscenza di lontani e mediocri studi al Heder del paese, più spesso inventate o inserite in un contesto del tutto a sproposito, l’industriale caseario offre spiegazione ad ogni cosa, adottando fatti o persone dell’oggi alla Torà del Sinai o alla leggenda di Ester e Mordechai. Ma viene il momento del distacco. Il ricco e grossolano genero, lo sgradevole marito della figlia Beilke, lo induce e levare le tende. "Tutti i vecchi ebrei partono per Erez Israel… Ebbene? Perché ci pensate tanto? Uno, due, tre… Dovete… partire di qui col direttissimo per Odessa… Per i viaggi di mare… la migliore stagione è questa… Dovete farcelo sapere… e noi verremo tutti e due alla stazione per salutarvi". Shulem Rabinovitz (1859-1916), che pure era coerente col Movimento di Rinascita Ebraica non la butta per niente sul sionismo liberatore. Ci si recava a Gerusalemme più per morire che per abitarci, come ad un pellegrinaggio passe partout, porta per un onorato accesso all’al di là. Tutto suona come un malinconico esilio assai più che non la realizzazione del sogno, quello appunto, che ci attende da 2000 anni. "Me ne tornai a casa e cominciai a vendere tutti gli oggetti… che avevo raccolto in tanti anni… Ogni pentola… che se ne andava mi portava via un pezzo della mia salute… ma il più gran dolore lo ebbi per il mio cavallo… Perché soltanto il cavallo?". Addio dunque Nalewke, fangoso e cadente paesello natale. È venuto il momento di approdare in "terra d’Israele, invocata ogni anno nei vivaci riti di Pesach… ancora lontana, anche non mai dimenticata" (Tas). "Di tutto avrò desiderio laggiù… Avrò nostalgia del cavallino e del villaggio, del sindaco…, delle guardie, dei villeggianti…, dei ricchi… e perfino di Efraim, il sciadhen, lo prenda il colera! Perché, in fin dei conti, anche Efraim non è che un povero ebreo… che, disgraziato, cerca di guadagnarsi da vivere". "Sarà il viaggio del rimpianto. Tewie è troppo stanco per assaporare la gioiosa riscossa sionista. Finirà i suoi giorni da sradicato senza però negarci il regalo dell’ultima lacrima e dell’ultima risata" (G. Lerner). E questa per molti si chiama alià? Il Teatro d’Impegno non è cosa da poco. Vuole essere pedagogico, tenere toni alti, inviare messaggi non equivoci agli spettatori che accorrono numerosi, riempiono capannoni dismessi, qualche piazza o meglio ancora le feste di partito e applaudono contenti prima ancora che qualcuno batta i tre fatidici colpi d’inizio. Se la compagnia è internazionale e multilingue va messa in riga, resa affiatata, ben coordinata e omogenea dalla dolce-dura mano del regista-capitano. Quando canto e recitazione si esprimono in una lingua che parla col pianto e col riso, ma è sconosciuta all’intera ditta, ignorata dalle platee del pubblico pagante, va fatto un lavoro di scavo che non a tutti riesce facile. La novella originale Tevye Der Milkhiker sempre valida e universale nei suoi valori di fondo era un po’ vecchiotta e inesorabilmente datata, lenta e ripetitiva. Una buona sforbiciata unita a una robusta manipolazione scenica l’avrebbe resa spendibile a un palcoscenico italiano. Ci si è messo pure il cinema cui non poteva sfuggire una simile golosità letteraria e commerciale. "C’è un limite a questa molto ebraica capacità del testo di trasformarsi in altri testi (come Tevye il lattaio che passa dalla prosa di Sholem Aleichem alla drammatizzazione di Arnold Perl, dal musical di Josef Stein al film di Norman Jewison)?". Si interroga Guido Fink (A piedi da Wielopole: note sul cinema yiddish, R.M.I., XLII, 1996), e ricorda che nell’"omonimo film del 1939 diretto e interpretato dal grande Maurice Schwartz, viene cacciato dal paese… da una decisione inappellabile dei maggiorenti locali: ‘dove andiamo?’ gli chiede la figlia vedova che gli è rimasta accanto… "nei boschi: le bestie feroci non possono essere più crudeli". I sovietici della Glasnost ci avevano provato con uno sceneggiato TV dagli effetti tristi e modesti. "Non ne ricordo una sola immagine e nemmeno il nome degli autori – annota Enrico Fink –, tanto appariva asettico, contraffatto, disperatamente… teso a recuperare un passato ormai cancellato: impossibile paragonarlo non dico al vecchio e genuino Tevye di… Schwartz, ma perfino al patinato e tecnicolorato Fiddler on the Roof [del] 1971". "Quando un ebreo mangia un pollo uno dei due è gravemente ammalato". Così si va a incominciare, un breve inchino, ed ecco in sintesi gli spiccioli del Monipensiero. La figura volante de Il violinista sul tetto ha girato il mondo sulla punta del carboncino di Marc Chagall. In visita a Mosca a chi gli chiedeva "quale fosse il significato simbolico di quell’immagine così straordinaria rispose che… altri non era che suo fratello… matto… E come si fa a conquistare una così ardita condizione…? Come prima cosa si deve essere un po’ matti… ma ciò che per noi è quasi impossibile, è la conquista del tetto… Era il confine fra cielo e terra. Lì il piccolo ebreo… poteva stringere la mano all’ineffabile… Fragile… esposto senza protervia ai mutevoli climi dei cieli slavi ricordava all’ostjud… [un’]identità forte perché fragile, … alla permanente e instabile ricerca di sé stessa… Qui ad Anatevka… ognuno di noi è un violinista sul tetto che cerca di improvvisare… senza rompersi l’osso del collo" (dal libro di scena). Ventitré artisti di quindici paesi hanno intrattenuto la platea per tre ore e un quarto di eccezionale spettacolo, cantando, danzando, mimando e anche recitando. Primo attore, regista ma soprattutto anima e motore della serata: il grande affabulatore Moni Ovadia. Gli è accanto Golde (Lee Colbert), umile e dignitosa balabuste, compagna fedele di sempre. "Ti lavo la biancheria, ti cucino, ti faccio il letto, allevo i bambini, mungo la vacca. Dopo venticinque anni, che parli d’amore, nu?… Vivo con lui, lotto con lui, digiuno con lui… faccio solo questo, se non è amore, allora cos’è?". Tzeitl, la prima figlia, se la prende un sarto timidissimo e con pochi copeki in tasca. Forse il nome gli porterà fortuna in commercio. Si chiama Motl Kamisol, ma per ora mettono insieme più che altro la fame con la sete. Chissà quanti avi tagliatori e camiciai avrà evocato Enrico Fink che indossa, si può dire, a pennello i panni dell’infelice, fortunatissimo, garzone confezionista?

