ISRAELE
L’onestà
intellettuale
Nello
scorso numero di Ha Keillah ho riferito delle
parole enunciate da George Steiner in occasione del ricevimento del
premio Borne e di come il grande intellettuale mitteleuropeo considerasse che:
“durante più di duemila anni di persecuzione, di genocidio, di ghettizzazione
e di umiliazione l’ebreo non è stato capace di umiliare, torturare un altro
uomo. A mio modo di vedere non esiste onorificenza più alta, nessuna superiore
nobiltà di quella di appartenere a un popolo che non ha mai torturato!” e
mettendo a confronto questa storia della Diaspora con quella più recente di
Israele in cui era stata rotta questa tradizione si chiedeva se questo non
mettesse in pericolo le lettres de noblesse morali dell’ebraismo.
Ebbene
mi sono ritornate in mente queste parole leggendo un’intervista
“shock”(così viene definita nel sommario)dello storico Benny Morris al
quotidiano israeliano Ha’aretz. Morris è il capostipite dei cosidetti
“nuovi storici”, che hanno rinnovato gli studi storici in Israele, con
particolare riferimento alle problematiche relative alla nascita dello stato
ebraico. In occasione della ristampa di un testo nel 1988 dal titolo: “The
birth of the palestinian refugee problem, 1947-1949”, Morris ha concesso
un’intervista al giornale israeliano. La versione appena uscita è aggiornata
da nuovi materiali che Morris ha ricavato dagli archivi delle forze armate
israeliane(Idf), dai quali emergono numerosi casi di stupro che Morris dice di
aver scoperto con sorpresa, ma soprattutto la presenza di veri e propri ordini
operativi alle unità dell’Haganah in cui si affermava esplicitamente che
dovevano cacciare gli abitanti dalle loro case e distruggere i villaggi. Ma
quello che è giustamente definito schock nell’intervista di Ha’aretz è la
giustificazione di queste operazioni decise dall’alto, da Ben Gurion stesso, e
cioè che senza di esse, come dice Morris, Israele non sarebbe potuta nascere. Con
le parole dello storico: “Dev’essere chiaro: senza la cacciata dei
palestinesi, in questa terra non sarebbe mai sorto uno stato ebraico”, perché,
dice Morris, la presenza al suo interno di una minoranza araba numerosa e ostile
non l’avrebbe mai permesso. E allora, addirittura, Benny Morris riconosce che
quello che è avvenuto può essere definito una pulizia etnica(ad esempio
l’espulsione nell’operazione “Dani” da Lod di 50000 palestinesi), ma
aggiunge che: “nella storia ci sono delle circostanze che giustificano la
pulizia etnica” e cioè quando è in gioco la sopravvivenza del proprio
popolo.
Mi
fermo qui con Morris e ritorno all’inizio dell’articolo alle parole di
Steiner e arrivo alla considerazione finale. Penso che Morris e Steiner
rappresentino in modo esemplare, per la loro onestà intellettuale e il
conseguente coraggio delle posizioni nette e non ipocrite, il dilemma con cui ci
confrontiamo noi ebrei di fronte alla realtà israeliana: per la difesa
dell’esistenza dello stato ebraico dobbiamo arrivare ad abbandonare ogni
considerazione morale? Oppure scegliere la via morale, che è anch’essa
radicale in sé e per quanto si possa cercare di armonizzarla con la real
politik si arriva sempre a un punto in cui il rischio della perdita della
propria sicurezza è sicuro e vi è anche la possibilità di essere sopraffatti.
In ultima analisi c’è in questa dicotomia la opzione di fondo sulla natura
umana (e questo non riguarda solo noi ebrei), considerata nel caso di Morris
irridemibilmente cattiva e nel caso di Steiner aperta invece alla condivisione
della propria precarietà esistenziale, sol che si voglia usare la
caratteristica propria dell’essere umano, la ragione. Nell’un caso vi è un
crudo pessimismo, nel secondo una speranza nell’uomo.
Andrea
Billau
Risposta: PER LA STORIA, "AL DI LA' DEL BENE E DEL MALE" di David Sorani