Lettere

 

Pensare liberamente

Leggo sul numero di dicembre di “Ha Keillah” un articolo di Stefano Levi Della Torre che contiene il brano seguente: “... certi nostri ebrei arrivano a tanto che mentre gridano al sacrilegio e all’antisemitismo se qualcuno insinua che l’occupazione israeliana infligge ai palestinesi cose simili a quelle che gli ebrei hanno sofferto, applaudono con ossequio se qualche prelato o clericale lamenta che i cattolici in Europa sono ormai perseguitati come furono perseguitati gli ebrei (perseguitati per altro con la partecipazione o il consenso di tanti altri prelati o clericali). E anzi vorrebbero zittire in pubblico il presidente degli ebrei italiani che giustamente obiettava a questo spudorato strumentale vittimismo-clericale”.E prosegue asserendo che questi “ebrei apostolici romani corrono in pietoso soccorso agli integralisti cattolici che pretendono il privilegio d’essere esenti per principio da critiche... per poter rivendicare lo stesso principio per sé e per le loro posizioni: come se il diritto di critica fosse di per sé persecuzione: antireligiosa, se rivolta a un clericale, e antisemita se rivolta a ebrei della loro risma”.

È tipico degli omuncoli tirare il sasso facendo finta di non sapere dove tirano, ovvero senza menzionare con nomi e cognomi i destinatari della polemica. Li farò io questi nomi, visto che – a mia conoscenza – le persone che hanno osato criticare (non zittire, ma il nostro non capisce la differenza) il “presidente degli ebrei italiani” sono il sottoscritto, Federico Steinhaus e Yasha Reibman. E mi scuso con gli altri che mi sono sfuggiti.

Molte cose si potrebbero dire di questa prosa confusa. Mi limiterò a rilevare che da essa si desume – se è stata scritta seguendo i principi della logica – che il suo autore ritiene che asserire che l’occupazione israeliana infligge ai palestinesi cose simili a quelle che gli ebrei hanno sofferto è soltanto diritto di critica; e che gli “ebrei apostolici romani” vorrebbero invece qualificare tale diritto di critica come antisemitismo quando esso si rivolge “agli ebrei della loro risma" (che allora sarebbero gli israeliani occupanti, sempre se l’autore controlla la logica”).

Si potrebbe anche osservare che è un semplice falso attribuirci la tesi che i cattolici siano oggi perseguitati in Europa come lo furono gli ebrei.

Si potrebbe ancora aggiungere che, ironicamente, sullo stesso numero di Ha-Keillah, il rabbino capo di Torino Alberto Somekh esprime tesi che dovrebbero farlo annoverare tra gli “ebrei apostolici romani”.

Ma lasciamo perdere.

Mi limiterò a ricordare che il sottoscritto è stato uno dei pochi ebrei italiani a levare la voce con fermezza, nel recente dibattito sul Corriere della Sera (come peraltro ha anche fatto Federico Steinhaus su Informazione Corretta), contro i clericali e gli integralisti cattolici che erano scesi in campo a giustificare la pratica delle conversioni forzate dei bambini ebrei salvati dalle deportazioni. Guarda un po’: sono stati gli “ebrei abbracciati ai cattolici integralisti” – come recita la squallida prosa del nostro – a sciogliersi dall’abbraccio e a dare quanto dovuto ai loro amanti.

Ma una simile “contraddizione” o “incoerenza” Levi Della Torre non riuscirà a spiegarsela mai. Difatti, come può capire cosa significhi pensare liberamente e fare un libero dibattito una persona che crede che criticare equivalga a zittire? E che, per giunta, deplora che lo si faccia “in pubblico” quando si tratta del capo, mentre trova naturale denunciare in pubblico, anonimamente, i deviazionisti?

Purtroppo per lui non esiste una Commissione Centrale di Controllo (CCC) del Comitato Centrale (CC) dell’ebraismo italiano che abbia il potere di espellere i deviazionisti “apostolici romani”.

Che pena.

