Torino

 

Una modesta proposta

di

Emilio Jona 

 

 

Qualche riflessione sulle reazioni della redazione di HK all’intervista al Presidente della Comunità apparsa sull’ultimo numero della rivista.

Premetto che su problemi di fondo (Israele, Ebraismo, laicità, sinistra-destra, bioetica, ecc.) la redazione non ha mai avuto contrasti non sanabili, e che anzi essa ha espresso in genere una sostanziale omogeneità di vedute. Ricordo solo un tema molto caldo come quello di Israele oggi, su cui c’è stata recentemente un’unanimità di posizioni su di un testo, pubblicato sull’ultimo numero di HK, che spiegava le ragioni per cui non potevamo condividere, e quindi sottoscrivere, un documento di critica alla politica israeliana. In altri casi si è votato a maggioranza, ma ciò mi pare del tutto normale.

La redazione si è invece si divisa fortemente nel valutare il tema delle iniziative del Presidente della Comunità su di un problema preciso su cui si erano scontrati inutilmente vari presidenti che l’avevano preceduto, sui modi con cui egli l’ha affrontato, nonché, particolarmente, sull’interpetrazione da dare alle sue risposte alle domande che gli aveva posto la redazione di HK sulle vicende che questi mesi hanno segnato la vita della Comunità.

Mi soffermerò su quest’ultimo punto perché ho la sensazione che qualcuno di noi legga in quell’intervista cose che Tullio non dice, o che quando le dice vengano estrapolate dal contesto, dando loro un senso diverso da quello che è loro proprio.

Sembrerebbe secondo questa lettura che Tullio lanci strali in tutte le direzioni, attacchi il G.S.E. perché ridotto a una cricca di potere isolata e autoreferenziale, attacchi la scuola ebraica come luogo di discriminazione, se la prenda con HK quale foglio decaduto, gratuitamente polemico e fazioso fatto da pochi elementi particolarmente frustrati, tenuti a bada dall’ingresso in redazione di persone più equilibrate.

Sembrerebbe poi che tutto andasse a gonfie vele prima di una certa data e che dopo, per esclusiva colpa di Tullio, tutto si sia disgregato: Comunità, GSE, redazione, amicizie.

A mio avviso le cose non stanno in questi termini e sono un poco più complicate di questa semplicistica individuazione di un responsabile.

Anzitutto è necessario partire dalle domande, che apparivano comunque nette e stimolanti, anche se chiaramente dure, provocatorie e implicitamente critiche del suo operato. Quindi le risposte vanno lette in questo contesto di reazione, spiegazione e difesa del proprio agire e delle proprie scelte, e non vedo come Tullio potesse fare altrimenti.

Proviamo allora a leggere, cercando di essere obiettivi, le risposte di Tullio ad alcuni dei temi che gli abbiamo sottoposto:

1) modello di Comunità elaborato dal G.S.E.

Tullio afferma di riconoscersi nel Gruppo e nel suo corso ventennale e lo assume come un caposaldo della sua socialità ebraica, degli ideali e delle amicizie di una vita, ma avanza, non escludendosi ma coinvolgendosi in prima persona, una serie di osservazioni critiche sulle discrasie che nel corso di quel ventennio (e quindi non solo oggi) si sono manifestate tra il modello elaborato dal Gruppo e la sua pratica realizzazione. Non mi interessa qui esaminarle nel loro specifico, ma solo evidenziare che esse mirano a porsi come un contributo critico e autocritico costruttivo e non distruttivo per il futuro del Gruppo.

2) Il G.S.E. e Comunità Attiva.

La risposta di Tullio spiega le ragioni personali della sua condotta, che sono poi quelle elencate rispondendo alle domande di cui al punto 1 dell’intervista. Rileva le disparità di opinioni manifestatesi dentro il Gruppo, la sua personale mancanza di sintonia con la maggioranza dei Consiglieri del Gruppo su di un ben preciso tema, ma pone dei problemi specifici sui rapporti di dialogo e di collaborazione che vi devono essere tra maggioranza e minoranza dopo le elezioni e di cosa si debba intendere per Comunità, temi che trovo posti in modo corretto e che non mi pare possano essere elusi.

3) Scuola.

Su questo tema l’analisi critica di Tullio sull’allontanamento dalla Comunità e dall’ebraismo degli adolescenti riguarda la scuola negli ultimi decenni, una scuola in cui Tullio riconosce la presenza dell’obiettivo prioritario dell’insegnamento dell’ebraico, nonché dei valori di democrazia e l’esistenza di un corpo di docenti motivato e di ottimo livello, ma vede aperto il tema grave dei figli di matrimoni misti con gli annessi valori di tolleranza e rispetto della loro identità.

Era chiaro che la critica di Tullio era soprattutto rivolta a una specifica e limitata discriminazione extracurriculare e non già alla scuola ebraica, in sé considerata, come fosse un luogo di non democrazia e discriminazione.

4) Il Rabbino.

Tullio ha spiegato le sue scelte e cercato di motivare la sua condotta.

È un problema su cui si sono scontrati più di un Presidente della Comunità e non è dubbio che buona parte della stessa (anzi la sua maggioranza visto l’esito delle elezioni) concordava sull’opportunità di avere un Rabbino che perseguisse e realizzasse un diverso rapporto con la Comunità in tutte le sue componenti.

Credo che si possa convenire su di un dato di fatto, e cioè che tutto è partito da questo difficile rapporto che la Comunità ha da anni con il suo Rabbino, e che Tullio non è il primo Presidente a scontrarsi con lui. Tullio si è mosso con una strategia che è risultata perdente, perché per ragioni tecnico/giuridiche non è possibile cacciare un rabbino solo perché non è più in sintonia con la sua Comunità, ma non è dubbio che la sua parte maggioritaria era favorevole a che Rav Somekh lasciasse Torino e non è parimenti dubbio che il Rav ha caparbiamente difeso il suo posto di lavoro e la sua permanenza a Torino contro il desiderio e la volontà di buona parte della Comunità, mentre era più ragionevole pensare che si sarebbe comportato diversamente.

Mi fermo qui, e osservo solo che io avrei preferito che tutta questa vicenda avesse avuto un percorso e delle reazioni diverse, che non sono per nulla contento di aver dovuto prendere la parola su di un dibattito che, più che di idee e sulle idee, gira attorno al giudizio su di una persona amica di tutti noi e di grande peso in questa Comunità. Si tratta di una polemica che va producendo una proliferazione di interventi contrapposti di cui stento a vedere l’utilità e che rischiano di produrre solo conseguenze negative per la rivista e il Gruppo.

Il mio augurio è che si abbandoni questa polemica non concludente, che produce e favorisce i conflitti, e un dibattito debordante e anche estraneo ai molti lettori non torinesi della nostra rivista, e si torni a far prevalere il lavoro intellettuale abituale e la discussione su quei temi di ben altro peso che incombono sugli ebrei, Israele e il nostro paese in questi tempi che non sono umanamente e politicamente sereni.

                                           Emilio Jona