Film

Cinema ebraico

In un unico giorno, fatto davvero curioso e che fa pensare (bene), nei cinema di Torino è possibile scegliere in questo periodo tra quasi una decina di film di argomento ebraico.

Dal discusso Munich di Spielberg si può passare a Volevo solo vivere di Mimmo Calopresti, realizzato con il fondamentale contributo della Shoà Foundation di Spielberg, a Senza destino, per poi meditare sulla condizione ebraica con Ogni cosa è illuminata, o ancora con il bellissimo Vai e vivrai, per divertirsi infine con Zucker, come diventare ebreo in sette giorni .

E si tratta di film che riscuotono tutti grande successo.

Ma sicuramente qualche titolo è stato dimenticato.

Che sarà mai? Gli ebrei dominano davvero dappertutto, anche nel cinema?

 

A caldo su Munich

Non vorrei qui entrare nelle polemiche sull’ultimo film di Spielberg, dalla veridicità dei fatti alla discutibile equivalenza che il film proporrebbe tra gli autori della strage di Monaco e gli agenti israeliani "vendicatori". Sul primo punto non ho la competenza per discutere, e comunque ci vorrebbe uno studio più ampio, che prenda lo spunto dal libro da cui il film è tratto. Sul secondo punto ci sarebbero molte cose da dire, ma vorrei ricordare quanto dicevamo un anno fa a proposito di Private di Saverio Costanzo. In apparenza è un paragone assurdo perché i due film non potrebbero essere più diversi: l’uno è claustrofobico, realizzato da un regista esordiente con scarsità di mezzi, l’altro ci fa passare in pochi minuti da Roma a Parigi, da Londra a New York, Beirut, Atene ed altro. Il confronto si riduce ad un unico aspetto: entrambi presentano il conflitto israelo-palestinese e prendendo le parti per uno dei due. Ed in entrambi questo accade non tanto sul piano della storia e dei personaggi, ma su quello dell’emotività, e, soprattutto, perché scelgono i protagonisti da una sola parte: i palestinesi in Private, gli israeliani in Munich. Lo stesso discorso valeva per Camminando sull’acqua di Eitan Fox, ma lì il conflitto israelo-palestinese era sullo sfondo e il vero "nemico" era il criminale nazista a cui il protagonista dava la caccia.

Così, se nel film di Costanzo, nonostante il figlio aspirante terrorista e gli israeliani gentili, il punto di vista restava sempre e solo palestinese, altrettanto non si può negare che, nonostante le numerose scene in cui i personaggi palestinesi hanno l’opportunità di spiegare le proprie ragioni, Spielberg sceglie il punto di vista degli agenti israeliani. Sono loro che seguiamo quasi dall’inizio, sono loro che discutono, fanno attenzione a non causare vittime innocenti, si pongono dilemmi morali, hanno dubbi sulla propria missione, citano persino il midrash.

Il protagonista, poi, è carino, gentile e cucina bene (avrebbe imparato in kibbutz, questo sì che è poco plausibile!), ha una moglie che ama tanto, sta per diventare papà, ha un padre a cui è molto devoto ed una yidische mame che lo sostiene e lo giustifica qualunque cosa faccia. Gli spettatori ricorderanno il medesimo attore, Eric Bana, nel ruolo di Ettore in Troy, e non sembra che, al di là dei costumi, il suo personaggio sia cambiato molto: anche lì con moglie e bambinetto, anche lì buono e gentile, anche lì ammazzava la gente, ma solo per difendere la sua patria, assediata da nemici spietati. Non si può paragonare facilmente Golda Meir ad Ecuba, ma anche il primo ministro israeliano, nonostante l’ordine spietato che impartisce, con il protagonista si comporta quasi come una mamma.

Anche qui, come (secondo me) in quasi tutti i suoi film, Spielberg cade sul finale: la crisi di coscienza del protagonista non aggiunge nulla a quanto era già stato detto nel corso del film, da lui o da altri personaggi. La scelta di vivere a New York, poi, subito dopo le parole della madre secondo cui ciò che lui ha fatto era il prezzo da pagare perché gli ebrei avessero uno stato loro, sembra non lasciare aperta nessuna porta alla possibilità di un Israele prima o poi in pace con i suoi vicini. È vero che l’ultimissima inquadratura del film, che si chiude con le Twin Towers, pare gettare un’ombra sulla città scelta per una vita tranquilla. Tuttavia, su una possibile soluzione del conflitto israelo-palestinese il film non lascia aperto neppure uno spiraglio. E così si esce con l’amaro in bocca.

A.S.