Bobbio
Coscienza
critica della nostra epoca
Nel
secentesco arco del comune di Gouda, elegante cittadina olandese che ho visitato
recentemente, sta scritto a grandi caratteri: “Audite et alteram partem”.
Questo invito forte alla tolleranza ideologica e politica è stato anche alla
base del magistero di Norberto Bobbio che, come filosofo e intellettuale
impegnato nel dibattito pubblico, ha costantemente diffidato di ogni idea
assoluta di verità e di bene, soprattutto se imposta dall’alto. Ma vi è un
altro motto nel quale egli si è sempre “anche emotivamente” riconosciuto:
“Giustizia e Libertà”, storicamente calibrate, beninteso, sui problemi
della società contemporanea. Basta ripercorrere la trama di alcuni suoi libri
più noti, come Politica e cultura, Quale socialismo?, Il
futuro della democrazia e L’età dei diritti, per accorgersi che
rappresentano un crocevia di problemi ereditati dal passato e proiettati
nell’avvenire, un punto di passaggio tra le prime riflessioni militanti della
stagione azionista e quelle più disincantate, ma non per questo eticamente
esangui, del lungo viaggio attraverso la guerra fredda. Alla base dell’impegno
civile di Bobbio vi è un progetto – concepito negli anni della Resistenza e
sviluppato nei decenni successivi in direzioni non sempre convergenti con gli
assunti iniziali – che si richiama a un liberalismo non riducibile alla
politica del laissez-faire e a un socialismo sensibile ai problemi della
libertà individuale e al confronto aperto tra linee politiche diverse. In quel
programma originario sono visibili due nuclei essenziali, fortemente
intrecciati, sui quali vorrei soffermarmi perché sono stati a lungo elusi o
equivocati:
In
primo luogo, l’abbozzo di una teoria della democrazia, intesa, a un tempo,
come insieme delle regole del gioco e come diritto della società civile di
promuovere in permanenza forme di aggregazione e di partecipazione politica
diretta. I cittadini non sono tenuti soltanto a votare e a rispettare l’esito
delle competizioni elettorali, ma anche a organizzare regolarmente nei luoghi di
lavoro e in altre sedi pubbliche e private momenti di discussione, di proposta e
di confronto con le autorità e con i politici di professione. Allo schema della
democrazia indiretta, costruita esclusivamente sulla rappresentanza parlamentare
e sull’ordinamento dello stato accentrato e burocratico, Bobbio ha
contrapposto la costruzione di uno stato dal basso, l’avvio di un doppio
processo di politicizzazione della società civile e di strutturazione
democratica degli organi pubblici secondo gli schemi del decentramento
territoriale e funzionale propri della tradizione fabiana. Questa concezione
attiva e pluralista della democrazia è completata da un importante corollario:
l’individuazione del federalismo come teoria istituzionale della libertà,
ossia come un modello politico-costituzionale capace di contemperare – secondo
un’indicazione recepita sia da Cattaneo sia dal programma del Partito
d’azione – la struttura dello stato unitario con le forme dell’autogoverno
popolare, l’area tradizionale dello stato-istituzione con lo spazio politico
esperibile dalla società civile, tanto sul piano interno che su quello
internazionale. L’ipotesi federalista, in prospettiva, sembra poter risolvere
stabilmente anche il problema della convivenza pacifica tra i popoli, perché la
guerra è la conseguenza diretta della politica di potenza degli stati nazionali
e non soltanto dei conflitti economici che li dividono. La democrazia
conflittuale e partecipativa teorizzata da Bobbio (e comune ad altri militanti
del partito d’azione, come Piero Calamandrei e Vittorio Foa) è un modello
prescrittivo, non un progetto istituzionale compiuto, traccia la direzione di un
processo di lungo periodo, non le sue modalità esplicative. In altri termini:
lo stato democratico da costruire non è l’utopia dispiegata di un gruppo di
intellettuali autoproclamatisi “rivoluzionari professionali”, bensì un
progetto in fieri di tutti i “cittadini attivi” che vogliono dare un
senso inedito alla loro vita pubblica, assumendo un impegno politico diretto e
duraturo. Il lato paradossale di questa proposta, quando fu avanzata per la
prima volta, è che, per radicarsi, avrebbe dovuto riscuotere il consenso
preliminare proprio di quei settori della sinistra di cui contestava
implicitamente la strategia. Alla costruzione della democrazia dal basso i
partiti di massa tradizionali avevano infatti preferito la politica dell’unità
dall’alto, l’edificazione di uno stato per il popolo, anziché di uno stato
del popolo. In particolare, la linea che aveva prevalso all’interno del
partito comunista (e che poi condizionerà a lungo l’intera sinistra)
prevedeva una gestione centralizzata della politica e una uniformità di
consensi intorno a un fronte “nazionale” espressione non già di un insieme
di forze omogenee, bensì della quasi totalità dei partiti e delle classi
sociali. Era un’idea di democrazia di tipo monistico, totalizzante (definita
in seguito, con una certa approssimazione, “consociativa”), che inficiava in
partenza sia l’idea di una conflittualità permanente, ancorché regolata, con
le forze conservatrici sia una prospettiva pluralistica e decentrata della
partecipazione politica. È bene tener presente questo quadro complessivo ogni
volta che ci si chiede, talora retoricamente, perché una società civile
reattiva abbia stentato a emergere nel nostro paese, e trovi tuttora difficoltà
a consolidarsi.
