Libri

Diario di Bergen Belsen

di Hanna Levy Hass

di

Andrea Billau

 

Il settimanale Internazionale in occasione del giorno della memoria ha ripubblicato il Diario di Bergen-Belsen di Hanna Levy Hass, madre della corrispondente dai territori palestinesi di Haaretz Amira Hass. È un diario che documenta la permanenza nel campo dal 16 agosto 1944 agli ultimi giorni di aprile del 1945, che quando uscì in Israele nel 1963 fu paragonato dal Jerusalem Post al Primo Levi di Se questo è un uomo. L’autrice internata in un campo di sterminio “lento”, diverso dallo sterminio industriale praticato ad Auschwitz con le camere a gas, dove la morte giungeva per le condizioni progressivamente sempre più inumane in cui i nazisti tenevano i prigionieri, esperisce, come già Levi, l’orrore della sua condizione misto a un forte afflato etico che la porta a cercare, per quanto possibile, di “organizzare” una resistenza alla politica di abiezione cui i nazisti con i loro collaboratori kapò costringevano la popolazione del campo. Una resistenza minimale che si basa sul contrasto della “guerra di tutti contro tutti” degli internati per conquistarsi soprattutto quel minimo di alimentazione necessaria a sopravvivere. Hanna, formatasi nel movimento operaio Jugoslavo, diventa nel campo la leader delle donne che, poiché responsabili dei loro bambini (che qui a differenza di Auschwitz non venivano subito eliminati e separati dai genitori), si attivano per una giusta redistribuzione del cibo contro la direttrice della sezione e contro l’abuso dei portatori delle gavette di zuppa destinate alle donne, che sottraevano una parte della stessa a proprio favore. Le donne si rivolgono ad Hanna per essere guidate nella lotta e nonostante le minacce da parte del marito della direttrice, capo baracca, di denunciare tutto alle autorità naziste, la determinazione delle donne e di Hanna porta a un successo della loro iniziativa, che viene così descritta: “Per tutte queste ragioni – ma soprattutto consigliato e incoraggiato dai suoi, molto più furbi, che temevano che tutto l’affare scoprisse le quinte dietro cui si giocava una politica ancor più complicata e compromettente – il capo si è ravveduto, ha cambiato tono e tattica e ha accettato le nostre richieste. Così abbiamo registrato due successi ufficialmente riconosciuti: primo, nessuna ricompensa sarebbe spettata ai portatori di gavette, tenuti a svolgere il loro incarico secondo i principi di eguaglianza e di solidarietà nel lavoro e nella sofferenza; secondo, la distribuzione dei viveri destinati alla sezione femminile sarebbe avvenuta secondo giustizia, in modo trasparente e senza mistero, in modo che ciascuna delle 120 donne potesse essere costantemente al corrente della sorte di ogni boccone. l’eventuale sovrappiù, una volta terminata la distribuzione, sarebbe stato regolarmente diviso a turni. Per l’esecuzione tecnica della nuova distribuzione è stato scelto un personale responsabile, sono state compilate delle liste, un sistema di numerazione eccetera”. Ma ad Hanna non basta e si incarica dell’istruzione dei bambini, altri soggetti deboli tra i deboli: “Mi occupo regolarmente dei bambini. Sono sicura che la nostra ‘scuola’ è diventata ormai indispensabile per loro e che è l’unico mezzo per risvegliare e mantenere la loro freschezza d’animo. La grande maggioranza dei bambini mostra una forte volontà di studiare, di recuperare il tempo perduto; quando li invito a riunirsi, rispondono con ‘urrà!’ e grida di gioia. E i più svegli lottano per ottenere un angolo libero nella baracca, in cui fare la ‘classe’. Poi ci sistemiamo, e vedo schierarsi intorno a me adorabili volti di bambini su cui si leggono insieme allegria e concentrazione. Nei giorni in cui ci è impedito di studiare, gli allievi cambiano sensibilmente di umore, annoiati e arrabbiati nel vedersi ridotti alla sola sensazione della fame, senza nessuna occupazione umana. Perché è davvero deplorevole che bambini nell’età in cui lo spirito e il corpo cercano imperiosamente di svilupparsi siano costretti a vegetare nel ristagno fisico e morale, nelle condizioni umilianti di una schiavitù di massa che deforma e abbatte le loro energie”. Naturalmente questi sforzi di rimanere umani in una situazione aberrante soccombono, durante il racconto, di fronte alla sempre maggiore brutalità dei carcerieri nazisti, che più si avvicina la fine del loro obbrobrioso regime più come bestie feroci ferite si accaniscono senza tregua sulle loro vittime sacrificali, fino a far gridare Hanna: “qui non moriamo, crepiamo. Perché aspettare? È un affronto alla dignità dell’uomo. Vergogna, vergogna immensa...”. Nell’aprile del 1945 Hanna viene trasferita insieme ad altri prigionieri a Theresienstadt per essere uccisa, ma viene liberata dai soldati dell’armata rossa. La sua vita proseguirà all’insegna dell’impegno politico e trasferitasi in Israele, pur se non sionista, sarà membra attiva del partito comunista israeliano e una delle “madri” del movimento femminista a partire dal 1967. E questo suo costante impegno per la giustizia ha una delle sue radici nell’esperienza nel campo e come meglio spiegarlo di come fa Hanna stessa nelle prime pagine del suo diario: “Mi accorgo oggi che gli innumerevoli giorni colmi di male, i pensieri senza luce e le situazioni estremamente penose, nel corso della mia vita, erano per lo più causati dalle vicissitudini esteriori, dall’assurda struttura della società attuale, dalla natura dell’uomo dei nostri giorni. Tutto ciò diventa di un’accecante evidenza oggi, proprio qui, in questo campo, nella comune atrocità della servitù che ci unisce. Ho così imparato a legare strettamente il mio destino particolare alla questione generale da cui dipende l’esito di g fermento sociale e internazionale, a scorgere la soluzione del mio problema personale soprattutto e anzitutto nel quadro della soluzione dei problemi sul piano mondiale. Ho deciso, dunque, di non essere più vittima delle mie antiche convinzioni, di sottrarmi alle grinfie del fatalismo individuale che irresistibilmente mi scagliava contro un’infelicità incombente, inevitabile, predestinata, eterna, necessariamente fatale. Malgrado tutto – superfluo dirlo – da elementi simili deriva in parte la mia disgrazia personale; ma essa non è tuttavia una categoria definita e certa, dato che deve e non può non mutare nel quadro generale dei mutamenti sociali e mondiali”.

Andrea Billau