Lettere

Jerushalaim

Gerusalemme 10 gennaio 2003

Egregio Direttore,

ricevo in data odierna il n. 6 del dicembre 2002 di Hakeillah; ricevo e leggo il Vostro bimestrale sempre con molto interesse, ma questa volta sono rimasto stupito e sorpreso nel leggere l’articolo, alla pagina n. 12: "Gerusalemme dopo il 1967" di Paolo Di Motoli. Non so quali siano le fonti del sig. Di Motoli, ma ho l’impressione che sia stato "influenzato" da fonti di parte e che non sia sufficientemente documentato.

Come residente nella città di Gerusalemme, da oltre 30 anni, mi permetto di farVi sapere che:

le istituzioni pubbliche sono sistemi unici per tutti, siano essi ebrei, o arabi cristiani o mussulmani. Tanto per dare degli esempi:gli uffici del Bituach Leumi (simile all’INPS) sono a disposizione di tutti, ebrei o arabi, e così gli uffici di collocamento, uffici Tasse, Municipalità. Si è vero al Municipio di Gerusalemme, dove si va spesso e malvolentieri a pagare l’arnona (la tassa municipale) o i conti dell’acqua, ci sono degli sportelli per coloro che parlano solamente l’arabo, ma l’istituzione è unica, sotto lo stesso tetto.

Gli ospedali cittadini, dall’Hadassa Ein Karem, all’Hadassa Monte Scopus, Shaaré Zedek, Bikkur Cholim, sono aperti a tutti, senza alcuna distinzione di appartenenza al quartiere di residenza, al gruppo di appartenenza religioso o di popolazione. E così dicasi per i servizi che ciascuno dei residenti a Gerusalemme, senza alcuna distinzione, riceve dalle singole Casse Mutue (Kupoth Cholim).

In quanto avvocato, non mi risulta che il gruppo di minoranza (ma a quale minoranza si riferisce?) abbia un differente status civile e legale rispetto a quello della maggioranza.

I Tribunali sono aperti a tutti, senza alcuna distinzione; è vero, così come per gli ebrei ci sono i Tribunali Rabbinici, per i mussulmani i Tribunali shaari (entrambi statali), ma questi generalmente solamente per le questioni di matrimoni e divorzi.

Quando poi il sig. Di Motoli parla di "colonie" nella parte est della città, allora veramente non capisco più niente; ero abituato a sentire parlare di "colonie" e/o "insediamenti" nei cosiddetti territori occupati (Samaria, Giudea, striscia di Gaza), ma colonie in città? Forse si riferiva ad abitazioni o a quartieri?

È strano che il sig. Di Motoli, parlando di queste "colonie metropolitane", non spieghi di quali quartieri si parla; forse in questi sono inclusi anche il quartiere ebraico in Città Vecchia dal quale gli ebrei furono cacciati durante la Guerra di Indipendenza del 1948 (quartiere distrutto e raso al suolo dai giordani). O la zona del Monte Scopus dove esisteva, prima del 1948, l’ospedale Hadassa e l’Università ebraica? Forse il sig. Di Motoli, nel calcolo degli acri di terreno "espropriati" (da chi, da singoli, o terreni pubblici) include anche la zona del Cimitero del Monte degli Olivi (Har Hazeitim) o anche il vecchio quartiere ebraico di Neve Yaacov, da dove gli ebrei furono cacciati nel 1948?

Parlando di "Gerusalemme che è ancora una città divisa", il signor Paolo Di Motoli ci fa sapere che: "sono diversi anche molti aspetti della vita quotidiana, come i costumi, la lingua e i giorni di festa". E con ciò cosa intende il sig. Di Motoli? Anche a New York, a Roma, a Torino ci sono gruppi di persone di lingua diversa, di religione diversa. Ognuno è libero di festeggiare i propri giorni di festa, liberamente, e senza alcuna limitazione. Questa è per il sig. Di Motoli una giusta motivazione, una buona ragione per ridividere in due la città?

Mi sarei aspettato dalla Redazione di Hakeilla un controllo più appropriato di quanto viene ad essere pubblicato sulle Vostre pagine, in special modo quando si tratta di un argomento così delicato e spinoso quale il futuro di Gerusalemme.

Diversità di vedute e di opinioni, sì, ma cerchiamo almeno di documentarci un pochino meglio. Un cordiale shalom,

Avv. Beniamino Lazar

Gentile avv. Lazar,

in merito alle sue contestazioni, le cito le fonti che ho utilizzato per il mio articolo in modo da chiarirle dove ho preso i dati:

– il sito internet www.fmep.org della Foundation for Middle East Peace, organizzazione pacifista americana che considera l’annessione o liberazione o riunificazione della città dopo il 1967 illegittima secondo il diritto internazionale, secondo una interpretazione della risoluzione 242 che non piace a molti israeliani, ma che è stata presa in considerazione anche nei negoziati di Camp David (luglio 2000) e Taba (gennaio 2001);

– il bel testo di Menachem Klein, Jerusalem Contested City (l’autore è membro di B’tselem);

– il testo del professor Bernard Wasserstein, Divided City (il professore è stato presidente dell’Oxford centre for Hebrew and Jewish studies);

– Il famoso libro di Meron Benvenisti, City of Stone (Benvenisti è stato vicesindaco di Gerusalemme).

