Fiera del libro
I
giornali in fiera,
una
carrellata critica
di
Sergio Franzese
A quasi un mese dal suo esordio non accenna a placarsi la polemica divampata
in merito alla Fiera del Libro di Torino, che vedrà Israele (di cui ricorre il
60° anniversario della
fondazione dello Stato) come ospite d’onore ed alla quale è
prevista la partecipazione di scrittori del calibro di Abraham Yehoshua, David
Grossmann, Amos Oz ed altri. Si è ritenuto pertanto opportuno procedere ad un
monitoraggio dei diversi interventi al fine di cogliere quanto sta emergendo
attraverso la lettura quotidiana della rassegna stampa disponibile.
Questa breve sintesi prende in esame i pezzi giornalistici più
significativi pubblicati in gennaio e nei primi giorni di febbraio (poco prima
della chiusura di questo numero); nuovi articoli ed aggiornamenti usciranno sui
prossimi numeri di Ha Keillah.
Aprono la rassegna in data 9 gennaio due articoli, uno sul Corriere della Sera [pag. 19] e l’altro su La Stampa. In entrambi si rende noto il dissenso manifestato
dal segretario provinciale del Pdci, Vincenzo Chieppa, il quale chiede che alla
Fiera del Libro sia invitata anche la Palestina. Il Corriere riferisce quanto
afferma il deputato Giuseppe Caldarola (Pd): “Certa
sinistra cova un’avversione per lo Stato ebraico che confina con
l’antisemitismo”.
A Vincenzo Chieppa risponde in data 10 gennaio Elena Loewenthal su La
Stampa [pag. 39], indirizzandogli una lettera aperta in cui sostiene
che “celebrare una letteratura non significa screditarne un’altra”,
sottolineando che “la
protesta appare ottusa anche per altre ragioni. Perché ripropone per
l’ennesima volta l’idea di un Israele “nemico globale”, come se tutto ciò
che riguarda questo paese fosse a scapito d’altro: del suo avversario ma anche
della giustizia stessa, della morale comune”. Elena Loewenthal
ricorda infine che “esiste anche una letteratura palestinese che scrive magistralmente in
ebraico. Arabi come il poeta Anton Shammas e il giovane narratore Sayed Kashua,
che rispondono alla complessità del reale con un intreccio di identità, idee,
culture, facendo propria la lingua dell’”altro” per antonomasia.
Sfuggendo, loro per primi, agli sterili dogmatismi invocati dal segretario
provinciale”.
Il 12 gennaio Maurizio Musolino, direttore di Rinascita, organo del
Pdci, lancia un appello alla sinistra a boicottare la Fiera del Libro, definendo
l’iniziativa “semplicemente
vergognosa”, dal momento che egli identifica Israele come un male
assoluto. Tra i destinatari dell’appello figura anche Liberazione,
organo di Rifondazione Comunista, che con un esemplare articolo di Stefania
Podda, pubblicato lo stesso giorno in prima pagina, rispedisce al mittente
l’invito. Scrive Podda: “Il boicottaggio culturale è un’arma
politica? No, non lo è. È una risposta sbagliata e pericolosa che porta
all’isolamento e alla radicalizzazione delle posizioni, che porta a chiusure
identitarie vanificando quelle aperture e quelle libertà di cui la cultura è
portatrice. E che non giova a nessuna causa. Nemmeno a quella palestinese”, e prosegue “l’orazione
di David Grossmann al funerale del figlio Uri, morto in Libano, è uno dei più
bei testi sull’assurdità della guerra e sulla sconfitta di una società che
ha perso i suoi ideali. Davvero – si chiede Stefania Podda – non è interessante e non è giusto ascoltare la sua voce?”.
Si può tranquillamente affermare che le parole di questa giornalista volano
decisamente più in alto di quelle che la circondano e che l’allarme con cui
conclude il suo articolo è assolutamente serio e condivisibile: “chiamare al boicottaggio culturale di Israele, sovrapponendo piani
diversi, rischia di alimentare l’antisemitismo. E stavolta - basta fare un
giro su molti siti - il giusto diritto di critica alla politica israeliana non
c’entra nulla. Bisognerebbe tenerne conto”.
La spaccatura prodotta dall’articolo di Liberazione non passa inosservata.