Giorgio Israel

Gennaio 2005

 

Che dire della reazione furibonda di Giorgio Israel? In primo luogo mi compiaccio se, dopo essersi schierato dalla parte del vittimismo clericale di Buttiglione e dei suoi sostenitori, ha poi voluto pronunciarsi contro il sequestro clericale dei bambini ebrei scampati allo sterminio nazi-fascista. Non solo un colpo alla botte ma anche al cerchio: segno che anche dalla “zona grigia” possiamo sempre aspettarci qualcosa di buono. Kavod.

  Per il resto, Giorgio Israel sembra ritenere che l’insulto sia un’argomentazione, mentre assume le mie argomentazioni come un insulto. Ma ognuno può controllare sulla stampa dell’ottobre scorso le posizioni di Israel, Reibman e Pacifici a sostegno di una destra guidata da chi esibisce una memoria tenera di Mussolini, nonché il loro silenzio sul vittimismo integralista circa un’“Inquisizione anticattolica” e una persecuzione europea dei cristiani assimilata a quella degli ebrei. Perché di questo si è trattato. Quelle posizioni e quel silenzio mi avevano fatto trasecolare, anche per la “politica delle alleanze” che presagivano. Proponevo, nel mio scritto, il “vittimismo” come categoria esplicativa. Ed ecco Giorgio Israel rientrare in pieno nel mio schema, atteggiandosi a vittima: là dove mi attribuisce di auspicare un Comitato Centrale dell’ebraismo “che abbia il potere di espellere i dissidenti” del suo tipo. Tanto il vittimismo berlusconiano, che vede dappertutto il pericolo comunista, ha contagiato i cuori che alcuni, come Israel, si annoverano già tra le potenziali vittime del giudeo-bolscevismo.

 

Stefano Levi Della Torre

Milano, 1/2/2005

 

Pietanza e contorno

Ogni volta che si mangia una pietanza con contorno, si recita la berakhah sulla pietanza e si esenta il contorno (Mishnah, Berakhòt 6,7).

Sono probabilmente uno di quei Rabbini citati da Umberto Lascar al termine del suo lungo articolo “A proposito dell’Hashomèr Hatzair” apparso sull’ultimo numero di HK. Lo scritto prende in realtà in esame l’intera prospettiva dell’Ebraismo italiano cosiddetto laico, sulla quale è giusto intervenire. Egli infatti conclude facendosi portavoce di chi invoca, per la rivitalizzazione della nostra vita comunitaria, “un modo diverso di essere ebrei, sicuramente meno religioso, ma fortemente legato a molti aspetti della tradizione ebraica ed alla cultura non religiosa”. L’autore, peraltro, non ci dice quali siano questi aspetti.

Provo a questo punto io a formulare delle ipotesi. La lingua ebraica? Recentemente, un correligionario mi ha scritto sostenendo che si può essere buoni ebrei anche senza conoscere l’ebraico. Tecnicamente, non gli si può dar torto. La storia ebraica? Quando ero a New York ricordo di aver visitato un liceo ebraico ortodosso in cui NON era programmata la storia ebraica. Quando domandai al preside il perché, mi rispose che dove l’identità dei ragazzi è forte non c’è bisogno di studiare la storia. Il Talmud è più che sufficiente. E certamente quella scuola riesce a motivare ebraicamente i ragazzi molto di più di tante altre analoghe istituzioni nostrane in cui si investono risorse per l’insegnamento della storia.

La cultura ebraica “non religiosa” è oggi molto forte in Italia, in termini di editoria, conferenze, convegni, dibattiti. Eppure la vita comunitaria, come traspare dalle parole di Lascar (e non solo dalle sue) langue, stenta ad elevarsi. Negli ultimi quattro anni sono stati pubblicati non meno di tre saggi di introduzione al Midrash. Gli autori sono tutti ebrei, non Rabbini! Le case editrici, invece, non sono ebraiche, ed è difficile pensare che chi ha lavorato a queste opere in ogni fase della pubblicazione pensasse in primis ad un pubblico ebraico.

