Memoria

Da Torino a Toronto

Grugliasco Displaced Persons’ Camp

 a cura di Tullio Levi e Sara Vinçon

L’arrivo degli Alleati, la sconfitta del terzo Reich, la liberazione e l’apertura dei campi di concentramento significarono realmente il ritorno alla vita? Esisteva un luogo, lontano da Auschwitz-Birkenau, da Bergen-Belsen, da Dachau, in cui questa parola aveva ancora un significato reale? Esistevano persone capaci di realizzare un progetto di vita? Esisteva la speranza e la possibilità di ricostruirsi un’esistenza ebraica sulle macerie della vecchia Europa?

I sopravvissuti alla Shoah cercarono di dare risposta a questi quesiti. Interrogarono gli occhi delle truppe alleate, ascoltarono le parole dei cappellani di guerra, piansero nel vuoto affettivo che li circondava, rimasero pietrificati dinanzi all’ostilità che incontravano lungo la via e, nonostante il dolore e la sofferenza, decisero che mai avrebbero concesso a Hitler una vittoria postuma. Erano determinati a sostenere la vita e a battersi affinché essa sconfiggesse la morte e riaccendesse la speranza, la gioia e l’orgoglio di essere ebrei. Non appena fu data loro la possibilità di camminare al di là dei cancelli della morte essi si diressero verso il futuro e scelsero la strada della ricostruzione e dell’impegno.

Nella primavera del 1946 Judith Schwarcz e Bill Rubinstein lasciarono l’Ungheria con l’intenzione di formare una nuova famiglia e di raggiungere la Palestina. La fuga dall’est poteva avvenire attraverso strade differenti, alcune di esse si fermavano in Germania e in Austria, altre attraversavano i valichi alpini italiani e proseguivano lungo le coste dove il Mossad Le’Aliyah Beth (Istituto per l’Immigrazione Illegale) aveva organizzato una fitta rete di imbarchi clandestini nella speranza di forzare il blocco britannico. Le difficoltà che tale impresa comportava, e le reticenze con cui gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e alcuni paesi del Sud America rilasciavano i visti d’ingresso aveva trasformato la penisola in una vasta sala d’aspetto fatta di campi profughi gestiti dall’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) e di Hachsharoth e kibbutzim (centri di addestramento professionale e agricolo) finanziati dalle associazioni di soccorso ebraiche.

La fuga di Judith e di Bill attraversò Budapest, Zagabria, Trieste, Milano e si arrestò a Grugliasco, comune della prima cintura torinese, dove gli Alleati avevano trasformato l’Istituto Interprovinciale Femminile per inferme di mente in un “campo profughi per ebrei dell’est sopravvissuti ai campi di concentramento”. Fu in questo luogo che i coniugi Rubinstein e sette membri della loro famiglia trascorsero tre anni di attesa, sospesi tra la disperazione della Shoah e la speranza nel futuro.

Robert Eliahu Mordechai Rubinstein (Eli) è il figlio primogenito di Judith e di Bill.

Sara Vinçon

 

H.K.: Ci vuoi raccontare come e perché sei nato a Grugliasco?

R.E.R.: Entrambi i miei genitori sono sopravvissuti alla Shoah ma hanno perso la maggior parte delle loro famiglie nelle camere a gas dei nazisti. La sola cosa rimasta a mio padre dopo la guerra era un mulino, ma allorché si diffuse la notizia che il Governo comunista aveva programmato di nazionalizzare tutte le proprietà private e chiudere le frontiere egli decise che non ci sarebbe stato futuro in Ungheria. Insieme con altri otto parenti, i miei genitori (allora non ancora sposati), attraversarono illegalmente il confine con la Yugoslavia e divennero dei rifugiati. La loro intenzione era di aggirare il blocco inglese ed andare a stabilirsi in Eretz Israel. Essi avevano saputo che a questo scopo erano state costituite nel nord Italia delle hachsharoth e così essi presero la via verso Milano. Qui giunti essi furono mandati al “Displaced Persons Camp” (Campo profughi) di Grugliasco, dove essi vissero dall’Aprile del ’46 al Settembre del ’48, dopodiché partirono per il Canada. Io nacqui il 5 Marzo del 1948, non a Grugliasco, che non aveva attrezzature per la maternità, ma all’Ospedale Maria Vittoria di Torino.