Il giorno successivo, 13 gennaio, il Corriere
della Sera [pag. 39] titola infatti: “Israele
ospite alla Fiera del Libro fa litigare i partiti comunisti”. Sullo
stesso argomento interviene Il
Riformista [pag. 7] in data 14 gennaio che sotto il titolo “Il
“kulturkampf” del Pdci contro Israele”, afferma: “l’appello anti-Fiera ha ricevuto le prime picche” e si
tratta di picche “rosse”.
Su Il Foglio [pag. 5] del 17 gennaio
leggiamo: “Niente da fare, si va avanti, e si minacciano
tempi grami per una fiera del libro che a maggio, annuncia un sito militante,
“dovrà fare i conti con una iniziativa di contestazione forte e dispiegata a
tutti i livelli””.
Argomento ripreso da Il
Giornale [pag. 37] il giorno successivo, 18 gennaio, con un
articolo a firma di Matteo Sacchi, nel quale si dice: “Peccato
che la semplice esistenza di Israele sia considerata da alcuni un’offesa alla
giustizia” e che “a far venire un groppo in gola agli amanti del
confronto culturale sono
non tanto le prese di posizioni “ufficiali” quanto, piuttosto, tutto il
cascame che ne è conseguito su Internet”. Un cascame, è facile
immaginare, farcito di espressioni e di simboli antisemiti.
In un intervento dal titolo “Fiera
del libro, dietro le quinte c’è la Palestina”, pubblicato il 19
gennaio sul Manifesto [pag. 2], Stefano Sarfati Nahmad tenta di fornire
una giustificazione morale al dissenso e lo fa ricorrendo ad una strategia
consolidata, creando un parallelismo tra la sofferenza patita dagli ebrei nella
shoah e la sofferenza dei palestinesi, per giungere ad accusare la classe
dirigente israeliana di essere
“accecata dalla brama dell’espansione territoriale, di aver portato oggi a
una situazione sul terreno tale da rendere impossibile la soluzione dei due
Stati” e di “praticare l’apartheid”. In conclusione afferma: “Non so cosa pensare del boicottaggio, penso solo che se fossi uno
scrittore palestinese ci penserei due volte prima di andare a Torino a rendere
credibile il “prodotto Israele” nella celebrazione dei suoi sessant’anni”.
Sempre sul Manifesto [pag. 11], il 22
gennaio, Michelangelo Cocco intervista il fondatore della campagna per il
boicottaggio culturale di Israele, Omar Barghouti, il quale afferma di credere
che “Yehoshua, Oz e Grossmann (che figurano
tra gli invitati alla Fiera del Libro) siano
razzisti, perché giustificano la pulizia etnica dei palestinesi durante il
conflitto del 1948 e non credono che la pace debba basarsi sul diritto
internazionale”.
Secondo Barghouti “non
esistono vie di mezzo tra oppressore ed oppresso” e neppure una
presenza dei palestinesi alla Fiera del Libro, a sancire una sorta di “par
condicio”, potrebbe essere considerata una soluzione soddisfacente.
Auspica infine che “bisogna
battersi per isolare Israele, anche nel campo accademico e culturale, perché le
istituzioni accademiche e culturali in Israele sono complici dei crimini dello
stato”.
Dopo queste affermazioni non vale neppure la pena soffermarsi a conoscere più
da vicino chi le ha pronunciate. Diciamo solo che Omar Barghouti, il quale si
presenta come analista politico palestinese indipendente (ma che secondo alcuni
sarebbe nato in Qatar e cresciuto in Egitto), fu ospite del Prof. Angelo
D’Orsi all’edizione 2007 di FestivalStoria, occasione in cui si prodigò nel
dichiarare senza contraddittorio tutto il disprezzo di cui è capace nei
confronti dello Stato di Israele (vedasi il resoconto pubblicato sul precedente
numero di Ha Keillah a firma di David Terracini).
A sparigliare le carte della polemica ci pensa Valentino Parlato il 24
gennaio, ancora dalle colonne della prima pagina del Manifesto,
con una presa di posizione che farà discutere. In controtendenza con il fronte
di chi si è andato allineando sulle posizioni di Chieppa, Musolino e Barghouti
(citati in ordine di estremismo politico e di intolleranza), Parlato afferma di “essere nettamente contrario al boicottaggio
contro questa fiera del libro (il libro va sempre rispettato) e contro lo Stato
di Israele”. Una posizione che ovviamente condividiamo ma non a
condizione, come sembrano invece lasciare intendere le sue parole, che se ne
giustifichi l’esistenza a titolo di risarcimento per le persecuzioni ed i
campi di sterminio.
