ISRAELE

L’onestà intellettuale

  di Andrea Billau

Nello scorso numero di Ha Keillah ho riferito delle  parole enunciate da George Steiner in occasione del ricevimento del premio Borne e di come il grande intellettuale mitteleuropeo considerasse che: “durante più di duemila anni di persecuzione, di genocidio, di ghettizzazione e di umiliazione l’ebreo non è stato capace di umiliare, torturare un altro uomo. A mio modo di vedere non esiste onorificenza più alta, nessuna superiore nobiltà di quella di appartenere a un popolo che non ha mai torturato!” e mettendo a confronto questa storia della Diaspora con quella più recente di Israele in cui era stata rotta questa tradizione si chiedeva se questo non mettesse in pericolo le lettres de noblesse morali dell’ebraismo.

Ebbene mi sono ritornate in mente queste parole leggendo un’intervista “shock”(così viene definita nel sommario)dello storico Benny Morris al quotidiano israeliano Ha’aretz. Morris è il capostipite dei cosidetti “nuovi storici”, che hanno rinnovato gli studi storici in Israele, con particolare riferimento alle problematiche relative alla nascita dello stato ebraico. In occasione della ristampa di un testo nel 1988 dal titolo: “The birth of the palestinian refugee problem, 1947-1949”, Morris ha concesso un’intervista al giornale israeliano. La versione appena uscita è aggiornata da nuovi materiali che Morris ha ricavato dagli archivi delle forze armate israeliane(Idf), dai quali emergono numerosi casi di stupro che Morris dice di aver scoperto con sorpresa, ma soprattutto la presenza di veri e propri ordini operativi alle unità dell’Haganah in cui si affermava esplicitamente che dovevano cacciare gli abitanti dalle loro case e distruggere i villaggi. Ma quello che è giustamente definito schock nell’intervista di Ha’aretz è la giustificazione di queste operazioni decise dall’alto, da Ben Gurion stesso, e cioè che senza di esse, come dice Morris, Israele non sarebbe potuta nascere. Con le parole dello storico: “Dev’essere chiaro: senza la cacciata dei palestinesi, in questa terra non sarebbe mai sorto uno stato ebraico”, perché, dice Morris, la presenza al suo interno di una minoranza araba numerosa e ostile non l’avrebbe mai permesso. E allora, addirittura, Benny Morris riconosce che quello che è avvenuto può essere definito una pulizia etnica(ad esempio l’espulsione nell’operazione “Dani” da Lod di 50000 palestinesi), ma aggiunge che: “nella storia ci sono delle circostanze che giustificano la pulizia etnica” e cioè quando è in gioco la sopravvivenza del proprio popolo.

Mi fermo qui con Morris e ritorno all’inizio dell’articolo alle parole di Steiner e arrivo alla considerazione finale. Penso che Morris e Steiner rappresentino in modo esemplare, per la loro onestà intellettuale e il conseguente coraggio delle posizioni nette e non ipocrite, il dilemma con cui ci confrontiamo noi ebrei di fronte alla realtà israeliana: per la difesa dell’esistenza dello stato ebraico dobbiamo arrivare ad abbandonare ogni considerazione morale? Oppure scegliere la via morale, che è anch’essa radicale in sé e per quanto si possa cercare di armonizzarla con la real politik si arriva sempre a un punto in cui il rischio della perdita della propria sicurezza è sicuro e vi è anche la possibilità di essere sopraffatti. In ultima analisi c’è in questa dicotomia la opzione di fondo sulla natura umana (e questo non riguarda solo noi ebrei), considerata nel caso di Morris irridemibilmente cattiva e nel caso di Steiner aperta invece alla condivisione della propria precarietà esistenziale, sol che si voglia usare la caratteristica propria dell’essere umano, la ragione. Nell’un caso vi è un crudo pessimismo, nel secondo una speranza nell’uomo.

Andrea Billau

 

Risposta: PER LA STORIA, "AL DI LA' DEL BENE E DEL MALE"   di David Sorani