Torino
Autoprocesso?
di
David
Sorani
Sull’intervista rilasciata da Tullio Levi ad Ha Keillah nel numero di
dicembre non si può tacere, anche a due mesi di distanza, anche dopo il nostro
silenzio volontario di allora. Dalla sua posizione di Presidente, Tullio lancia
accuse molto gravi in tutte le direzioni. Se la prende col Gruppo di Studi
Ebraici, che a suo dire si è trasformato con gli anni in una cricca di potere,
beata nei suoi passati ideali di partecipazione e vitalità comunitaria, ma oggi
come oggi isolata e “autoreferente”. Se la prende con la Scuola Ebraica,
certo “fiore all’occhiello” della Comunità torinese (e di recente da lui
stesso pubblicamente presentata in questa veste) ma secondo lui anche luogo di
discriminazione tra bambini ebrei e non ebrei. Se la prende con Ha Keillah,
ormai decaduto – per quanto concerne l’analisi della situazione della
Comunità di Torino – a foglio gratuitamente polemico e fazioso in mano a
pochi elementi del Gruppo particolarmente frustrati, ora per fortuna contenuti
dall’ingresso in redazione di persone più equilibrate.
Accuse pesanti e precise, che apparentemente il Presidente rivolge anche a
se stesso usando spesso il “noi” a indicare un suo coinvolgimento personale,
ma che in realtà sono lanciate verso bersagli specifici e attuali, rispetto ai
quali egli si chiama fuori. Eppure, in fondo alle presunte contraddizioni e ai
presunti tradimenti ideali che scorge un po’ ovunque, Tullio Levi dovrebbe
cogliere la sua stessa contraddizione e in definitiva un suo personale bilancio
negativo. Perché se fossero fondate le sue accuse, allora una parte
significativa della sua stessa esperienza e del suo stesso modo di operare
all’interno dell’ebraismo italiano sarebbe messa in discussione ed
entrerebbe in crisi: Tullio è uno dei fondatori e delle anime del Gruppo; ha
sempre sostenuto, con forza e dall’interno, l’integrazione – nella nostra
Scuola – dei valori di democrazia con i principî e la pratica
dell’ebraismo; è stato in varie fasi e per molti anni redattore e punto di
riferimento di Ha Keillah. Se fosse vero che ora tutto ciò è andato alla
deriva, lui stesso si troverebbe alla deriva con tutti noi.
Ma in realtà le cose non stanno così, e questo è un bene per i suoi
accusati (il Gruppo, la Scuola, Ha Keillah) e per lui stesso. Le cose non stanno
così perché niente di ciò che egli afferma corrisponde al vero.
È innegabile che i venticinque anni di guida da parte del Gruppo di Studi
Ebraici abbiano cambiato radicalmente la Comunità di Torino, trasformandola da
centro di amministrazione burocratica in vivace luogo di incontro, di
approfondimento culturale, di dibattito e mantenendola tale per tutto questo
lungo periodo. Ma Tullio sembra essersene dimenticato, e preferisce cogliere
nella domanda un’ “occasione contro”, non l’opportunità per la conferma
di un profondo legame personale con una parte della sua stessa vita. Tralascia
quindi completamente gli aspetti essenziali della gestione comunitaria targata
Gruppo di Studi, per mettere invece in evidenza alcune presunte difficoltà del
Gruppo (ma quali e quando?) nei rapporti con altri organismi, sino a stravolgere
completamente il senso reale dell’identità e dell’attività comunitaria del
Gruppo stesso, vedendovi addirittura l’espressione di un’élite esclusiva ed
escludente.
È innegabile che le Scuole “Colonna e Finzi” ed “Emanuele Artom”
abbiano sviluppato e continuino ad affinare la loro capacità formativa,
nell’ambito della cultura generale, dell’ebraismo e – fattore primario –
dell’educazione alla convivenza democratica. Ma Tullio liquida molto
rapidamente tutto questo, lanciando invece alla scuola accuse sibilline di non
pluralismo, non tolleranza e non rispetto (cui poi la Preside opportunamente
replica). Perché ha scelto di non pronunciarsi in termini più decisi ed
espliciti sull’oggetto della domanda, cioè l’importanza dell’ebraismo nel
quadro del progetto educativo delle Scuole Ebraiche torinesi?
Forse non spetta a me dirlo, ma è innegabile, perché riconosciuto anche in
quest’ultimo anno da molti lettori (ebrei e non, torinesi e non), che Ha
Keillah affronta e discute in modo approfondito temi centrali, talvolta
scottanti, senza accontentarsi di facili sintesi e di tranquille apologie. Temi
centrali e scottanti come la situazione attuale della Comunità di Torino, un
argomento che abbiamo analizzato con coraggio e posizioni variegate, non con
“faziosità”, pubblicando tutto ciò che ci è giunto, dando spazio alle
posizioni di tutti, all’interno e all’esterno della Redazione, all’interno
e all’esterno del Gruppo di Studi Ebraici.
Errori di valutazione, incertezze nelle scelte, mancanze nelle conclusioni
si sono certo verificate, in ciascuno dei tre ambiti sui quali si concentra
Tullio. Ma a tutt’oggi (e lo dico senza trionfalismi a buon mercato) mi pare
che il loro bilancio sia nel complesso largamente positivo. E dunque sia Tullio
sia tutti noi del GSE – pur rimanendo vigili e non troppo sicuri di noi
stessi, pur interrogandoci sui motivi del senso di estraneità di alcuni nei
confronti del Gruppo – possiamo rispetto al passato e al presente dormire
tranquilli, senza grandi sostanziali rimorsi. O meglio, Tullio lo poteva fare
fino al 10 gennaio 2007. Poi, mandando in crisi il precedente Consiglio della
Comunità, ha di fatto dato il via a un processo di progressiva disgregazione
che tuttora recide in due la Comunità, che ha spaccato il Gruppo di Studi
Ebraici, che ha diviso la redazione di Ha Keillah, che ha raffreddato autentiche
amicizie, creando tensione e gelo. Quanto al futuro, con questo clima non può
che apparire assai grigio, e tale resterà fino a quando la logica iconoclasta e
rifondatrice ora impostasi non lascerà il posto a una saggia moderazione capace
di fare a meno di comodi bersagli.
David Sorani