Con il permesso di Lascar, la vera esigenza va ricercata da un’altra parte, proprio dove si ritiene che non ci sia. Non è mia competenza giudicare l’operato di un movimento giovanile radicato in Italia come l’Hashomèr Hatzair, che ha avuto il merito (se non altro) di spingere tanti alla ‘aliyah. Ma proprio perché l’unico suo legame con l’Ebraismo attivo passa attraverso il Sionismo e null’altro, non mi stupisco se fra i suoi Bogrim che hanno scelto di rimanere in galùt Lascar fatichi a trovare oggi delle guide comunitarie convinte e preparate in ciò che fanno. Non si può trasmettere ciò che non si ha.

È un discorso logico, prima che politico. Non si può continuare a fingere di rifiutare la pietanza per poi seguitare a lamentarsi che il contorno non ci nutre. È vero che la frequenza regolare al Bet ha-Kenesset, da sola, non può esaurire la partecipazione alla vita comunitaria. Ma è altrettanto vero che senza la frequentazione del Bet ha-Kenesset non si può parlare di vita comunitaria tout court. E per seguire una Tefillah al Tempio, è giocoforza conoscere almeno i rudimenti dell’ebraico…

 Rav Alberto Moshè Somekh

   

Regole diverse per Israele?

Caro David,

vorrei dirti il mio parere sul tuo articolo Non è resistenza comparso sull’ultimo numero di Hakeillah concentrandomi su quello che succede nei territori.

Per cercare di distinguere la resistenza dal terrorismo scrivi che non è il giusto fine a rendere legittima un’azione violenta. Poi però assicuri che il fine giusto sussisteva nella lotta di liberazione contro il nazifascismo mentre non sembri così certo che questo sussista nella aspirazione palestinese al veder finire l’occupazione israeliana.

Non distingui inoltre quali delle azioni palestinesi consideri terrorismo da condannare e quali legittima resistenza. Lasci quindi pensare che l’occupazione israeliana non sia un obiettivo che si può legittimamente combattere e lasci il dubbio che ogni forma di lotta sia da considerare come terrorismo.

Di solito considero la violenza contro il militare occupante legittima come ho sempre considerato la resistenza italiana e la guerra del Vietnam. E invece nel caso di Israele viene considerato terrorismo (vedi lo spianamento di Jenin dopo l’uccisione del ministro generale Zevi propugnatore della deportazione dei palestinesi).

Perché per Israele devono valere regole diverse? Sono d’accordo che ci sono dubbi che l’azione violenta porti a qualcosa.

Le uccisioni discrezionali, i blocchi delle strade (non solo le cattiverie dei soldati ma l’esistenza stessa dei check points che per il solo fatto di esistere impediscono di andare al lavoro… così “volontariamente” si emigra), gli espropri di case e terreni, il sequestro di fonti d’acqua, la distruzione di case sono obiettivi legittimi contro cui lottare? Tirare su un muro vicino a delle case e poi ordinare di abbatterle perché sono troppo vicine al muro o dichiarare propri case e terreni capitati al di qua del muro, sono azioni legittime solo perché siamo “noi” a farle?

Se tu con Hakeillah sei dell’opinione, come la mia, che l’obiettivo è tornare ai confini del ’67 e sono sbagliati i metodi violenti mi aspetterei da parte di HK un maggior spazio alla denuncia delle ingiustizie dimostrando con questo se non il sostegno almeno la legittimità di una resistenza civile e pacifica.

Almeno un riconoscimento dei loro diritti credo che i palestinesi lo meritino anche da parte di Hakeillah, cosa sempre più necessaria in tempi di unilateralismo e convinzione di essere dalla parte di Dio. Una sorveglianza dell’informazione sarà ancora più necessaria se la mancanza di episodi di violenza palestinese relegherà la situazione dei territori a poche righe di una pagina interna.

Un caro saluto

 

Nota: ho letto oggi l’articolo di Somekh in apertura del Notiziario di febbraio appena arrivato. Cita niente meno che il National Religious Party ed il loro obiettivo di (ri?)mandare i palestinesi in Giordania. Il problema è quello demografico e quella è la soluzione proposta. Il notiziario è della comunità, la comunità attraverso i suoi rappresentanti ha scelto il rabbino, il rabbino può dire qualsiasi cosa continuando a rappresentarci?

