Bobbio

Coscienza critica della nostra epoca

 di Franco Sbarberi

Nel secentesco arco del comune di Gouda, elegante cittadina olandese che ho visitato recentemente, sta scritto a grandi caratteri: “Audite et alteram partem”. Questo invito forte alla tolleranza ideologica e politica è stato anche alla base del magistero di Norberto Bobbio che, come filosofo e intellettuale impegnato nel dibattito pubblico, ha costantemente diffidato di ogni idea assoluta di verità e di bene, soprattutto se imposta dall’alto. Ma vi è un altro motto nel quale egli si è sempre “anche emotivamente” riconosciuto: “Giustizia e Libertà”, storicamente calibrate, beninteso, sui problemi della società contemporanea. Basta ripercorrere la trama di alcuni suoi libri più noti, come Politica e cultura, Quale socialismo?, Il futuro della democrazia e L’età dei diritti, per accorgersi che rappresentano un crocevia di problemi ereditati dal passato e proiettati nell’avvenire, un punto di passaggio tra le prime riflessioni militanti della stagione azionista e quelle più disincantate, ma non per questo eticamente esangui, del lungo viaggio attraverso la guerra fredda. Alla base dell’impegno civile di Bobbio vi è un progetto – concepito negli anni della Resistenza e sviluppato nei decenni successivi in direzioni non sempre convergenti con gli assunti iniziali – che si richiama a un liberalismo non riducibile alla politica del laissez-faire e a un socialismo sensibile ai problemi della libertà individuale e al confronto aperto tra linee politiche diverse. In quel programma originario sono visibili due nuclei essenziali, fortemente intrecciati, sui quali vorrei soffermarmi perché sono stati a lungo elusi o equivocati:

In primo luogo, l’abbozzo di una teoria della democrazia, intesa, a un tempo, come insieme delle regole del gioco e come diritto della società civile di promuovere in permanenza forme di aggregazione e di partecipazione politica diretta. I cittadini non sono tenuti soltanto a votare e a rispettare l’esito delle competizioni elettorali, ma anche a organizzare regolarmente nei luoghi di lavoro e in altre sedi pubbliche e private momenti di discussione, di proposta e di confronto con le autorità e con i politici di professione. Allo schema della democrazia indiretta, costruita esclusivamente sulla rappresentanza parlamentare e sull’ordinamento dello stato accentrato e burocratico, Bobbio ha contrapposto la costruzione di uno stato dal basso, l’avvio di un doppio processo di politicizzazione della società civile e di strutturazione democratica degli organi pubblici secondo gli schemi del decentramento territoriale e funzionale propri della tradizione fabiana. Questa concezione attiva e pluralista della democrazia è completata da un importante corollario: l’individuazione del federalismo come teoria istituzionale della libertà, ossia come un modello politico-costituzionale capace di contemperare – secondo un’indicazione recepita sia da Cattaneo sia dal programma del Partito d’azione – la struttura dello stato unitario con le forme dell’autogoverno popolare, l’area tradizionale dello stato-istituzione con lo spazio politico esperibile dalla società civile, tanto sul piano interno che su quello internazionale. L’ipotesi federalista, in prospettiva, sembra poter risolvere stabilmente anche il problema della convivenza pacifica tra i popoli, perché la guerra è la conseguenza diretta della politica di potenza degli stati nazionali e non soltanto dei conflitti economici che li dividono. La democrazia conflittuale e partecipativa teorizzata da Bobbio (e comune ad altri militanti del partito d’azione, come Piero Calamandrei e Vittorio Foa) è un modello prescrittivo, non un progetto istituzionale compiuto, traccia la direzione di un processo di lungo periodo, non le sue modalità esplicative. In altri termini: lo stato democratico da costruire non è l’utopia dispiegata di un gruppo di intellettuali autoproclamatisi “rivoluzionari professionali”, bensì un progetto in fieri di tutti i “cittadini attivi” che vogliono dare un senso inedito alla loro vita pubblica, assumendo un impegno politico diretto e duraturo. Il lato paradossale di questa proposta, quando fu avanzata per la prima volta, è che, per radicarsi, avrebbe dovuto riscuotere il consenso preliminare proprio di quei settori della sinistra di cui contestava implicitamente la strategia. Alla costruzione della democrazia dal basso i partiti di massa tradizionali avevano infatti preferito la politica dell’unità dall’alto, l’edificazione di uno stato per il popolo, anziché di uno stato del popolo. In particolare, la linea che aveva prevalso all’interno del partito comunista (e che poi condizionerà a lungo l’intera sinistra) prevedeva una gestione centralizzata della politica e una uniformità di consensi intorno a un fronte “nazionale” espressione non già di un insieme di forze omogenee, bensì della quasi totalità dei partiti e delle classi sociali. Era un’idea di democrazia di tipo monistico, totalizzante (definita in seguito, con una certa approssimazione, “consociativa”), che inficiava in partenza sia l’idea di una conflittualità permanente, ancorché regolata, con le forze conservatrici sia una prospettiva pluralistica e decentrata della partecipazione politica. È bene tener presente questo quadro complessivo ogni volta che ci si chiede, talora retoricamente, perché una società civile reattiva abbia stentato a emergere nel nostro paese, e trovi tuttora difficoltà a consolidarsi.