Non manca chi sa suonare, spavaldo, il flauto per la rivoluzione. È Pfefferl, Percik sul palcoscenico, un po’ pepato di carattere, ma uomo profondamente giusto. "Cercava… di dimostrarmi che i ricchi sono fatti per mangiar la crosta e i poveri le frittelle al burro. Quanto ai lavoratori egli li considerava le persone più ragguardevoli che ci fossero". Hodel, la seconda, se ne va con lui destinato al carcere e alla deportazione in Siberia. L’israeliano Eyal Lerner nella parte del socialista rivoluzionario intona l’Internazionale e sa quel che si fa. Chissà se qualche nonno, non ancora smarrito, nel suo paese, gli avrà parlato dell’epopea del Ghdud ‘Avodà e dell’HaShomer? Viene il momento dell’esilio: si presenta il Delegato di polizia e decreta l’espulsione dell’intero villaggio. "In fondo ce ne siamo sempre dovuti andare… forse è per questo che portiamo sempre il cappello in testa." Piangono gli esiliati la piccola patria perduta, "povera di pane, ricca di miseria … – Dove altro lo shabbat è così dolce? – … Paese natio, testarda Anatevke … presto sarò uno straniero in un paese straniero, avrò nostalgia di un viso noto… Trascurata, grigia e sordida… mio piccolo villaggio, tu, mia shtettele". Il mesto corteo degli emigranti chiude lo spettacolo. Applausi e lunghe chiamate da parte del pubblico. L’atmosfera rimane sospesa, non cala il sipario. Poco cambiano il testo di Joseph Stein, le musiche di Jerry Bock e le cantatine di Sheldon Harnick, replicati con successo crescente all’Imperial Theatre di Broadway dal 1964 al 1972 e poi in tutto il mondo in uno dei capolavori del teatro musicale americano. Di suo, Moni non ci ha messo un gran ché: solo un po’ di hush (sensibilità) e di ruah (spiritualità), il resto è venuto da solo. "Quando lo spettacolo finisce… le persone se ne vanno …, certo divertite, perché il suo linguaggio è anche divertente, … ma se ne vanno con la sensazione che non essere stranieri gli uni agli altri forse sia possibile: che si è tutti da una parte sola, dalla parte dell’essere al mondo" (Maurizio Buscarino, Moni Ovadia, un figlio dello yiddish, Leonardo Arte, Milano, 2001).

