Torino

 

Intervista a

Silvia Sacerdote Di Chio

a cura di Giulio Tedeschi 

 

Ho incontrato Silvia Sacerdote Di Chio. Consigliera della comunità dal 1997 al 2005, vicepresidente nel quadriennio 2001-2005, nuovamente eletta nel 2007 nella lista del Gruppo di Studi Ebraici - Ha Keillah

 

Il dialogo con rav Somekh riprenderà. Puoi spiegarci, tecnicamente, quando e come?

In realtà è già ripreso. Il Consiglio ha deciso di affidare ad una commissione, che comprende tutte le formazioni presenti al suo interno, il compito di parlare con rav Somekh dei vari problemi. In questo modo si è cercato di ovviare alle diffidenze createsi in questi mesi di duro contrasto. Si sono già svolti i primi incontri e speriamo che il dialogo intrapreso con rav Somekh da questa commissione possa produrre risultati positivi per la vita della Comunità quanto prima.

 

I mesi passano ma resiste la boutade secondo cui voi Consiglieri di opposizione siete il partito degli amici di rav Somekh. Vuoi dire una parola definitiva?

È ovvio che questa non è la definizione corretta. Non si tratta di essere “amici del rabbino” del quale ognuno può apprezzare le qualità senza dimenticarne i difetti, ma del modo di porsi nei suoi confronti e di condurre eventuali richieste o trattative. Fra noi – e mi metto ai primi posti – ci sono persone che hanno avuto scontri anche molto diretti con rav Somekh, tant’è vero che, ad un certo punto del mio primo mandato, si era creata un’atmosfera di tensione che aveva portato ad una grave crisi nei rapporti tra Consiglio e Rabbino Capo. Il dialogo con il Consiglio successivo era poi ripreso, dando speranze di una fattiva e duratura collaborazione. Negli ultimi anni le cose sono andate diversamente. Penso quindi che la via giusta sia quella del confronto, diretto e franco e che le “trattative” con rav Somekh debbano essere improntate alla massima chiarezza senza pressioni e salti in avanti, ricordando sempre quali sono le funzioni e i limiti del proprio ruolo. Essenzialmente in questo si diversifica la nostra posizione. In realtà il rapporto con rav Somekh è un esempio di come a volte i metodi possano influire sostanzialmente sulla realtà.

 

Che dei “vicini” si stiano allontanando purtroppo è noto. Quanti “lontani” si sono avvicinati?

Direi che c’è stato un certo ricambio nel gruppo di addetti ai lavori legati al Consiglio: ovviamente ogni Consigliere lavora meglio con qualcuno che conosce bene e col quale si intende facilmente. Cambiando i Consiglieri sono cambiati anche i loro collaboratori e quindi, per una persona che si vede di più, altre sono meno presenti. Non si tratta però di veri “lontani”: si tratta comunque di persone in qualche modo già coinvolte nella vita comunitaria. Gli Ebrei torinesi che sono venuti a votare nel 2007 mentre se ne erano astenuti nelle tornate precedenti continuano a non vedersi: non li si vede al tempio, alle conferenze, alle feste, ai corsi di avvicinamento e tanto meno all’assemblea… Ci si sarebbe potuti aspettare un tangibile incremento nelle presenze abituali in Comunità che fino ad ora non si è verificato. Ci sono stati due eventi di grande successo di pubblico, la giornata europea della cultura ebraica e “Fuoriclasse” dedicato alla scuola. L’organizzazione è stata efficiente come la diffusione della notizia, ma non mi sembra che ci sia stato un seguito. Forse bisogna avere più pazienza ed aspettare ancora per vederne i frutti.

 

Secondo il Presidente – lo ha dichiarato in un’intervista – dopo le elezioni le differenze tra maggioranza e opposizione si affievoliscono nella quotidianità di una sostanziale condivisione di fini e prassi. Anche questa volta?