In secondo luogo, una concezione dell’intellettuale come coscienza critica di tutte le forme di esercizio del potere, come promotore di dialogo nella ricerca aperta della verità e come mediatore selettivo dei valori della democrazia, che sono individuabili, sostanzialmente, nell’idea illuministica e liberale dei diritti dell’uomo e nell’eguagliamento economico-sociale dei diseguali, secondo l’idea centrale della tradizione socialista. “Io sono convinto – aveva scritto a metà degli anni cinquanta nella sua celebre discussione con Togliatti – che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell’isola della nostra interiorità privata o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni”. Questa duplice scelta nella direzione della libertà e dell’eguaglianza è stata così riformulata da Bobbio alla fine del Novecento: “L’uomo come ‘persona’ […] deve essere, in quanto individuo nella sua singolarità libero; in quanto essere sociale, deve essere con gli altri individui in un rapporto di eguaglianza” (Eguaglianza e libertà, Einaudi, Torino 1995, p. XI). In linea di principio, spetta allo stato democratico rimuovere attraverso una duttile legislazione sociale le forme di discriminazione e di dipendenza materiale, sia perché intrinsecamente ingiuste sia perché ostative al libero sviluppo di ciascuna persona.    

È doveroso aggiungere che sui problemi della partecipazione democratica Bobbio ha manifestato negli ultimi decenni ripensamenti non secondari, storicamente fondati, ma non tutti convincenti. Intorno alla metà degli anni ottanta egli ha parlato sia delle “promesse non mantenute” di una democrazia sostanziale a causa del contrasto verificatosi tra gli “ideali” e la “rozza materia”, sia della difficile governabilità degli stati occidentali, nei quali la crisi della democrazia sarebbe riconducibile ad eccessi della stessa democrazia. Ma oggi continuiamo a chiederci: è davvero così o il problema vero è sempre quello di conciliare, come aveva chiarito a suo tempo Bobbio e come sostengono oggi i teorici della democrazia deliberativa, l’esigenza diffusa della partecipazione politica con le regole dello stato di diritto? Sulla questione degli intellettuali emerge invece una maggiore continuità di approccio tra gli scritti di Bobbio dell’immediato dopoguerra e quelli successivi. All’intellettuale “mediatore” spetta il compito di delineare analiticamente i diversi statuti teorici delle alternative politiche in gioco e di saggiare anche, sotto il profilo della progettualità democratica, le compatibilità tra aspirazioni e diritti di diversa provenienza ideale e politica. Intellettuale della sinistra democratica che dialoga con i politici e con gli uomini di cultura sui grandi valori della modernità, Bobbio ha avuto il merito di prendere le distanze, negli anni della guerra fredda, tanto da quei paladini dell’Occidente che hanno sempre esibito i muscoli in attesa di far parlare le armi, quanto da quei militanti della sinistra comunista che si sono identificati – secondo il modello gramsciano dell’intellettuale “organico” – con le ragioni di una parte sola, scambiate perlopiù con quelle di un solo partito. È questa duplice e ragionevole presa di distanza che è stata talvolta rimproverata a Bobbio; in un primo momento da parte del versante marxista-leninista della sinistra, più recentemente da parte della destra.

In realtà, l’implosione del regime sovietico e la caduta degli altri stati a socialismo reale hanno vanificato nei fatti sia le retoriche dell’intransigenza e delle opposizioni estreme sia le rivisitazioni della storia fondate su un richiamo indifferenziato alla concordia e all’unità degli italiani, come se la fine del comunismo dovesse implicare la cancellazione dei valori antifascisti e della programmaticità sociale della Costituzione del ’48. “La democrazia – aveva scritto Bobbio nel 1989 – ha vinto la sfida del comunismo storico, ammettiamolo. Ma con quali mezzi e con quali idee ci si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista? Ora che i barbari non ci sono […] che cosa sarà di noi senza barbari?” (L’utopia capovolta, La Stampa, Torino 1990, p. 130). Le utopie possono anche capovolgersi, ma la coesistenza pratica e l’attuabilità dei grandi valori della democrazia (a cominciare dalla libertà e dalla giustizia sociale) vanno ancora esplorate e politicamente garantite. D’altra parte, dopo l’affacciarsi minaccioso dei fondamentalismi politico-religiosi e l’inedito riemergere, nel nostro paese, del ‘dispotismo della maggioranza’, sembra particolarmente utile tornare a quelle pagine di Politica e cultura che teorizzano, per gli intellettuali, non il disimpegno etico, bensì l’autonomia critica nei confronti dei poteri costituiti. Come in passato, i valori si rispettano, ma gli interessi si combattono, sia pure con le armi della ragione.

Un punto sembra più problematico. La bobbiana “politica della cultura” – crocianamente distinta dalla “politica dei politici” – continua ad assolvere compiti decisivi, perché è fondata sull’autonomia e sull’ insopprimibile funzione civile della ricerca, ma lascia aperto, oggi come ieri, una questione di difficile soluzione: chi sono i destinatari dell’intellettuale critico? Egli esercita la delicata funzione di analista del presente e di giudice rigoroso dei processi storici e politici, ma se non ha un rapporto continuativo con settori significativi della società civile (con l’insieme di quei ceti “riflessivi” che lo stesso Bobbio aveva in mente nella stagione dell’azionismo) la gestione reale dei conflitti su valori e programmi alternativi verrà effettuata esclusivamente dai politici di professione. Se questi non avranno di fronte movimenti consistenti della società civile che si automobilitano su temi precisi, e se continueranno a vivere la politica come un loro hortus conclusus, l’impegno di verità e di libertà dell’intellettuale critico inciderà in modo subalterno, o non inciderà affatto, nella fase di autentica elaborazione delle scelte pubbliche.

Franco Sbarberi