Ricordi

 

Aldo Muggia - Ironia democrazia

di Alda Segre e Paolo Foa

Avete in mente una delle classiche canzoni che si cantano alla fine del Seder, quella che dice “Uno chi sa?”? Al campeggio di Vigo (o potrebbe anche essere Cogolo) era servita di base per uno Shofar Chamorim) diventato famoso, che a un certo punto suonava così: “Dieci sono i comandamenti, ma Aldo Muggia ne trova venti!”

Aldo Muggia, il fratello maggiore per noi diciotto-ventenni di Torino che – intorno agli anni 50 – ci affacciavamo alla vita giovanile ebraica. E così, prima nel CGE, poi nella FGEI, l’ingegnere pignolo torinese, attorniato dai suoi tre chierichetti ingegneri, più o meno pignoli anche loro, è diventato un punto fermo nella storia della FGEI (Guri Schwarz, perché non prende in mano tutto il materiale della FGEI, depositato al CDEC o sparso nelle nostre case e ne fa una bella ricerca scientifica e un libro?).

A cominciare – in campo nazionale – da quel congresso di Torino del 1956 in cui Aldo fu nominato Segretario Generale e Hatikwà uscì per la prima volta in veste autonoma (redazione Via Buccari 10 - Roma!!!).

E da lui abbiamo imparato come si organizza un campeggio, un congresso, come si formula una mozione e tutto il mai abbastanza lodato senso della democrazia di cui francamente sento fortemente la mancanza, anche – alle volte – in campo ebraico. Si, in effetti, sono stati la metodologia, confinante spesso con la pignoleria, l’attaccamento e la fedeltà alle istituzioni e alla loro evoluzione che Aldo ci ha insegnato.

E poi Aldo, con le sue battute fulminanti, che noi chiamavamo “muggiti”, e i campeggi in cui era il bersaglio preferito delle nostre prese in giro e dei nostri scherzi. Chi può aver dimenticato il famoso muro che Guido Tedeschi costruì davanti alla porta della camera di Aldo tra le risate generali? Ma era inconcepibile un campeggio senza Aldo! E fu così che anche a Pieve di Livinallongo – anno 1965 – il 6 agosto festeggiammo i 40 anni di Aldo e i 40 giorni di Stefano Nacamulli (a proposito tanti auguri!) che un padre e una madre incoscienti avevano portato al campeggio, perché per noi giovani ebrei, all’epoca, non poteva esserci vacanza se non al campeggio.

E poi era accanto a noi alle lauree, ai matrimoni, alle nascite dei figli. Ma noi – io in particolare – lo abbiamo lasciato troppo solo negli ultimi anni della sua vita, presi come eravamo e siamo dagli impegni di lavoro e di attività all’interno del mondo ebraico. E me ne pento amaramente!

Alda Segre

* * *

Qualche mese fa meditavo sui miei ricordi degli anni dell’adolescenza, e mi trovai a valutare i modelli che più avevano influenzato la mia formazione. Con molta evidenza emergeva dai miei ricordi il ruolo che Aldo aveva avuto nel determinare molti miei comportamenti e anche alcune mie scelte.

Rompendo allora un silenzio che i luoghi e le vicende per trentacinque anni avevano calato nei nostri rapporti, decisi di telefonargli: il riaprire un dialogo dopo tanto tempo espone al rischio di ritrovarsi estranei e di non saper gestire l’impatto emotivo dei mutamenti che si possono scoprire.

Nel caso di Aldo, ero preparato dai comuni amici, a ritrovarlo solo, come era sempre stato, con l’immutata arguzia, ma con il fisico indebolito da vari malanni.

In quella telefonata della metà di dicembre, gli dissi che ero stato indotto a riprendere contatto con lui proprio dalla mia recente considerazione su quanto il suo modello avesse condizionato la mia formazione. La parola “condizionato” gli parve esagerata, e con una connotazione negativa, che non era assolutamente nelle mie intenzioni: ci ritrovammo così a ragionare e discutere come se tutti quegli anni non fossero passati, e quasi trascurando le difficoltà della comunicazione telefonica causate dalla sua ridotta capacità uditiva.

Gli promisi che sarei andato a trovarlo, nel nuovo anno, nella convinzione che il suo imminente check up medico fosse un passo di routine. Ricordando che io non ero mai stato a casa sua, si preoccupò di darmi qualche indicazione, per altro superflua, perché io ricordavo perfettamente il suo indirizzo.

Il rammarico di non aver potuto giungere a mantenere quella mia promessa è in parte attenuato dalla possibilità di associare queste recenti ultime battute del nostro lungo dialogo all’immagine della sua persona non mutata dagli anni della vecchiaia.

Paolo Foa

 

 

Sergio Fubini - La capacità di spiegare

 di Vittorio De Alfaro

 

Lo scorso mese di gennaio è morto in Svizzera, dove viveva da oltre trent’anni, Sergio Fubini.Laureato in fisica non ancora ventiduenne, Sergio Fubini ha coperto incarichi come docente presso le Università di Padova e di Torino, ha trascorso periodi di studio e di ricerca presso il MIT negli Stati Uniti, al CERN di Ginevra, di cui fu Direttore tra il 1976 e il 1980; nel corso della sua carriera ha ricevuto in Italia e all’estero prestigiosi riconoscimenti per la sua attività scientifica.

