Moked

Moked e autunno a Cuneo

8-11 dicembre 2005

di Fiorella Nahum

 

Adagiata ai piedi delle montagne piemontesi, Cuneo si allunga fra il fiume Stura e il torrente Gesso che ne proteggono la tranquillità e l’isolamento, quasi a salvaguardarne la storia e lo sviluppo edilizio avvenuto soprattutto a metà ottocento nel periodo dello Stato Albertino. Cuneo è oggi una piccola e solida città di provincia che mantiene il rispetto delle sue tradizioni e dei suoi abitanti, compresa una sparuta comunità ebraica di cui sopravvivono poche famiglie e la bellissima sinagoga del millesettecento. Gli ebrei sono giunti a Cuneo, come in altri centri del Piemonte, dalla Provenza, o nel secolo successivo di rimbalzo dalla Spagna, bene accolti e tollerati dalle popolazioni locali, e hanno stabilito prospere e laboriose comunità, profondamente legate alla tradizione religiosa rappresentata dalla Sinagoga e dallo studio del Talmud. Il ghetto di Cuneo, insediato al centro della città per volere del Papa, non ha rappresentato, se non eccezionalmente, un motivo di segregazione e sofferenza, e non ha impedito un reciproco rispetto e tolleranza con il resto degli abitanti.

Il dialogo quasi ininterrotto ha trovato una risposta generosa nel sentimento della popolazione durante il buio periodo delle leggi razziali e nel senso di appartenenza delle comunità ebraiche durante la lotta partigiana cui essi parteciparono con sacrifici di sangue.

La presenza a Cuneo, come in tutto il Piemonte, di antiche comunità ebraiche, ormai scomparse, è rimasta simbolicamente attuale e forte grazie alla disseminazione delle numerose sinagoghe, (Casale, Cuneo, Mondovì, Saluzzo, Vercelli, Carmagnola, ecc.) sopravvissute quasi intatte alla sparizione dei fedeli, e oggi affidate alla tutela del Ministero Beni Culturali, della Regione e dei Comuni, che le preservano dalla decadenza strutturale e architettonica, in quanto patrimonio culturale e artistico italiano. La continuità religiosa e culturale, almeno a Cuneo, si deve invece alla famiglia Cavaglion, e ai suoi ultimi due rappresentanti, Enzo Cavaglion e suo figlio, che se ne sono assunti l’onere e la responsabilità con un profondo senso di identificazione e necessità di salvaguardare l’eredità ancestrale dell’ebraismo cuneese.

La scelta di Cuneo, città del Piemonte, come sede per un Moked destinato ad interrogarsi sulle "Culture, tempi e pratiche degli ebrei nella storia", è stata intrigante e piena di fascino non solo per la complessità del tema ma anche per la curiosità di capire un po’ di più sulla peculiarità del rapporto maturato lungo i secoli fra le Comunità Ebraiche del Piemonte e la realtà locale, che mi sembra molto diverso rispetto a quello che gli ebrei hanno avuto in altre regioni d’Italia.

Questo Moked è stato diverso dagli altri, proprio per questo e si è espresso – per me – con una speciale spiritualità e intensità nella frequenza di tutte le sessioni proposte, anche per chi si ispira ad una laicità di comportamento, dettata da un modo personale di intendere e realizzare la Halachà.

Sintetizzando, credo che le ragioni dell’interesse scaturito da questo Moked, siano soprattutto due:

La prima è, a mio avviso, la funzione che la Sinagoga ha avuto nei secoli come simbolo di aggregazione della Comunità e mantenimento della tradizione: a Cuneo molte sessioni di studio si sono tenute nella Sinagoga, e questo ha accresciuto il senso della nostra presenza in quel luogo e in questo periodo. Questa sinagoga, quindi, si preserva intatta non solo come monumento culturale di una minoranza ormai quasi inesistente sul territorio, ma come luogo ancora attuale di aggregazione di quella stessa minoranza frammentata e diversa nelle pratiche e nel costume, ma sempre uguale e identificata nel tempo e nei luoghi con i suoi simboli e le sue fonti di sapere e di fede.

La seconda è stata per me la scoperta della fondamentale differenza tra le piccole e le grandi comunità: se è vero che l’identità si trasmette con l’educazione e l’istruzione, sia per le piccole che per le grandi comunità, è soprattutto vero che il primo livello di questo processo è la famiglia, e solo dopo vengono i servizi della comunità per il mantenimento dell’appartenenza e dell’identità. In questo senso la piccola dimensione, comune a molte Comunità ebraiche piemontesi, e il relativo isolamento in cui esse hanno vissuto, dove i servizi quali la scuola, la kasherut, la celebrazione delle feste, l’apprendimento della lingua ebraica sono sempre stati difficili e scarsi, appare ancora oggi una sfida vinta per il mantenimento dell’identità ebraica.

Sfida ancora più difficile, se si pensa alla ricchezza interiore di queste Comunità piemontesi che hanno saputo anche interiorizzare il legame con il territorio e lo Stato, in un modo molto più forte che in altre Regioni, vivendo con lealtà e capacità di sacrificio il legame con gli ospitanti: mi ha molto colpito una targa scritta in ebraico sulla parete della Sinagoga di Saluzzo, e dedicata al "Melech Carlo Alberto" che per primo abolì il ghetto in quei luoghi.

La Sinagoga e il re d’Italia: mai come in questi due vocaboli dicotomici mi è sembrato realizzarsi la simbologia di una diaspora augurale di reciproca convivenza e terra promessa.

Fiorella Nahum