Giorgio Canarutto

 

Caro Giorgio,

innanzitutto una precisazione di carattere generale e basilare. Nel mio articolo io volevo stabilire una netta separazione di campo tra due ambiti che continuano a parermi inconciliabili, qualsiasi sia l’epoca e la situazione politica alla quale vengono riferiti. Da un lato la legittima resistenza contro l’oppressione violenta, la negazione della libertà e la distruzione della democrazia. Dall’altro il terrorismo, cioè la violenza omicida volta a creare terrore sparando nel mucchio e provocando il numero più alto possibile di vittime tra civili e militari solo perché appartenenti a un contesto considerato nemico. Da un lato la difesa della vita e la lotta per i propri diritti. Dall’altro l’aggressione brutale e distruttiva. La prima può essere passiva o attiva, ma il ricorso alla violenza non può a mio giudizio essere indiscriminato. La seconda esprime una violenza fine a se stessa, sino ad annientare ogni plausibile spinta ideale.

Quanto poi alla contraddizione che mi attribuisci, forse ti sfugge che sostenendo cose opposte mi riferisco appunto alle due opposte realtà della resistenza e del terrorismo. L’obiettivo più o meno lecito e “giusto” di azioni violente non può essere considerato una discriminante valida tra l’una e l’altro perché è agli effetti dirompenti della violenza che bisogna guardare prima di tutto, per poi capire che la discriminante vera sta nel fondamento, nella base che muove l’una e l’altro. Mentre nessuna motivazione è accettabile come giustificazione di un atto di terrore, la pratica della resistenza ha inevitabilmente le sue radici in una profonda motivazione ideale, che mai dovrebbe degenerare nel terrorismo. Il mio intervento era mosso appunto dall’indignazione che provo nel vedere spesso confusi e sovrapposti i due piani, nel cogliere nei confronti del termine resistenza un abuso ricorrente capace solo di appiattirne e svilirne il significato e di far perdere la percezione e il valore di quella che davvero è stata la resistenza. Il contesto dell’intifada palestinese (come del resto quello del terrorismo irakeno) mi pare offra di questo abuso un esempio palpabile.

Ciò detto, trovo davvero un po’ eccessivo che tu voglia dare ad Ha Keillah lezioni di atteggiamento politico nei confronti dei palestinesi e di Israele. Ti faccio umilmente notare che sin dalla sua fondazione – cioè da trent’anni – il nostro giornale è sostenitore del diritto del popolo palestinese a un suo Stato indipendente nel quadro di un accordo con lo Stato d’Israele. Da sempre abbiamo denunciato abusi e ingiustizie commessi nei confronti di palestinesi (vedi, solo sul numero di dicembre, gli articoli Vi teniamo d’occhio e Rompere il silenzio – quest’ultimo da “Haaretz”). Semplicemente, non accettiamo e non pratichiamo un atteggiamento a senso unico, una visione della realtà israelo-palestinese in cui pregiudizialmente la ragione è sempre dalla parte delle “vittime” palestinesi e il torto sempre dalla parte degli “aguzzini” dell’esercito israeliano. Insomma, le situazioni vanno viste nel loro contesto, e quello mediorientale è un contesto complesso, in cui non è possibile né realistico dividere in modo manicheo il bene dal male, i giusti dagli ingiusti, le vittime dagli oppressori. Sentiamo il dovere di mantenere un equilibrio e di giudicare di volta in volta, concretamente: severi nei confronti di Israele, ma suoi amici, non suoi prevenuti nemici.

