27 Gennaio

LA LETTERA AL DUCE

 di Guido Fubini

La “Rassegna Mensile di Israel”, nell’ultimo fascicolo uscito nei primi giorni di gennaio, pubblica una ricerca di Iael Nidam Orvieto dal titolo “Lettere a Mussolini: gli ebrei italiani e le leggi antiebraiche”. Tale articolo  ha risvegliato in me il ricordo di un episodio che risale, credo, all’ottobre o novembre 1938: all’epoca, prima di trasferirmi in Francia,  io frequentai in un primo tempo la quarta ginnasio in una scuola privata (l’Istituto Margara) e poi – quando venne chiarito che il divieto di frequentare le scuole “aperte a tutti” valeva anche per le private e non solo per le pubbliche – la scuola ebraica di Torino che era stata appena istituita. Proprio nei giorni della mia frequenza un’insegnante che molti ricorderanno, la signorina Quinzia Amar, si diede a raccogliere le firme degli allievi sotto una lettera al Duce in cui affermavamo di essere italianissimi e fascistissimi. Le minacce per chi non firmava erano lasciate nel vago ma dovevano essere molto pesanti: andavano dalla sanzione individuale al rischio di chiusura della scuola da parte delle Autorità fino alle punizioni gravissime contro tutti gli ebrei d’Italia. Io firmai come tutti gli altri, ma, tornato a casa e raccontato l’episodio in famiglia, mia mamma mi disse: “Avresti dovuto non firmare”.

L’episodio faceva parte dei ricordi rimossi ma mi è tornato alla mente quando ho letto l’articolo di Barbara Spinelli  su “La Stampa”  dell’ 11 gennaio sulla lettera che nel 1935 Norberto Bobbio aveva inviato a Mussolini, nella speranza di non perdere la cattedra universitaria a causa delle sue frequentazioni antifasciste.  E allora sono corso a rileggermi il libro di Sion Segre Amar “Lettera al duce” (ediz. La Giuntina, Firenze 1994) nel capitolo in cui parla della lettera che egli scrisse dal carcere di Regina Coeli nel 1934 nella speranza di accelerare la sua liberazione.   

Le motivazioni di queste lettere, viste dalla parte di chi le ha scritte, possono essere tante: nelle lettere di cui parla la “Rassegna” c’è spesso un richiamo esplicito o implicito al Risorgimento e a quel “farsi italiano” che, come bene ha scritto Arnaldo Momigliano, ha accomunato nel ’700 e nell’800 gli Ebrei residenti in Italia ai Piemontesi, ai Napoletani e ai Siciliani, mentre non va esclusa una certa paura o una certa  vigliaccheria, il timore di qualcosa che non si sa ancora che cosa possa essere.: “fai quello che devi o fai quello che vuoi ?” si chiede Sion Segre; “non è possibile che non l’abbia avvertita come una colpa nel  momento stesso in cui la scrivevo”, scrive Bobbio.

Ma c’è anche un’altra lettura, un altro angolo visuale, che è quello del destinatario delle lettere, di chi le ha ricevute, di chi le ha lette. Scrive Sion Segre: “Questa settimana il cappellano è puntuale, legge la lettera con  attenzione, trova che   tutto va bene, e mi assicura che il duce è molto sensibile agli atti di sottomissione”.

Quel timore di qualcosa che si assomma al senso di colpa non è qualitativamente diverso, per quanto sia minimo al confronto, dalla tortura fisica che è volta a provocare un atto di sottomissione. Ne parla Jean Améry in “Intellettuale ad Auschwitz” (Ediz.Bollati Boringhieri, Torino 1987). “Con tutta l’anima svolgevano il loro incarico che implicava potere, dominio sullo spirito e sulla carne, trasgressione nell’illimitata autoespansione. Non ho dimenticato anche che vi furono momenti in cui provai una vergognosa ammirazione per la torturante sovranità che esercitavano sulla mia persona. Chi è in grado di ridurre un uomo così completamente a corpo e a piagnucolante preda della morte, non è forse un dio o almeno un semidio ?”

Ricordo l’episodio del nazista (o del brigatista ?) che aveva legato le mani del prigioniero dietro le spalle e le aveva attaccate ad una rotella sul soffitto in modo da slogargli le scapole tirando la corda. “Non devo dargli la soddisfazione di gridare” si disse il prigioniero. Il brigatista diede uno strappo alla corda e il prigioniero lanciò un urlo: era come la lettera al Duce. E il brigatista fu soddisfatto.

I Nipotini di Mussolini  potranno ben dire sorridendo furbescamente “Anche gli ebrei, anche Bobbio, l’hanno fatto”.      Si può affermare  che essere riusciti a sottomettere dei giovani ebrei (il popolo “dalla dura cervice”), un esponente di “Giustizia e Libertà”,  il professor Norberto Bobbio,  è una delle massime realizzazioni cui poteva pretendere il Duce del fascismo .

Guido Fubini