Per questo argomento mi sento chiamata in causa direttamente perché, personalmente, non riesco ancora a superare il disappunto per una campagna elettorale violenta in cui l’operato dei Consigli precedenti era disegnato come totalmente negativo (le poche cose positive erano rivendicate come frutto dell’attività della minoranza) indicando come unica via percorribile per il miglioramento una totale discontinuità. Ed in particolare si poneva l’accento sulla necessità di render aperta ed accogliente una Comunità che, ovviamente, era assunta come chiusa e respingente. Siccome proprio questo argomento (l’accoglienza) è sempre stato un punto alla base di tutto il mio lavoro nei precedenti Consigli di cui ho fatto parte, ancora adesso non riesco a passare sopra a questi giudizi e mi riesce difficile collaborare nei settori di cui mi sono occupata in passato, per cui la tentazione di stare a vedere in che modo viene realizzato il cambiamento dalle nuove forze è ancora forte. Inoltre non mi sembra che siano stati fatti progressi significativi in questo campo. Dare alle persone la sensazione di essere “a casa” quando si trovano in Comunità o quando la contattano per i più svariati motivi è un impegno quotidiano che non basta scrivere su un programma elettorale, ma che deve essere messo in pratica da tutti coloro – Consiglieri per primi – che operano all’interno della Comunità. Non ho rilevato finora, a parte la totale disponibilità del Presidente che però, ovviamente, non può fare tutto, un mutamento di clima in questo senso.  L’impressione quindi è che questa volta il superamento delle divergenze iniziali tardi un po’ più del solito a verificarsi anche perché, su molti punti, nell’attività del Consiglio, gli schieramenti continuano ad essere compatti e contrapposti. Inoltre se si parla di condivisione di fini – intendendo come fine condiviso il bene della Comunità – si può essere d’accordo, tranne poi avere idee diverse su cosa è bene per la Comunità. Per la prassi, invece, mi sembra che troppo spesso ci siano delle autentiche divergenze e che i modi di procedere siano sovente alla base delle controversie. Tullio Levi, in quella stessa intervista, poneva in risalto la sua appartenenza al Gruppo di Studi Ebraici e la sua difficoltà a considerarci “opposizione”. Capisco il suo punto di vista, ma contemporaneamente mi trovo a vivere il disagio di trovarmi di fronte a strategie elaborate altrove (ovvero in seno alla maggioranza e quindi a ComunitAttiva) con l’ovvio concorso del “mio” Presidente che, se vuole, mi mette al corrente di eventuali proposte che porterà in Consiglio solo poco prima delle riunioni.

 

Comunitattiva riflette una novità di metodi o una vera svolta nelle idee? Lo so, dovremmo chiederlo a loro. Dal tuo osservatorio cosa te ne pare?

Ho parzialmente già risposto nel punto precedente. Non so quanto siano distinguibili le cose: ComunitAttiva, fra eventi e tendenze manageriali in alcuni settori della vita comunitaria, dà un’impressione di “modernità”. Più evidente nella realtà quotidiana e nello svolgimento delle sedute di Consiglio è un modo di agire meno “formale”, sovente giustificato con un’esigenza di efficienza, ma penso che invece sia conveniente essere un po’ più lenti lasciando che il Consiglio svolga il suo lavoro di elaborazione e dibattito e non soltanto di approvazione e discussione di proposte nate altrove.

 

Andare avanti così è dura. Ma la politica è anche fatta di gesti. Secondo te quale gesto oggi potrebbe riaprire le porte della buona politica?

Trasparenza è stato un termine ricorrente nei programmi e nelle richieste di ComunitAttiva fino dalla sua prima comparsa sulla scena comunitaria: mi sembra che una ricerca di reale trasparenza, della quale in questo periodo sento la mancanza ben più che nel passato, faciliterebbe l’allentamento della tensione sia all’interno del Consiglio che nei rapporti con rav Somekh. Il ristabilimento di una fiducia reciproca – attualmente assai carente – sia all’interno del Consiglio che fra Consiglio e Rabbino Capo sarebbe certamente più vicino se non si fosse sempre costretti a legger fra le righe cercando di interpretare quanto viene comunicato.

A cura di Giulio Tedeschi