Torino
Scuola 1
di
Ori
Sierra Lampronti
Desidero intervenire in merito ad alcune considerazioni contenute
nell’intervista al Presidente della Comunità Tullio Levi riguardo alla
scuola. “Siamo sicuri che i risultati conseguiti negli ultimi decenni in
questo campo (cioè l’insegnamento dell’ebraismo e della lingua ebraica)
siano poi così soddisfacenti? Se così fosse il fenomeno dell’allontanamento
dalla comunità e dall’ebraismo in età adolescenziale non sarebbe così
drammatico né l’apprendimento della lingua sarebbe, generalmente parlando,
così modesto”.
L’educazione ebraica, come ogni educazione, richiede non unicamente studio
ma esempio e pratica quotidiana; può quindi avere efficacia se da parte delle
famiglie vi è un’adesione non limitata all’ambito del sentimento, ma
concretizzata in comportamenti e scelte. Come può altrimenti un bambino o un
adolescente percepire come importanti e significative per la sua vita pratiche
che attua solo a scuola o che sente solo spiegare e descrivere? Qualsiasi forma
di educazione ebraica interamente demandata alla scuola o ad altri enti
comunitari non ha sufficiente forza da sola ed è destinata nel tempo ad un
verosimile, probabile insuccesso. La scuola fornisce stimoli, conoscenze, spesso
induce entusiasmi e può costituire una formidabile occasione di avvicinamento
alla vita ebraica per le famiglie, ma sta a queste cogliere l’opportunità che
si presenta loro (sempre che vi siano interessate).
Nel periodo adolescenziale, che coincide, almeno in parte, con la fine della
frequenza alla scuola ebraica, i ragazzi cominciano a vivere nuove situazioni,
vogliono sperimentare ambienti più vasti e spesso vivono con curiosità e
soddisfazione il passaggio ad altre scuole più grandi, ma li vediamo
frequentemente venire a ricercare informazioni e altri materiali con i quali
sono venuti in contatto negli anni di studio alla scuola ebraica e molti di loro
tornano, molto tempo dopo, a iscrivere i loro figli, riconoscendo il valore
formativo di quel periodo della loro vita.
Per quanto concerne l’apprendimento della lingua, con ragione si rileva
che è, generalmente, “modesto”, ma, nel valutarne la riuscita, bisogna
tener presenti alcune obiettive difficoltà: lo scarso tempo a disposizione,
suddiviso fra le diverse esigenze di privilegiare la lettura o la conversazione,
i nuovi ingressi nel corso degli anni, con le comprensibili difficoltà di
organizzare i recuperi, e ancora, la totale assenza di un ambiente esterno che
offra alcun tipo di richiamo o rinforzo di quanto viene studiato (come invece
accade con l’inglese, che caratterizza il linguaggio informatico, entra a
sostituire parole esistenti in italiano, è conosciuto dalla quasi totalità dei
genitori e da questi ritenuto indispensabile). Molte famiglie organizzano viaggi
e soggiorni all’estero, proprio allo scopo di rinforzare e approfondire lo
studio della lingua, ma quanti programmano viaggi e soggiorni in Israele o
iscrizioni a ulpanim estivi?
Un supporto all’apprendimento della lingua ebraica è la tefillà, che
comincia precocemente a scuola nelle sue varie forme e può ulteriormente essere
potenziata con una frequenza non saltuaria al Beth
ha-keneseth; anzi questa e lo studio della lingua si avvantaggiano a
vicenda, ma ciò riconduce al precedente discorso sulla motivazione da parte
delle famiglie.
Certo è doveroso sperimentare, come già si sta facendo, tecniche e
metodologie, individuare i punti deboli e le difficoltà, ma occorre considerare
tutti gli aspetti della situazione per poterla valutare in modo serio e
realistico.
Quanto alla diffusione dei “valori di pluralismo, di tolleranza e di
rispetto”, vorrei osservare che la scuola non è un’entità a sé stante,
“altra” rispetto a chi vi lavora; è costituita dalla direzione e dal corpo
docente, al quale vengono riconosciute “preparazione, motivazione, ottimo
livello e impegno”; ebbene noi, direzione e docenti, che da decine di anni
“facciamo” la scuola, sappiamo che nella nostra azione quotidiana questi
valori non sono mai venuti meno nei confronti di nessuno.
Ori Sierra Lampronti