Torino, Teatro Alfieri, martedì 10 dicembre 2002

Giuseppe Tedesco

1 Pref. a Shalom Alechem, La storia di Tewie il lattivendolo, Feltrinelli, 2000.

 

 

Marina Falco Foa in mostra a Venezia

Una mostra agile e giovane quella che s’è aperta a Venezia al Museo Ebraico. L’artista che espone è Marina Falco Foa: una quarantina di opere, tutte di ispirazione ebraica, intitolata:"Orà vesimchà: luce e gioia"

Si tratta di disegni, dipinti e collage che si riferiscono ad un periodo che copre 15/20 anni della vita dell’Artista e cioè all’epoca che va dal 1980/85 al 2002.

Suddivisa in due parti, (a piano terra sono allineate copie di Ketubboth, mentre al primo piano le opere rappresentano Sinagoghe, Ghetto di Venezia, oggettistica ebraica, scene di vita ebraica e persino ritratti, oltre a un gioioso racconto illustrato, "il Gatto del Ghetto" destinato ai bimbi, ma in grado di allietare anche i loro genitori), la rassegna, consente di riconoscere con chiarezza i motivi ispiratori, i fattori che hanno influenzato la sua sensibilità nei vari momenti, le differenti tecniche utilizzate.

I trecentisti senesi, in particolare il Pisanello (soprattutto per la tecnica dell’affresco), il Masaccio (la drammaticità dei personaggi) e poi, più tardi, il liberty (Lylien), riconoscibile nella dolcezza ripetitiva ed accentuata delle curve, le cosidette arti minori (come i disegni per i tessuti di William Morris). Ma passando ad epoca più recente, alla pittura moderna, i punti di riferimento sono Matisse, Picasso, l’estroso Klee, Kandinsky, la pittura popolare Russa, Klimt (con la sua ricchezza cromatica) Redon, Bonnard, Chagall ed Escher. Infine, sempre l’ispirazione recente ci riporta agli italiani Boccioni (in particolare i pastelli eseguiti "a fil di luce"), Depero, Casorati, Fioroni e il geniale e ironico Lele Luzzati.

Utilizzando tecniche raffinate, tra le quali il calligramma (parole in sostituzione della linea), il frottage (stesura di un foglio di carta su superficie non liscia), lo stencil (stesura di colore su parete o stoffa con uso di mascherina), il collage (incollaggio di carte colorate su supporto), Marina alterna i materiali più vari: la matita morbida per la linea, la seta (in particolare il velluto di seta, che è in grado di catturare magicamente ogni raggio luminoso e restituirlo all’ambiente), l’inchiostro di china su carta bagnata per ottenere la linea e la macchia, l’acquerello e la tempera, la punta secca e l’acquaforte, addirittura il flowmaster e i pennarelli, i pastelli ad acqua con punta sottilissima, i colori per le stoffe, le pergamene vegetali o animali (...strettamente kasher!), cotone, lino o seta.

La ricerca del colore costituisce un percorso molto importante, ragionato, tutt’altro che breve e che addirittura può durare anni, fino a che viene reperito lo spunto utile, armonioso per terminare in modo soddisfacente la composizione.