– L’opera voluminosa di Tencer e Attal, Jerusalem, Destin d’une Metropole e quella del dottor Paolo Pieraccini, Gerusalemme, Luoghi santi e comunità religiose nella politica internazionale.

So perfettamente che a Gerusalemme tutto quanto è unificato, che a New York, Roma e perfino nella mia città (Torino) ci sono feste e giorni diversi per le varie etnie che la abitano, ma gli albanesi di San Salvario o i senegalesi di Corso Regina Margherita non rivendicano per la parte di città che abitano una sovranità diversa, come fanno gli arabi della parte di Gerusalemme annessa o liberata dopo il 1967. I palestinesi a Gerusalemme sono almeno 1/3 della popolazione complessiva, non credo che a Roma o a Torino ci siano minoranze così numerose...forse nemmeno a New York.

So perfettamente che l’argomento è delicato e che il desiderio di molti israeliani è quello di vedere la città unita come eterna capitale di Israele.

Il differente status legale è dovuto al fatto che i palestinesi non hanno il passaporto israeliano e hanno carte di identità speciali. Inoltre devono dimostrare di essere stati residenti in città per alcuni anni, altrimenti vengono privati dello status di residenti.

So che le fognature sono state rifatte, che la luce elettrica arriva nei quartieri arabi molto di più che durante l’occupazione giordana, che la gestione israeliana della città è nettamente più efficiente per tutti i cittadini di quanto lo fosse prima. So che il libero accesso ai luoghi santi è meglio garantito oggi che negli anni pre-67. Le dirò di più: so bene che il cimitero ebraico è stato distrutto dai giordani, che hanno addirittura usato le pietre tombali per costruire strade e latrine, e so che neppure gli arabi con cittadinanza israeliana potevano passare della porta di Mandelbaum per andare a pregare sulla spianata delle moschee prima del 1967. So anche della dolorosa cacciata degli abitanti del quartiere ebraico della città vecchia e del degrado che il quartiere ebraico ha visto durante l’occupazione giordana.

Tenendo come riferimento, però, i parametri Clinton del 23 dicembre 2000 mi sembra inevitabile pensare che la città possa essere divisa.

Le colonie (secondo il mio articolo) sarebbero le abitazioni costruite nella parte che prima del 1967 era giordana. L’esempio più evidente è Maale Adumin, che è stato inaugurato nel 1981.

In ogni caso queste posizioni sono mie e non riguardano il giornale che gentilmente mi ospita, ma credo che anche in Israele lei potrà facilmente trovare posizioni simili, per esempio tra gli elettori del Meretz. In conclusione per motivare ulteriormente le mie affermazioni sulla città che è ancora "divisa" le riporto un brano di una dichiarazione di uno dei più famosi sindaci della città, Teddy Kollek, rilasciata al quotidiano Ma’ariv e riportata dal testo di Klein: "Dicevamo in ogni occasione che volevamo rendere i diritti degli arabi uguali a quelli degli ebrei in città. Queste erano solo parole vuote. Loro erano e sono rimasti cittadini di seconda e terza classe. Io ho fatto qualcosa per gli ebrei di Gerusalemme negli ultimi 25 anni. Per Gerusalemme Est? Niente! Cosa ho fatto? Scuole? Nessuna! Marciapiedi? Nessuno! Istituzioni culturali? Nemmeno una! Si, abbiamo costruito un sistema fognario e migliorato l’approvvigionamento idrico. Sapete perché? Credete sia stato per il loro bene? Per migliorare le loro vite? Ma dove siete stati? Ci furono alcuni casi di colera laggiù e gli ebrei ebbero paura di prenderselo anche loro. Per questo abbiamo fatto il sistema idrico e fognario" (Ma’ariv, 10 ottobre 1999).

Saluti cordiali.

Paolo Di Motoli

GERUSALEMME all’anno 2000

popolazione ebraica 439.600 persone

popolazione non ebraica 211.100 persone (di cui 14.200 cristiani)

Una buona fonte è anche:

Sergio Della Pergola "Jerusalem population 1995-2020 Demography, Multiculturalism and Urban Policies" in European Journal of Population 17:2 (2001) pp. 165-199

la popolazione non ebraica è poco meno di 1/3

 

 

Yiddische mame

Le divisioni sul problema mediorientale attraversano le nostre famiglie e quello che scrivo adesso mi è stato stimolato da una discussione con mia madre, rappresentante all’estero dell’Adei, che alle mie reiterate affermazioni pacifiste mi si è nuovamente rivolta con le fatidiche parole: "ma ti rendi conto che gli arabi sono antisemiti e ci odiano?!" La mia vorrebbe essere una risposta pubblica a mia madre e, attraverso di lei, all’opinione oggi maggioritaria nel mondo ebraico della Diaspora e in Israele.