Il prof. Vittorio De Alfaro del Dipartimento di Fisica Teorica dell’Università di Torino, amico e collega di Sergio Fubini, ne ha tracciato per Ha Keillah il profilo umano e scientifico che pubblichiamo.

 

Chi non ha conosciuto Sergio Fubini non può capire molto di lui. Se fosse esperto nelle questioni scientifiche avanzate potrebbe rendersene conto adocchiando i suoi lavori; altrimenti gli sarebbe impossibile. Sergio, bisognava conoscerlo; ed era meglio ancora se lo si conosceva profondamente, condividendo gli stessi interessi scientifici o addirittura lavorando con lui.

Ma bastava conoscerlo di persona, anche se non si comprendeva un’acca della fisica. Sergio si imponeva subito; non con la sua prestanza fisica (era apparentemente una persona normale, anzi di statura al di sotto della media di oggi); no, Sergio si imponeva subito a tutti per la verve, la capacità di spiegare, la forza che prorompeva dalle sue parole, l’abilità di convincere le persone. E tutto ciò accadeva non perché Sergio intendesse sovrastare gli astanti; no, nella sua contenuta irruenza il compito di Sergio era di spiegare, di rendere partecipi gli altri alle proposte che stava per avanzare, alle decisioni che voleva prendere; sempre attento, d’altronde, a capire i problemi altrui, sempre in grado, se qualcuno avesse espresso qualche nuovo aspetto su una questione, di modificare la propria opinione in corrispondenza.

Per me, che ho avuto per oltre 20 anni il gusto di lavorare con lui, Sergio era un grande amico. Si poneva al nostro stesso livello: non ci fu mai in lui neanche una goccia di superiorità, di quel tanto di formale che poteva derivare da una maggiore esperienza e professionalità o addirittura da una sensazione di predominio. Se Sergio era più in alto di me e di Pino Furlan, era in virtù di una comprensione più pronta dei fondamenti del problema. Naturalmente, ben lungi dallo sviluppare affermazioni apodittiche Sergio si prodigava a corroborare quella sua idea con gli argomenti più varii, a modificarla o addirittura a distruggerla se non avesse retto ad un esame più approfondito. Era un gran compagnone, non un signore distaccato e presuntuoso. Talvolta fu uno di noi due, Pino o io, ad avanzare una parvenza di idea; e se pareva buona Sergio la sviluppava allargandone il significato (e a volte trasformandolo).

Furono oltre 20 anni di lavoro insieme. In verità io avevo già avuto un assaggio delle sue capacità quando, nell’ormai lontanissimo 1958, sviluppai con Dino Bosco un lavoro sul contributo di tre pioni al fattore di forma iso scalare del nucleone. Già in quella occasione l’aiuto di Sergio fu essenziale; e si rivelò ancora superiore nelle settimane successive quando trovai una relazione (facile, col senno di poi, ma ignota a quel tempo) tra il comportamento in soglia pionica e l’andamento a grande distanza spaziale.Mi pareva ovvia: ma Sergio mi aiutò portandomi da Robert Hofstadter (ch avrebbe ricevuto il premio Nobel due anni dopo).

Nell’autunno del 1986 Sergio ebbe un piccolo ictus (non so a cosa fosse dovuto).Strascicò un po’ la gamba; ma sembrava tutto. Invece perse un po’ della sua caratteristica capacità di inventare nuove idee e di modificarle in modo che ricevessero l’ascolto migliore. Dal 1988 si dedicò ad applicare idee particellari alla materia condensata, svolgendo un ottimo lavoro benché forse non più all’altezza dei suoi anni migliori, quelli tra il 1958 e il 1986.

Dopo il 1994 non scrisse più niente nel campo strettamente scientifico; ma per parecchi anni si impegnò in un compito apparentemente molto diverso, al quale però aveva dedicato già da tempo uno spazio sempre più ampio: una comprensione crescente tra arabi e israeliani attraverso lo sviluppo di contatti diretti tra le università d’Israele e della Palestina.Riuscì a utilizzarli facendo incontrare scienziati israeliani ed arabi per discutere di problemi scientifici: a Sharm el Sheik, al Cern, a Torino e all’ICTP di Trieste.

Era purtroppo contro corrente: gli animi esacerbati dei due popoli si muovevano in direzioni opposte e contrastanti.Questo tentativo non poté essere portato fino in fondo.

Nel 2001 venne ancora a Torre Pellice (dove amava vivere) e invitò oltre 50 persone ad un ricevimento nell’albergo dove abitava.Negli anni finali si ritirò completamente a St. Cergue senza più intervenire negli sviluppi della politica scientifica.

Con Sergio abbiamo perso un grande uomo.

Vittorio de Alfaro

Dipartimento di Fisica Teorica

Università di Torino

19 gennaio 2005