 

H.K.: Come la permanenza a Grugliasco ti è stata raccontata dai tuoi genitori nel periodo della tua infanzia?

R.E.R.: Mio padre non parla mai della sua vita antecedente il suo arrivo in Canada: questo è il suo modo di rapportarsi al trauma della sua orrenda esperienza durante la guerra. Per contro mia madre compensa abbondantemente quella sua reticenza. Prima che io prendessi contatto con Sara Vinçon, mia madre fu la mia sola fonte di informazioni sulla vita nel DP Camp. Via via che crescevo, essa trovava le occasioni di raccontarmi le storie di Grugliasco, perché riteneva fosse per me importante conoscerle. Essa ripensava a quel suo soggiorno in termini estremamente positivi. Essa considerava il Campo Profughi come una sorta di sanatorio dove tutti gli ospiti avrebbero potuto riaversi dai terribili tormenti che essi avevano dovuto sopportare. Essi erano demoralizzati per aver avuto a che fare con esseri umani della peggiore specie ed erano assolutamente pessimisti sul futuro dell’umanità. Mia madre diceva invece che a Grugliasco i rifugiati ebrei avevano potuto incontrare molti “italiani qualunque” che erano calorosi, compassionevoli e generosi. Questa esperienza fece loro capire che non tutti gli esseri umani erano “nazisti assassini di ebrei”. Fu così che essi riuscirono a recuperare la fiducia nell’umanità e cominciarono, anche se con incertezza, a vedere il loro futuro con un po’ più di ottimismo. Dopo circa tre anni essi si erano sufficientemente rinfrancati ed erano pronti a ritornare nel mondo per ricostruire le loro vite spezzate.

 

H.K.: Sappiamo che sei tornato una prima volta con la tua mamma a Grugliasco nel ’96 e poi una seconda volta alla fine del 2004, con tua moglie e tuo figlio. Cosa ha spinto tua mamma a tornare a Grugliasco?

R.E.R.:La prima visita risale all’Aprile 1996. Mia moglie ed io dovevamo andare ad un Bar Mitzwah di amici di famiglia a Milano. Mia madre aveva da poco stabilito dei contatti con Liana Millu di Genova. Dopo aver letto il libro di Liana sulla sua esperienza ad Auschwitz, mia madre realizzò che loro due erano state nel campo nello stesso periodo e vicine l’una all’altra; essa era ansiosa di incontrare Liana. Io le suggerii di venire con noi al Bar Mitzwah e poi avremmo compiuto un viaggio nel triangolo Milano – Genova – Torino. Era già una mia idea quella di visitare i luoghi del Campo Profughi di Grugliasco. A causa delle storie raccontate da mia madre, io ero curioso di vedere con i miei occhi il posto in cui io avevo iniziato la mia vita. Nessuno della mia famiglia aveva mai espresso interesse su questo argomento e non avevamo idea di cosa, se qualcosa, avremmo trovato. Noi restammo sorpresi nello scoprire che il sito era ritornato alla sua originale funzione di ospedale psichiatrico. Fu molto emozionante per mia madre vedere ancora una volta, dopo così tanti anni, il luogo che era stata la sua casa durante un periodo cruciale di svolta nella sua vita. Come essa disse al personale che incontrammo nell’ospedale, essa ritornava a Grugliasco “per dire grazie” (in italiano nel testo) al popolo italiano per averla aiutata nella sua riabilitazione quale essere umano.