David Sorani

 

Il ruolo dei rabbini

In questa lettera il nostro corrispondente cade in errore, sia perché il Rabbino non rappresenta la Comunità non essendo un organo elettivo, ma – come dice lo Statuto dell’Ebraismo italiano, articolo 29 – “esercita le funzioni di magistero, di giurisdizione, di direzione del culto che gli competono secondo la legge e la tradizione ebraica”, sia perché nell’articolo citato Rav Somekh si è limitato a svolgere una breve relazione sull’Assemblea generale dell’Ebraismo ortodosso tenutasi a Gerusalemme dal 27 al 30 dicembre. A quel che sembra la proposta di trasferire tutti gli arabi palestinesi in Giordania è stata avanzata dagli esponenti del Partito Nazional-Religioso ma non è chiaro se sia stata fatta propria dell’Assemblea dell’Ebraismo ortodosso.

Ha ragione invece Giorgio Canarutto quando dice che si potrebbe chiedere a qualcuno – magari proprio allo stesso Rav Somekh – cosa ne pensa

Tewje il Lattaio

 

Per un fondo Arnaldo Mormigliano

Gent.mo David Sorani,

Come consigliatomi da Alberto Cavaglion, le scrivo a proposito del progetto A.D. Momigliano.

“Arnaldo Dante Momigliano, il celeberrimo storico del mondo antico ed amatissimo insegnante in vari atenei di tutto il mondo, dopo aver lasciato l’Italia nel 1938 ottenne il suo primo posto di ruolo in Inghilterra presso l’Università di Bristol”.

L’Institute of Greece, Rome and the Classical Tradition di questa università inglese ha creato un fondo in onore dello studioso piemontese . Scopo di tale iniziativa è sponsorizzare attività di ricerca nel campo degli studi Romani. L’obiettivo è raccogliere una somma di circa Euro 700000 per appoggiare valenti studiosi e promuovere scambi intellettuali tra l’Università di Bristol e l’Italia.

La creazione di questo fondo in onore di Arnaldo Dante Momigliano è una delle più importanti nuove iniziative assunte in Gran Bretagna per promuovere studi sul mondo Romano. Vi invitiamo cordialmente ad unirvi a questo progetto.

Eventuali donazioni possono essere fatte contattando: Ms Katie B.McKeogh,

Development and Alumni Relations Office, Senate House, Tyndall Avenue , Bristol , BS8 1TH , U.K. Katie.McKeogh@bristol.ac.uk

Nicoletta Momigliano

Dept. of Archaeology University of Bristol

43 Woodland Road Bristol BS8 1UU

Tel. (0044) (0)117 9546082 (Direct)

 

Distinguere tra pubblico e privato

Sono rimasto abbastanza sconvolto da una lettera pubblicata nell’ultimo numero di Hakeillah dal titolo: “È lecito adoperare divieti della Torah per fare politica?” che più che un titolo sembra un commento della direzione della rivista a una delirante prova di fondamentalismo religioso, purtroppo in questo caso ebraico. Il fondamentalismo, come si sa, è contraddistinto da un approccio alla religione dove non è presente la distinzione tra sfera pubblica e privata e dalla volontà del fondamentalista di imporre per legge le proprie credenze all’intera società, ciò che lo stato moderno, con l’emancipazione dall’ancien regime, ha fortunatamente eliminato, dando a tutti e in particolare a noi ebrei la possibilità di non essere più discriminati da una religione di stato. Ma l’autore che laico non è e non perché è un rabbino (molti rabbini, forse la maggioranza nel mondo, hanno ben chiara questa lezione della modernità, che permette tra l’altro una religiosità responsabile perché fatta come libera scelta e non si sognerebbero mai di difendere un integralista cattolico come Buttiglione, che per legge vuole imporre la sua religione con divieti e anatemi di stampo controriformistico) non ha memoria di ciò e questo è preoccupante. Ma ciò che mi ha colpito di più è la scelta della direzione di Ha Keillah di non rispondere a una tale mostruosità espressa su una rivista che, mi pare, dell’antifondamentalismo fa una ragione del suo esistere. Un commento, tra l’altro, poteva anche essere l’occasione per affrontare un altro tema a cui mi pare non sia stata data un’adeguata attenzione e cioè la difesa da parte di certi ambienti ebraici, di destra per capirci, dello stesso Buttiglione, per ragioni che attengono più al fatto, in generale, che il ministro faccia parte di un governo oggi vicino a Israele, come quello Berlusconi e, più in particolare, alla coincidenza delle sue posizioni con quel fondamentalismo cristiano che, soprattutto negli States, viene apprezzato, dagli stessi ambienti, per il suo “sionismo apocalittico”. Ho detto già che il titolo della lettera sembra un commento alla stessa ma non sarebbe stato meglio articolarle questo commento e non lasciar passare frasi come queste: “Possiamo comprendere le scelte individuali che ciascuno di noi compie nella sfera delle relazioni intime, e fino ad un certo punto persino rispettarle, ma l’omosessualità è proibita dalla Torah in modo categorico, non solo per noi Ebrei, ma anche per i Noachidi. Vi è un passo del Talmud in cui si accenna in tono di condanna assoluta, senza ‘se’ e senza ‘ma’, all’ipotesi di una Ketubbah o di un contratto ‘matrimoniale’ per questo tipo di rapporti. Non è pertanto pensabile che i nostri dirigenti, spinti sia pure solo da ragioni di convenienza politica, cavalchino nel nome dell’Ebraismo tematiche di questo genere”?