Affermazioni, quelle di Valentino Parlato che suscitano un’ondata di
lettere di critica, tra cui anche quella di Michele Giorgio, corrispondente
della stessa testata in Israele e nei territori palestinesi. Da una loro
lettura, a pagina 2 del Manifesto
del 27 gennaio spiccano frasi che mostrano quale sia la percezione di
Israele radicata in una parte della sinistra che, avendone rinnegato i principi
ed i valori fondanti, ha evidentemente abdicato alla prerogative umane della
ragione e del discernimento. Alcuni citano Israele come “uno stato
etnico, anzi, di più, stato religioso”, altri parlano di “feroci scelte politiche e militari di uno degli stati più spietati
del mondo”, altri ancora di “un
popolo che fu vittima e che si trasforma in carnefice”. Parole che
udiamo troppo spesso e di fronte alle quali non possiamo restare in silenzio.
Nella sua risposta Valentino Parlato si richiama ancora una volta alle
persecuzioni subite dal popolo ebraico e rinnova l’invito a desistere dal
boicottaggio, senza per questo rinunciare al diritto di critica alla politica di
Israele.
Il Sole 24 Ore
[pag. 13] del 24 gennaio ci informa che lo scrittore palestinese Ibrahim
Nasrallah, in polemica con le scelte degli organizzatori, rifiuta di partecipare
alla manifestazione torinese
Il Corriere della Sera, in data 25 gennaio [pag. 15] e 28 gennaio [pag.
16] ed Il Foglio [pag. 2] del 29 gennaio, riferiscono delle numerose voci che
nella sinistra più radicale, quella in cui “covano
umori rancorosi contro Israele”, si sono levate contro Valentino
Parlato. “Boicottano Israele a Torino mentre in Libano un macellaio islamista
agita come emblemi di ricatto i poveri resti dei soldati ebrei”,
scrive ancora su Il Foglio Giulio Meotti, ed aggiunge una triste verità: “Questa sinistra ha dimenticato la lezione di Pier Paolo Pasolini, che
su Nuovi Argomenti del giugno 1967 paragonava l’invasione nazista
dell’Italia all’invasione araba del nascente stato ebraico. “Nel lago di
Tiberiade e sulle rive del Mar Morto ho passato ore simili soltanto a quelle del
1944: ho capito, per mimesi, cos’è il terrore dell’essere massacrati in
massa. Ma ho capito anche che gli israeliani non si erano affatto resi a tale
destino””.
Ancora il 29 gennaio, mentre dall’Egitto arriva un altro invito al
boicottaggio, già deciso dall’Associazione degli scrittori giordani, lo
scrittore iracheno, torinese di adozione, Younis Tawfik, in linea con la sua
vocazione al dialogo ed ai principi democratici, lancia dalle colonne del Corriere della Sera [pag. 47] un appello coraggioso
invitando gli scrittori arabi a venire a Torino per parlare con gli israeliani e
cercare il confronto. Tawfik definisce senza mezzi termini l’iniziativa del
boicottaggio “poco diplomatica, inadeguata e
controproducente, inutile tanto alla causa palestinese quanto alla causa
araba” (come Tawfik anche lo scrittore marocchino Tahar Beh Jelloun,
il romanziere ed editorialista egiziano Gamal Ghitani e lo studioso Khaled Fouad
Allam si sono espressi contro il boicottaggio).
Sempre in data 29 gennaio Valentino Parlato attraverso
un’intervista pubblicata da La Stampa [pag. 39] torna ad
esprimersi riconoscendo l’esistenza di un antisemitismo di sinistra come
conseguenza della nascita dello Stato d’Israele.
David Bidussa, in un articolo del 30 gennaio su Il Secolo XIX
[pag. 23] dal significativo titolo “Fiera del
Libro, l’errore della sinistra su Israele” scrive, tra l’altro,
che la richiesta di coinvolgimento dell’Anp spacciata come misura di par
condicio in realtà vuole affermare l’idea che “Israele
non è uno Stato. Esiste e ha diritto ad esistere solo come parte di uno Stato
che ancora non c’è e che si chiamerebbe “Stato binazionale di Palestina”.