 

H.K.: Cosa rappresenta per te Grugliasco?

R.E.R.: Io avevo interiorizzato l’essenza del punto di vista di mia madre, e cioè che Grugliasco aveva rappresentato una tappa cruciale nel passaggio della mia famiglia dalla disperazione alla speranza, un preludio necessario alla loro successiva ricostruzione di una nuova vita in Canada. Per questo io sarò sempre grato. Ciò nonostante, a differenza di mia madre, essendo io stato fortunatamente risparmiato dalla sua orribile precedente esperienza, non avevo bisogno di romanticizzare né il posto né la gente. Il Campo di Grugliasco era a quel tempo un posto orribile in cui vivere e molti italiani hanno di che vergognarsi allorché si considera il loro atteggiamento prima e durante la guerra, specialmente nei confronti degli ebrei che erano tra di loro. Forse la gentilezza mostrata nei confronti dei rifugiati dopo la guerra fu un ritorno a quelle che avrebbero dovuto essere le norme di comportamento di un popolo fondamentalmente civilizzato. Forse si trattò di una espressione collettiva della presa di coscienza di una grave colpevolezza. O forse mia madre, inconsapevolmente, esagerava le caratteristiche positive degli italiani quale manifestazione del suo disperato bisogno di credere nella possibilità di redenzione del genere umano.

 

H.K.: Cosa hai provato nel corso delle due visite? Quali sono state le maggiori differenze tra la prima e la seconda?

R.E.R.:Ricollegarmi alle mie origini fu, entrambe le volte, una esperienza profondamente commovente, ma con modalità diverse. La prima volta non avevo idea se fosse rimasta qualche traccia del Campo, poiché nessuno se ne era più occupato dopo il 1948 e non conoscevo alcun posto nelle vicinanze. La seconda volta io sapevo esattamente cosa avrei trovato ed avevo sviluppato una vasta trama di contatti. Io fui particolarmente toccato nello scoprire la comunità ebraica di Torino, della cui esistenza ero stato fino ad allora all’oscuro. Io mi sono trovato a pensare che questa avrebbe potuto essere la mia comunità, se i miei genitori avessero deciso di fermarsi in Italia anziché emigrare in Canada.

 

H.K.: Raccontaci come siete giunti in Canada e come è avvenuto il vostro inserimento in quel paese.

R.E.R.: Fermarsi in Italia non fu una opzione per i miei genitori, sia perché a quell’epoca c’era un gran numero di rifugiati, sia a causa della disperata crisi economica post-bellica. Dopo circa tre anni di “stagnazione” in Grugliasco essi erano ansiosi di andare in qualunque posto del mondo dove fosse per loro possibile vivere una vita normale e dignitosa. Essi volevano andare in Eretz Israel, ma il blocco all’immigrazione imposto dagli inglesi aveva reso tale opzione difficoltosa e pericolosa. Essi avevano atteso pazientemente di sparire nel mezzo della notte ed imbarcarsi a Genova. Ma all’epoca in cui lo Stato di Israele venne proclamato, io ero appena nato e i miei genitori non erano certamente ansiosi di portare il loro neonato in una zona di guerra dopo tutto quello che avevano passato. In quel frattempo una delegazione della potente “Unione dei Pellicciai Ebrei del Canada”, arrivò in Italia per reclutare lavoratori con esperienza nel settore. In realtà si trattava di una missione umanitaria con lo scopo di far entrare in Canada quanti più rifugiati fosse possibile, in un tempo in cui la politica dell’immigrazione del Canada era palesemente ed inspiegabilmente antisemita. Mio padre, mio zio e mio cugino furono tutti accettati dalla delegazione anche se nessuno di essi aveva mai toccato una pelliccia. Secondo quanto stabilito dal loro contratto, essi erano obbligati a lavorare come pellicciai almeno per un anno. Non appena l’anno fu trascorso i tre uomini aprirono il loro negozio di pellicce nel centro della città di Toronto. Poco tempo dopo essi cominciarono a costruire case, attività che essi conoscevano ancora meno di quella delle pellicce. Essi costituirono la “H&R Developments”, che oggi è una delle più grandi e stimate imprese di sviluppo immobiliare del Canada.