In
secondo luogo, una concezione dell’intellettuale come coscienza critica di
tutte le forme di esercizio del potere, come promotore di dialogo nella ricerca
aperta della verità e come mediatore selettivo dei valori della democrazia, che
sono individuabili, sostanzialmente, nell’idea illuministica e liberale dei
diritti dell’uomo e nell’eguagliamento economico-sociale dei diseguali,
secondo l’idea centrale della tradizione socialista. “Io sono convinto –
aveva scritto a metà degli anni cinquanta nella sua celebre discussione con
Togliatti – che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal
punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul
mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell’isola della
nostra interiorità privata o ci saremmo messi al servizio dei vecchi
padroni”. Questa duplice scelta nella direzione della libertà e
dell’eguaglianza è stata così riformulata da Bobbio alla fine del Novecento:
“L’uomo come ‘persona’ […] deve essere, in quanto individuo nella sua
singolarità libero; in quanto essere sociale, deve essere con gli altri
individui in un rapporto di eguaglianza” (Eguaglianza e libertà,
Einaudi, Torino 1995, p. XI). In linea di principio, spetta allo stato
democratico rimuovere attraverso una duttile legislazione sociale le forme di
discriminazione e di dipendenza materiale, sia perché intrinsecamente ingiuste
sia perché ostative al libero sviluppo di ciascuna persona.
È
doveroso aggiungere che sui problemi della partecipazione democratica Bobbio ha
manifestato negli ultimi decenni ripensamenti non secondari, storicamente
fondati, ma non tutti convincenti. Intorno alla metà degli anni ottanta egli ha
parlato sia delle “promesse non mantenute” di una democrazia sostanziale a
causa del contrasto verificatosi tra gli “ideali” e la “rozza materia”,
sia della difficile governabilità degli stati occidentali, nei quali la crisi
della democrazia sarebbe riconducibile ad eccessi della stessa democrazia. Ma
oggi continuiamo a chiederci: è davvero così o il problema vero è sempre
quello di conciliare, come aveva chiarito a suo tempo Bobbio e come sostengono
oggi i teorici della democrazia deliberativa, l’esigenza diffusa della
partecipazione politica con le regole dello stato di diritto? Sulla questione
degli intellettuali emerge invece una maggiore continuità di approccio tra gli
scritti di Bobbio dell’immediato dopoguerra e quelli successivi.
All’intellettuale “mediatore” spetta il compito di delineare
analiticamente i diversi statuti teorici delle alternative politiche in gioco e
di saggiare anche, sotto il profilo della progettualità democratica, le
compatibilità tra aspirazioni e diritti di diversa provenienza ideale e
politica. Intellettuale della sinistra democratica che dialoga con i politici e
con gli uomini di cultura sui grandi valori della modernità, Bobbio ha avuto il
merito di prendere le distanze, negli anni della guerra fredda, tanto da quei
paladini dell’Occidente che hanno sempre esibito i muscoli in attesa di far
parlare le armi, quanto da quei militanti della sinistra comunista che si sono
identificati – secondo il modello gramsciano dell’intellettuale
“organico” – con le ragioni di una parte sola, scambiate perlopiù con
quelle di un solo partito. È questa duplice e ragionevole presa di distanza che
è stata talvolta rimproverata a Bobbio; in un primo momento da parte del
versante marxista-leninista della sinistra, più recentemente da parte della
destra.
In
realtà, l’implosione del regime sovietico e la caduta degli altri stati a
socialismo reale hanno vanificato nei fatti sia le retoriche
dell’intransigenza e delle opposizioni estreme sia le rivisitazioni della
storia fondate su un richiamo indifferenziato alla concordia e all’unità
degli italiani, come se la fine del comunismo dovesse implicare la cancellazione
dei valori antifascisti e della programmaticità sociale della Costituzione del
’48. “La democrazia – aveva scritto Bobbio nel 1989 – ha vinto la sfida
del comunismo storico, ammettiamolo. Ma con quali mezzi e con quali idee ci si
dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista?
Ora che i barbari non ci sono […] che cosa sarà di noi senza barbari?” (L’utopia
capovolta, La Stampa, Torino 1990, p. 130). Le utopie possono anche
capovolgersi, ma la coesistenza pratica e l’attuabilità dei grandi valori
della democrazia (a cominciare dalla libertà e dalla giustizia sociale) vanno
ancora esplorate e politicamente garantite. D’altra parte, dopo
l’affacciarsi minaccioso dei fondamentalismi politico-religiosi e l’inedito
riemergere, nel nostro paese, del ‘dispotismo della maggioranza’, sembra
particolarmente utile tornare a quelle pagine di Politica e cultura che
teorizzano, per gli intellettuali, non il disimpegno etico, bensì l’autonomia
critica nei confronti dei poteri costituiti. Come in passato, i valori si
rispettano, ma gli interessi si combattono, sia pure con le armi della ragione.
Un
punto sembra più problematico. La bobbiana “politica della cultura” –
crocianamente distinta dalla “politica dei politici” – continua ad
assolvere compiti decisivi, perché è fondata sull’autonomia e sull’
insopprimibile funzione civile della ricerca, ma lascia aperto, oggi come ieri,
una questione di difficile soluzione: chi sono i destinatari
dell’intellettuale critico? Egli esercita la delicata funzione di analista del
presente e di giudice rigoroso dei processi storici e politici, ma se non ha un
rapporto continuativo con settori significativi della società civile (con
l’insieme di quei ceti “riflessivi” che lo stesso Bobbio aveva in mente
nella stagione dell’azionismo) la gestione reale dei conflitti su valori e
programmi alternativi verrà effettuata esclusivamente dai politici di
professione. Se questi non avranno di fronte movimenti consistenti della società
civile che si automobilitano su temi precisi, e se continueranno a vivere la
politica come un loro hortus conclusus, l’impegno di verità e
di libertà dell’intellettuale critico inciderà in modo subalterno, o non
inciderà affatto, nella fase di autentica elaborazione delle scelte pubbliche.
Franco
Sbarberi