Talvolta la tecnica della sovrapposizione consente di riprodurre i colori degli antichi intonaci delle case liguri o veneziane (rosa, mattone e giallo) dalla caratteristica trasparenza (oggi purtroppo quasi totalmente cancellata a causa dell’utilizzo di materiali sintetici più durevoli, uniformi e coprenti, ma assai meno "caldi" e ricchi di fascino).

Un punto fermo, caratteristico dell’arte contenuta nelle opere di Marina è il disegno minuto, ricco di innumerevoli immagini, dotato di incredibili particolari, non solo perché legati al reale, ma anche allo scopo di consentire a tutti un’immediata lettura nell’atmosfera corretta. "Più si osserva l’opera – notava un visitatore – più si scoprono particolari splendidi". "Spesso – ha affermato un critico – la "deformazione " prospettica, dovuta volutamente alla creazione interpretativa, consente di rispettare, accentuandole, le caratteristiche essenziali e armoniche di un’architettura."

Altrove una deformazione "fantastica" permette di rappresentare contemporaneamente, in un insieme unico, la facciata e l’interno di una Sinagoga, cosicché l’emozione riferita, trasferita allo spettatore, è ben più completa, permettendogli di fruire, con un solo colpo d’occhio, di due momenti fortemente significativi.

Il periodo dei colori caldi (rosso carminio, vermiglione, terra di Siena bruciata, seppia) ha preceduto quello delle tinte fredde (blu cobalto, blu di Prussia, blu oltremare, azzurro in ogni sua sfumatura, viola). Ma l’apice cromatico giunge con l’uso di tempere e chine che imitano le vibrazioni dell’oro, dell’argento e del rame, colori "incredibili", addirittura definiti "non colori", perché già di per sé rimandano la mente ad un mondo soprannaturale, utilizzati da ogni artista che ha inteso ispirarsi a soggetti religiosi (vengono subito alla mente l’oro di Bisanzio, i Templi Birmani e mille altre riproduzioni di soggetto religioso).

Compleanni, nascite, matrimoni, ricorrenze legate a momenti gioiosi, tutti sono rappresentati con cura e serenità nei quadri di Marina.

"Orà Vesimchà": "Come una parola soltanto in rapporto ad altre parole ha un senso preciso, così i singoli colori raggiungono la propria espressione univoca e il proprio significato preciso soltanto in relazione ad altri colori", ha affermato Johannes Itten, per diversi anni apprezzato insegnante al Bauhaus. E più oltre ha aggiunto: "come una fiamma produce la luce, la luce genera i colori. I colori sono creature della luce e la luce è la madre dei colori".

La Mostra così com’è stata ideata, pare quasi invitare a qualche meditazione sull’"essere", sottraendo la mente del visitatore alla continua pressione, al costante bombardamento di messaggi e immagini centrate sull’"avere".

Il linguaggio visivo, accessibile a tutti, è uno stimolo semplificato per ascoltare un messaggio di gioia, di libertà da vincoli che sempre ci circondano.

Ma il titolo della Mostra, parla anche di simchà (gioia): vien subito alla mente un pensiero di Primo Levi, a questo proposito, che così si esprime:"quando i nostri avi si sono inurbati, verso la fine del secolo scorso, hanno portato con sé il grande, forse l’unico dono specifico che la storia ha legato agli ebrei: l’alfabetismo, la cultura, religiosa e laica, sentita come un dovere, un diritto, una necessità e una gioia della vita".

Per questo motivo sono ancora più apprezzabili la Comunità Ebraica di Venezia e la Codess Cultura (che gestisce il Museo Ebraico) per questa iniziativa culturale che, ne siamo certi, lascerà una traccia armonica, serena nei visitatori.

Renato Jona

Orà Vesimchà (luce e gioia)  -  Marina Falco Foa – disegni e dipinti

12 gennaio – 30 Aprile 2003 - Museo Ebraico di Venezia

Campo Ghetto Novo – Cannaregio 2902/b – Tel. 041 715359

Orario:da domenica a giovedì h. 10-18