Film

 

Le strade  che furono di Levi

di

Daniela Fubini

 

A Torino come nel resto del mondo in primavera ricorderemo la morte di Primo Levi, avvenuta in un aprile tiepido di venti anni fa, non abbastanza lontano da rendere il ricordo storia recente, ma piuttosto una memoria nitida, vicina e lontana nel tempo (la radio in cucina che ripete incredula poche frasi: non è sicuro come, Primo Levi è caduto nella tromba delle scale del suo palazzo). Tutti diremo: sembra ieri.

Credo che difficilmente non si cadrà nella retorica dei grandi anniversari, e a segnare il tono l’anno è iniziato con la presentazione a Torino del documentario di Davide Ferrario e Marco Belpoliti Le strade di Levi.

È un film intenso, pieno di immagini inattese, a tratti quasi lirico, e di sicuro, senza ombra di dubbio, non è un film su Primo Levi. Al contrario, si prepara ad essere una cocente delusione per tutti quelli che andranno a vederlo credendo di trovarci dentro la storia di Primo Levi, per tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado che porteranno i loro allievi a vederlo pensando di poter così integrare (o evitare?) la lettura dei suoi libri; mentre piacerà a quanti hanno amato la scrittura di Primo Levi e la sua maniera quasi macchiaiola di descrivere persone e luoghi in una, due, cinque parole e via.

Proprio per questo, ho visto il documentario con crescente sollievo, dopo i primi minuti che riassumono il senso del progetto: rifare il viaggio in treno che Primo Levi e i suoi compagni dovettero intraprendere usciti da Auschwitz, per arrivare finalmente, dopo lunghi mesi, a Torino.

Del viaggio, il film ripercorre la parte meramente geografica, mentre la voce narrante legge passi de La tregua per legare i luoghi, le facce, i cieli che Primo Levi vide allora a quelli moderni che noi difficilmente vedremmo al di fuori delle immagini di questo film. Nei titoli di testa il percorso viene disegnato su di una cartina dell’Europa, e sembra il disegno di ago e filo - nel pagliaio infuocato che era l’Europa alla fine della guerra.

Seguendo il filo, il regista e la sua troupe viaggiano, sessant’anni dopo, a bordo di una macchina (scalcagnata, come se ne vedono oggi soltanto nell’ex-URSS) attraverso Polonia, Ungheria, Bielorussia, Ucraina, Romania.

Ferrario e Belpoliti lo hanno definito un road movie, ma io lo definirei una lezione di geografia politica e sociale: in assenza di attori, qui l’importante sono i paesaggi, umani e industriali, prodotti evidenti di una storia europea di socialismo reale che in ciascuna regione, città e perfino strada ha lasciato strascichi diversi.

Primo Levi, quella storia non l’ha vissuta, o di certo non l’ha vissuta durante i mesi di tregua dal mondo in cui ha cucitochilometri sulla cartina d’Europa a bordo di un treno.

Si può arrivare a dire che La tregua è un semplice pretesto per svolgere una seria ricerca filmata su come sia cambiata in 60 anni la parte centrale del nostro continente. E certo, se fossimo tutti più pronti a far cadere gli ultimi tabù non ci sarebbe nulla di male. Ma per chi considera ancora La tregua una pietra miliare letteraria nella storia del Novecento, non è facile lasciare che venga usata così, per dar colore al grigiume post-sovietico.

Daniela Fubini

 

Davide Ferrario e Marco Belpoliti, Le strade di Levi