Torino

 

A volo d’uccello

di

Aldo Zargani

 

 

 

Giorni fa, discutendo di varia umanità col mio consueto tono apocalittico, un po’ dovuto alla situazione sgradevole, un po’ all’età, sgradevole anche lei (aprés moi le déluge), mi son sentito accusare di vedere le cose forse un po’ troppo a volo d’uccello. Affabile, pacato e modesto come sempre, ho ribattuto: “Guarda che fra noi volatili ci sono anche i falchi”. Poi un’ondata inaspettata di autocoscienza mi ha fatto borbottare, un po’ a voce e un po’ fra me e me: “Però ci sono anche falchi miopi”.

La mia lontananza dalla Comunità di Torino, non di affetto ma geografica, mi rende, ecco, un falco miope. Però può darsi che ora proprio di questo possa avere qualche giovamento la Comunità del mio cuore (Ha Keillah).

Ho atteso molto prima di scrivere queste note, anche perché in entrambe le fazioni, che mi sembra si contrappongano, annovero gli amici più cari, qualcuno di loro un Maestro, gente insomma mia e che voglio continui a esserlo. Spero perciò che mi perdonerete gli inevitabili errori di aggiornamento e prospettiva in cui inevitabilmente cadrò.

La Comunità di Torino costituisce, lo si sa, un patrimonio dell’ebraismo italiano, culturale e politico. Avrà certamente problemi suoi propri che tuttavia non costituiscono il tema su cui mi intratterrò. Credo piuttosto che, per la sua sensibilità culturale, risenta dolorosamente anche di crisi non sue, straordinariamente complesse, che, viste da vicino, percepisce invece come proprie.

Su “La Repubblica” del 9 febbraio 2008 c’è un articolo di David Grossman, un articolo il cui titolo, paradossalmente, sembrerebbe adattarsi anche a Piazza Primo Levi: “La coscienza perduta [dello Stato di Israele]”. Mi permetto di citarne alcune frasi che vedo come lampi nel buio: “…una sensazione che è filtrata nel muro di rifiuto di noi israeliani di guardare in faccia la realtà”. Non è per caso questo un difetto comune al popolo ebraico? Un difetto non da poco per chi si trova a veleggiare costantemente sul bordo del Maelstroem,…

“... oggi, a sessant’anni dalla sua nascita [Israele] deve riformulare contenuti che imprimano nuovo vigore a quello slancio, altrimenti faticherà a proseguire il suo cammino. Troppi fattori, interni ed esterni, congiurano contro di esso, e arriverà il momento in cui [lo Stato ebraico] non avrà più la forza di contrastarli”, “… e non abbiamo compassione. Non l’abbiamo verso noi stessi, e non proviamo un senso di responsabilità reciproca. Non nella misura in cui la nostra situazione, tanto delicata, ci imporrebbe”. Potrei continuare ancora con queste lunghe citazioni, e chiudo con quella che più si attaglia a questo mio articolo: “Sono forse un ingenuo? Può darsi. Ma nella situazione attuale, nel cinismo distruttivo in cui siamo sprofondati, e che ci impedisce di credere in una qualsivoglia iniziativa o possibilità di cambiamento, un po’ di ingenuità non guasta. Idee più creative, più originali e più innovative devono essere proposte, ma non possiamo andare avanti con questo sfacelo”.

La miopia del mio amato Grossman gli impedisce di capire che le sue frasi, cogenti per lo Stato di Israele, riguardano tutto il mondo fino alle piccole Comunità come quella di Torino, che, pur con forze potenti a sua disposizione, si ammala anch’essa del morbo che sta attaccando il Pianeta, dopo la fine delle ideologie: il crollo delle relazioni sociali.

 

Così, amici e compagni della mia vita, non vi state rendendo conto che c'è una crisi che riguarda tutte le religioni, che sembrano oramai inadeguate a fronteggiare la realtà di un mondo nel quale la ricerca delle verità relative, di cui fa parte la scienza, appare proporsi obiettivi tanto ambiziosi, tanto da essere un tempo legittimamente riservati al campo delle verità assolute: quello delle religioni. Di qui un dibattito mondiale con molte confessioni nel quale mi illudo ancora che l’ebraismo possa far sentire la sua voce.

Per questo non si tratta, ovviamente, di intentare un processo alla portata positiva e incommensurabile della tradizione ebraica, alla quale dobbiamo tutti rispetto, quando non devozione. Bisogna invece guardare in faccia la realtà che, accanto a progressi sconvolgenti ma positivi, vede l’erigersi di barriere che, proprio per il fatto di non aver più giustificazioni, diventano astiose e irrazionali.

Sta di fatto che il popolo ebraico, non solo Israele, ha di fronte a sé nuovi, inaspettati pericoli, nuovi anche se si ammantano dei cenci strappati ai cadaveri delle ideologie, e fra questi includo l’attuale campagna antisemita che evidenzia ampie collusioni fra estrema sinistra e estrema destra. Occorre quindi rianalizzare, prima noi stessi, poi i nostri legami, per riaccasarci in questo mondo nuovo pieno ancora di speranze ma che purtroppo è tornato anche ostile, forse più di quanto non lo fosse agli inizi del XX secolo. Che fu il secolo del progresso e della Shoah.

Non sono in grado di proporre ricette, io, che sono condannato a pensare senza poter essere un maître à penser, e perciò questo mio articolo correrebbe il rischio di essere solo una sterile invocazione se non avessi la convinzione precisa che occorre unirci per tornare a combattere. Fatelo anche per gli altri, che vanno peggio di voi.

 

Aldo Zargani