Un disegno politico dissoltosi settant’anni fa”.
Nello stesso giorno su L’Opinione
[pag. 6], La Stampa [pag. 32] e L’Unità [pag. 26] si registrano tre interventi,
rispettivamente di Dimitri Buffa (L’odio
contro Israele protagonista a Torino), Giovanni De Luna (La Fiera
invita Israele perché ama il dialogo) e Fulvio Abbate (Il Libro del dialogo). Scrive quest’ultimo: “sono pervenuto alla convinzione che Israele, la società israeliana,
al di là d’ogni limite e deficit che possa giungere dai suoi uomini politici,
rappresenta comunque un luogo dove il dibattito democratico è garantito, dove
si possa affermare lo stesso principio di laicità, di libertà. Temo di non
poter dire le stesse cose, di non provare la medesima sensazione davanti alla
gestione, la trasparenza dell’Autorità nazionale palestinese”.
Sul Manifesto [pag. 2] del 30 gennaio
Ester Fano lancia la proposta di “chiedere
alle non poche case editrici che hanno pubblicato libri sul conflitto
israelo-palestinese di organizzare intorno ad essi un certo numero di dibattiti
e seminari all’interno della Fiera”, mentre Ibrahim Nasrallah,
poeta palestinese, chiede agli organizzatori della Fiera di Torino di cambiare
rotta correggendo l’”errore” dell’invito rivolto ad Israele come ospite
d’onore. Gennaio si chiude con un articolo su L’Avvenire
[pag. 31] dal titolo “La
normalità negata: Israele e la fiera”. Concetto ripreso da Ugo
Volli, presidente della Sinagoga Liberale Lev Chadash, su La
Stampa [pag. 38] il giorno successivo, 1 febbraio: “quel che
si nega in questo modo a Israele è la normalità della separazione fra politica
e cultura, la responsabilità personale delle posizioni politiche assunte da
ciascuno, la distinzione tra politiche contingenti e identità collettiva. Di
qui la scelta di un boicottaggio che manifesti l’indegnità di Israele a
sedere nel consesso delle nazioni”. “Perché
– si chiede ancora Ugo Volli – non
lo si fa naturalmente per altri Stati che hanno politiche discutibili e discusse
(la Cina in Tibet, la Russia in Cecenia, la Turchia in Kurdistan, il Marocco nel
Sahara occidentale, il Sudan, l’Iran, la Siria e la Libia nei confronti dei
loro cittadini?)”. Ancora su La
Stampa [pag. 38] Suad Amiry, scrittrice palestinese, interviene
definendo “un gesto infelice” l’invito di Israele da parte degli
organizzatori della Fiera del Libro. Il Corriere della Sera [pag. 57] registra
invece l’ira degli sponsor ed il rischio che i finanziatori dell’iniziativa
potrebbero ad un certo punto tirarsi indietro.
Il 2 febbraio La
Stampa [pag. 17], Il Corriere della Sera [pag. 45] e Libero [pagg. 24-25] riportano quella che viene definita la
“fatwa” di Tariq Ramadan, discusso intellettuale musulmano (e nipote del
fondatore dei Fratelli Musulmani in Egitto), scrittore “che si è
sempre definito uno che costruisce ponti” ma che “questa volta - scrive l’articolista de La Stampa
- il ponte lo ha buttato giù”. Il suo
invito a disertare la manifestazione appare infatti perentorio. In un altro
articolo lo stesso quotidiano ci informa che, a causa dell’invito di scrittori
israeliani, scricchiola anche la kermesse di Parigi, che aprirà i battenti il
14 marzo.
Con un duro e provocatorio intervento su Il Foglio
[pag. 2] Giorgio Israel avanza l’ipotesi di una rinuncia da parte di Israele: “o a Torino con dignità e libertà e senza umilianti compromessi,
oppure in altre sedi libere tra uomini liberi”. Avvenire
[pag. 25] ospita, sempre in data 2 febbraio, un’intervista a David
Grossmann “che da parte sua ribadisce la necessità di usare
l’arte in tutte le sue forme, per gettare ponti fra culture e religioni”.