Andrea Billau

 

Il titolo era stato proposto dallo stesso rav Somekh. Cogliamo l’occasione per ricordare ai lettori che la pubblicazione di una  lettera – questa, quella o ogni altra – non significa identità di vedute.

Significa solo che riteniamo l’intervento interessante e stimolante.

Per quanto concerne il caso Buttiglione, facciamo notare che il problema è stato trattato da Stefano Levi nel suo articolo, collocato in prima pagina proprio perché il suo contenuto è condiviso dalla redazione.

H.K.

   

Limpieza de sangre

Non ha mai fatto bene a nessuno la politica di patrocinare “la limpieza de sangre” o come dicevano i fascisti “la politica della razza”.

Non ha fatto certamente bene a noi ebrei contro i quali questa politica è stata sempre praticata nei secoli, dalla Spagna di Isabella la Cattolica, alla Germania di Hitler od all’Italia di Mussolini.

Ma non ha fatto neppure bene ai popoli degli stati promotori, che si sono privati dell’innegabile apporto differenziante e vivificante del sangue, del pensiero e del lavoro del “diverso” tra loro.

Questa lezione che noi ebrei abbiamo sofferto sulla nostra carne, attraverso le persecuzioni, i massacri e le peregrinazioni, non sembra insegnare nulla ai nostri Rabbini che si dichiarano tutti ortodossi e perseguono una impossibile politica di “purezza” e di incontaminazione generazionale.

Secondo questa teoria, come è noto, solo i figli di madre ebrea sono naturalmente ebrei. I figli di solo padre ebreo, invece, per diventare eventualmente tali, devono percorrere un lungo cammino di conversione. La bella norma rabbinica che garantisce l’ebraicità ai figli di mamma ebrea, anche se di padre ignoto o, peggio, stupratore, (casi probabilmente frequenti nei tanti e continui conflitti e persecuzioni di tutti i tempi e luoghi) è diventata pericolosamente limitativa, ove la famiglia è per altri versi normale ma, come ormai è di pratica comune nel mondo diventato globale, i genitori hanno origini, educazione, nazionalità o religione diverse ed è solo il padre ad essere ebreo.

Ci informa Rav Somekh nel Notiziario di Febbraio della Comunità Ebraica di Torino, di aver partecipato recentemente a Gerusalemme alla 5° edizione annuale della Orthodox General Assembly con la presenza di 200 Rabbini e lay leaders di 42 paesi.Una Assemblea certamente rappresentativa del mondo Rabbinico ortodosso.

Rav Somekh stesso ha presieduto due sessioni sul “difficile” dice “problema dei matrimoni alternativi e dei divorzi”, mentre Rav Di Segni ha partecipato ad una tavola rotonda su “come affrontare i matrimoni misti nella diaspora”.

Non si può certo affermare che il problema generazionale non sia stato affrontato, in questa assise.

