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Parliamo di libri

di

Anna Segre

 

 

Qualcuno potrebbe obiettare a Guido Fubini che nessuno ha proposto di proibire i testi di autori israeliani ma che, semplicemente, è stata messa in discussione la scelta “politica” di Israele quale paese ospite d’onore. Non so come funzioni di solito la Fiera del Libro, ma non credo, comunque, che la scelta di un paese come ospite sia da interpretare come un’adesione piena e incondizionata alle scelte politiche dei suoi governi. Semplicemente si prende atto del fatto che esiste lo stato di Israele con la sua letteratura; prendere atto di un fatto non significa neppure, a ben vedere, pronunciarsi sulla sua legittimità o sulla sua opportunità (parlare di scrittori israeliani nel 2008 non implica nessun tipo di giudizio sui fatti del 1948); eppure già il semplice dato di fatto pare dar fastidio a qualcuno.

C’è chi critica la scelta di Israele quale paese ospite attribuendo ad essa, forse un po’ arbitrariamente, un valore simbolico. Ma chi decide di scendere sul terreno dei simboli non può poi fingere di non vedere l’inquietante valore simbolico che assumono gli inviti al boicottaggio e le inquietanti memorie che evocano.

Preso atto dell’esistenza di una letteratura israeliana, chi organizza una Fiera del libro esprime un giudizio sul suo valore, che non dipende in nessun modo dalla politica dei governi israeliani, e, in fin dei conti, nemmeno dall’ideologia degli scrittori stessi. Già Dante e Cervantes non sono particolarmente politically correct, ma se ne potrebbero menzionare altri che lo sono ancora meno: l’Eneide non esalta l’imperialismo romano? Il mercante di Venezia non è un testo antisemita? Possiamo arrampicarci un po’ sugli specchi per negarlo, ma più di tanto non ci riusciamo, eppure nessuno di noi si scandalizza quando a Virgilio e a Shakespeare si dedicano convegni, festival e quant’altro. Se poi ci sono scrittori che, oltre a essere grandi, scrivono anche cose che ci piacciono, tanto meglio; se per di più questi scrittori sono anche impegnati nel dialogo e nella ricerca della pace, ancora meglio. Ma non è questa la cosa essenziale. Dunque è ridicolo sentir dire che il boicottaggio è sbagliato perché Grossman, Yehoshua e Oz sono critici nei confronti del loro governo e impegnati per la pace. È una buona cosa, ma non è da questo che dipende il valore letterario delle loro opere. Inoltre è un modo un po’ miope e riduttivo di presentare la cultura israeliana, che è interessante proprio perché è ricca, variegata e composita.

Dunque non dobbiamo neanche cadere nell’errore opposto e difendere la presenza di Israele alla Fiera del Libro in nome delle ragioni di Israele: se Grossman, Yehoshua, Oz e tutti gli altri sono bravi scrittori questo non porta una virgola di prova in favore delle ragioni di Israele, che devono certamente essere sostenute e difese nei luoghi e nelle sedi opportune, ma non “politicizzando” a forza gli eventi letterari. Di conseguenza mi domando se affrontare i nodi problematici dell’Israele di oggi (come propone di fare il comunicato del CIPMO) sia davvero utile per svelenire il clima: se è proprio questa commistione impropria tra politica e letteratura ad alimentare le polemiche forse, per questa volta, conviene parlare di politica il meno possibile.

Il messaggio che dovrebbe provenire da Torino, secondo me, è che Israele è un paese normale, che viene scelto come ospite non per adesione ideologica o per solidarietà, ma per il valore intrinseco della sua letteratura. Per una volta, parliamo di libri e non di altro.

Anna Segre