Ancora lo stesso giorno, tre articoli su Libero
[pag. 1 / 24-25], uno dei quali riporta le posizioni di Ferrero,
direttore della manifestazione: “Israele non si tocca. Ai Comunisti
Italiani che si lamentano ho chiesto di proporre qualche nome alternativo. Sto
ancora aspettando una risposta”.
Il 3 febbraio sono ben nove gli articoli dedicati alla questione che,
dall’inizio delle polemiche, registra una crescita esponenziale di interventi.
Tre sono gli articoli di Repubblica
[pag. 16] ancora “Sinistra divisa. Mediazione a Torino, nasce uno
stand palestinese”. Inoltre, a proposito dell’intervento di
Valentino Parlato sul Manifesto: “il
“padre” del quotidiano critica il boicottaggio e riceve una valanga di
lettere”. Nell’articolo si riporta anche il pensiero di Moni
Ovadia, contrario all’ipotesi di boicottaggio: “Certa
sinistra purtroppo ha difficoltà a rapportarsi con la complessità del reale,
continuo ad avvertire un nodo non limpido sulla questione di Israele e della sua
legittimità ad esistere”.
Infine, a pag. 17, lo scrittore ebreo Marek Halter intervistato da Giampiero
Martinotti, afferma: “Tutti
quelli che hanno voluto massacrare gli ebrei hanno cominciato bruciando i loro
libri”.
Marco d’Eramo interviene sul Manifesto
[pag. 2] asserendo che “Il bavaglio è sempre un boomerang. Sotto
l’apparenza di una virtuosa coltre di censura morale, la logica del
boicottaggio nasconde in realtà la logica dello sterminio reciproco”.
Dei tre articoli che Libero
[pag. 15 e pag. 27] dedica alla questione ci preoccupa sapere, per bocca di
Andrea Ronchi deputato di AN, che al salone del Libro di Torino, Alleanza
Nazionale “sarà in prima linea contro coloro che vogliono tappare la bocca agli
scrittori israeliani”. Basta poco per capire che questa vicenda,
che nasce all’interno della sinistra, rappresenta per la destra, per quei
“nuovi amici di Israele che – come dice Furio Colombo – vengono dalla
parte sbagliata della storia”, una ghiotta occasione politica.
Pierluigi Battista sulla prima pagina del Corriere
della Sera esorta a sfidare il boicottaggio. “Stavolta
bisogna fare barriera. Stavolta non è possibile non avvertire il divario morale
tra le immagini ancora fresche del raccoglimento per la Giornata della Memoria e
l’intimazione al silenzio minacciata contro gli scrittori ebrei”.
Questa rassegna per ragioni di spazio e di tempo deve arrestarsi qui. È però
doveroso citare ancora l’intervento del Presidente della Camera, Fausto
Bertinotti, che in una intervista televisiva di Lucia Annunziata andata in onda
su Raitre il 3 febbraio, ha affermato in modo inequivocabile la sua
contrarietà al boicottaggio, prendendo nettamente le distanze da un comunicato
della federazione provinciale del PRC torinese in cui veniva giudicato
inopportuno l’invito di Israele alla Fiera del Libro e si chiedeva agli
organizzatori di fare marcia indietro. La dichiarazione di Bertinotti, condivisa
anche da Giovanni Russo Spena, presidente del gruppo di Rifondazione al Senato,
è stata rilanciata il giorno successivo da diversi quotidiani.
In conclusione citiamo Amos Oz che in un’intervista pubblicata su La Stampa [pag. 34] del 3 febbraio a proposito delle
proteste di cui è bersaglio La Fiera del Libro ci fa sapere di credere che “la maggioranza delle persone e degli uomini abbia una mentalità
diversa da chi è fedele al principio “o tu o io””. È quello
che osiamo sperare anche noi, malgrado in questo momento la voce della ragione
appaia offuscata dalle urla scomposte di chi, identificando l’altro come
“nemico”, lo vorrebbe annientare.
Qualcuno ha paragonato il clima di questi giorni alla campagna del 1937, che
precedette l’emanazione delle leggi razziali. Ci piacerebbe credere che si
tratti di un paradosso, consapevoli però che non bisogna abbassare la guardia e
che sta a ciascuno di noi prevenire in ogni momento eventi che rischiano di
riportare le lancette della storia a quegli anni bui.
Sergio Franzese