 

H.K.: Raccontaci qualcosa della comunità ebraica del Canada in generale e di quella di Toronto in particolare.

R.E.R.: Ci sono circa 360.000 ebrei in Canada. Di questi, 175.000 vivono a Toronto, 100.000 a Montreal e gli altri sono sparpagliati in tutto il paese in più piccole comunità. Se si considera la tendenza generale, i piccoli centri stanno via via scomparendo e la vita ebraica si sta consolidando nei maggiori centri. Quando la mia famiglia arrivò nel 1948, a Toronto vivevano solo circa 60.000 ebrei. La popolazione ebraica è esplosa di pari passo con la straordinariamente dinamica crescita della città nelle decadi recenti. Toronto è una città multiculturale formata prevalentemente da immigrati. Comunque il maggior gruppo etnico dopo quello degli abitanti di origine inglese, è quello degli italiani giunti negli anni cinquanta in cerca di lavoro. Io sono sempre stato affascinato dal fatto che essi abbiano trovato prevalentemente impiego nel settore delle costruzioni e principalmente in imprese di immigrati ebrei come quella di mio padre. Lavorando insieme, gli italiani e gli ebrei hanno fatto diventare Toronto una grande città. Secondo la mia personale prospettiva, io vedo in ciò una sorta di poetica giustizia.

Poiché così tanti ebrei di Toronto sono in Canada da una sola generazione, essi tendono a conservare una più forte identità ebraica rispetto ai loro omologhi delle grandi città degli Stati Uniti, dove la maggior parte vive da molte generazioni ed è quindi molto più assimilata. Da noi una atipica alta proporzione è religiosa osservante. Noi abbiamo anche un certo numero di ultra-ortodossi e di Hassidim. Per queste ragioni, la comunità ebraica di Toronto è tra quelle più fortemente sioniste del mondo. Molti membri hanno fatto l’alyà, ivi compresa mia figlia Tamar e la sua famiglia. La comunità di Toronto è molto frequentata ma soprattutto è molto filantropica. C’è un gran numero di istituzioni ebraiche quali scuole, sinagoghe, centri comunitari ed il “Baycrest”, un centro per cure geriatriche universalmente rinomato.

In breve Toronto è un magnifico posto in cui vivere come ebreo. Se si esclude il clima: nessuno che io conosca sceglierebbe di vivere a Toronto per il clima.....

Non c’è dubbio che, se si considera la storia dei miei genitori e le cieche circostanze che li hanno portati qui, talvolta le cose sembrano proprio lavorare per il meglio. Anche se sotto molti aspetti la strada tra Torino e Toronto è così più lunga rispetto a quanto la somiglianza tra i due nomi lascerebbe supporre, il mio luogo di nascita avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Io desidero vivamente mantenere e rafforzare le mie relazioni con la comunità ebraica di Torino ed auguro ai miei nuovi amici ogni successo in tutto ciò che intraprenderanno.

a cura di Tullio Levi e Sara Vinçon

(traduzione di Tullio Levi)

  Toronto, Gennaio 2005

 

 

 

Sara Vinçon è entrata in contatto con Eli Rubinstein nell’ambito delle ricerche che sta svolgendo per la sua tesi di laurea sul Campo Profughi di Grugliasco.

La tesi è stata sponsorizzata dal Gruppo di Studi Ebraici, in occasione dei trent’anni di HK, per ricordare un momento particolare e poco conosciuto della vita ebraica a Torino nell’immediato dopoguerra; per parlare di vita e non di morte: nei tre anni di funzionamento, in quel campo nacquero 1100 bambini ebrei.