Sì cara mamma, gli arabi ci odiano, ma questa osservazione empirica se lasciata all’emotività che ovviamente provoca, non ci permette di affrontarla in modo costruttivo e non può che portare ad una reazione altrettanto emotiva che giustifica di fatto ogni eccesso di difesa e quindi ad un circolo vizioso di morte e di disperazione.

Approfondendo dunque, quest’ostilità è veramente antisemitismo, oppure, come io credo, un odio trasposto per l’Occidente che attraverso la costruzione dello stato ebraico ha visto realizzare, nell’ambito dei rapporti millenari tra la sua civiltà e il mondo islamico, l’ultimo affronto e la più grave sconfitta per la mezza luna, ovvero la sottrazione definitiva e non più temporaneamente coloniale di terre considerate appartenenti alla Umma – la comunità universale dei musulmani? Se è così allora effettivamente la nascita dello stato di Israele rappresenta il problema, la catastrofe – la "nakba" come la chiamano i palestinesi – ed essere coscienti di questo forse ci può far capire che la politica di forza israeliana non può che confermare l’immagine stereotipata che gli arabi hanno degli ebrei, cioè di usurpatori delle loro terre sacre.

Dunque la nascita di Israele si colloca in uno "scontro di civiltà" che è ben precedente e che oggi, a mio avviso, è alimentato dalla politica puramente reattiva del presidente Bush all’11 settembre, senz’altra progettualità politica che non l’affermazione degli interessi economici e quindi strategici dell’unica superpotenza mondiale. Allora mi domando: possiamo noi ebrei che siamo stati le prime vittime della civiltà occidentale, non capire il senso di frustrazione che i musulmani, in particolare gli arabi, provano per gli ultimi secoli di assoggettamento al "mondo cristiano", prima nella forma coloniale e poi in quella neocoloniale che vede il suo apice nel processo di globalizzazione?

Capire non vuol dire concordare su tutto e quindi gli arabi possono scordarsi che Israele scompaia, ma siamo noi che dobbiamo farci accettare da quel mondo, magari coltivando quel senso critico verso le chiusure dell’Occidente, che è il nostro miglior patrimonio.

Andrea Billau

 

Yiddische nonna

Cari amici,

leggo da mesi la vostra rivista che trovo interessante e ben fatta,complimenti. Durante l’invasione dei territori dello scorso anno ho cercato con ansia sulle vostre pagine una voce di condanna inequivoca della violenza brutale dell’esercito contro le popolazioni civili dei campi profughi, ma tutti i commenti mi sono sembrati troppo ingessati, troppo sul filo dell’equilibrio. Forse questo si poteva comprendere e scusare con l’imminenza delle elezioni Ucei, ma la cosa mi ha sinceramente addolorato. Ero fiducioso che l’ebraismo cui date voce avesse la capacità anche in mezzo al sangue, alle grida e alla polvere di parlare secondo giustizia, perché a mio avviso qui sta tutta la questione, la giustizia, i diritti. È per questo che oggi vi ringrazio dopo aver letto (tardivamente) sul numero di dicembre i resoconti di Marina del Monte sull’attività del gruppo "Ebrei contro l’occupazione", le sue parole sono state musica per le mie orecchie, vi prego di continuare a dare spazio alle idee e alle attività del gruppo. Poi, la notazione che nelle loro posizioni hanno trovato "un rinnovato senso di appartenenza all’ebraismo" mi ha commosso. Vedete, io non sono ebreo, ma sono stato cresciuto fra gli altri da una "nonna adottiva" ebrea, Elsa Fubini di Roma, che probabilmente qualcuno di voi conosce. Così da piccolo pensavo che essere ebrei fosse essere come Elsa, cioè sommamente buoni e divertenti nonché dispensatori di dolci squisiti. Crescendo ho trovato in lei un modello di saggezza, lucidità e buonsenso ed ho interiorizzato il suo profondo senso di giustizia; al contempo ho imparato che in qualche modo l’identificazione che facevo da piccolo era ingenua ma non sbagliata perché davvero l’ebraismo italiano ha spesso parlato la voce della tolleranza, della solidarietà e della giustizia. Sono i principi che ritrovo nelle parole degli "Ebrei contro l’occupazione", vi prego di prestargli attenzione, hanno l’entusiasmo che serve per uscire dalla palude.

Tommaso Rizzo