Ma, a stare alle parole di Rav Somech, l’unica meditazione uscita da sì alto consesso è stata di “affrontare il problema come una malattia” e la vera cura è la prevenzione. Invero, mi sembra, un po’ poco e questo poco anche sbagliato. Perché il fatto di considerare malati il 50% dei giovani (sempre dati riportati da Rav Somekh) che sposano non ebrei, mi sembra un po’ azzardato.

Come dice giustamente Gadi Luzzatto Voghera nel numero di dicembre di Hakeillah, l’ebraismo italiano “si è per secoli caratterizzato per un certo moderatismo che ha sempre rifuggito le scelte estreme”. Ed inoltre: “esso è stato sempre animato da un vivace dibattito interno ed ha sempre trovato le risorse per porsi anche in posizione dialogante con la cultura umanistica italiana, assorbendone spesso linguaggi ed itinerari che sono stati di volta in volta piegati alle esigenze della tradizione ebraica”.

Ma, mi sembra, di questo dibattito interno, di questo moderatismo, si è persa la traccia. Rimane solo un monolitismo di facciata: c’è una sola voce: l’ortodossia. Quell’ortodossia che di fronte al problema dei matrimoni misti accetta solo la “prevenzione”. Ossia: cari figli sceglietevi solo coniugi ebrei.

Ma la vita porta mediamente ad incontrare, migliaia di persone di origine non ebraica, contro un solo ebreo. E quindi la scelta, frequentemente naturale, è il (o la) non ebrea. È un male?

Ciascuno si dà la risposta che gli è più consona. I genetisti certamente approvano.

Ma quando nascono i figli, il coniuge ebreo, che è stato educato a non sopportare santi e confessori, spesso desidera educare i figli seguendo la sua tradizione ed ottiene anche l’assenso dell’altro genitore. Ma gli ostacoli li trova in campo ebraico ove gli ortodossi la fanno da padroni e introducono assurdi ostacoli. Ora, come ricorda ancora Rav Somekh, la comunità ebraica diasporica più numerosa vive negli Stati Uniti con oltre cinque milioni di persone (di cui almeno l’80°/o sono riformati o di altri movimenti, che accettano la patrilinearità) .

Noi italiani, invece, siamo poche decine di migliaia, le nostre istituzioni sono diventate, ciò cui non siamo adusi, estremiste, non accettano dialoghi con nessuno che non sia ortodosso ed i figli dei nostri figli sono esclusi- per mano di chi dovrebbe difendere noi e le nostre tradizioni- dal nostro popolo, dal nostro retaggio.

La risposta non può che essere una sola: le nostre comunità devono aprirsi, aprirsi alle varie sorgenti dell’ebraismo moderno. Questo è anche il messaggio importante che viene impartito ai potenziali leader di Comunità nelle scuole di Leatid, il movimento educativo del Congresso Europeo Ebraico, cui è associata la nostra Unione delle Comunità. Cosa si aspetta a rendere operante questa fondamentale linea guida?

Devono diventare delle case aperte ad ogni corrente e tradizione ebraica. Esse non devono chiudersi in un’arida prospettiva che porta ad escludere i nostri figli ed i figli dei nostri figli dalle nostre tradizioni.

Chi sa, se così facendo, non escludiamo chi potrebbe diventare una luce, una guida tra noi.

La limpieza de sangre è un assurdo tra noi: il razzismo, come sempre, è il nostro peggior nemico, anche, e forse più, quello che alligna tra le nostre fila.

Claudio Canarutto

 

Limpieza de sangre? Ma la lettera parla delle lentezze e del rigore dei procedimenti di conversione. Un procedimento psicologico, giuridico, sociale, ma per nulla biologico.

Limpieza de sangre? Usare il criterio matrilineare è in fondo un rifugiarsi al riparo della alachah. Dire che è ebreo chi ha almeno un genitore ebreo è proprio solo limpieza de sangre.

E infine perché la patrilinearità dovrebbe essere un criterio migliore della matrilinearità?

H.K.