Scuola
Il gioco della torre
di
Anna
Segre
Che cosa determina l’identità ebraica di una scuola? Gli allievi, gli
insegnanti, le materie, i programmi, il Piano dell’Offerta Formativa, le
feste, i cibi? Tutto questo insieme, e ancora molto altro, verrebbe da
rispondere. Scegliere è come fare quel terribile gioco in cui si chiede a
qualcuno di decidere chi tra i suoi due migliori amici (magari entrambi lì
presenti) butterebbe giù da una torre. Eppure a Torino scegliere è necessario,
perché i numeri e le condizioni della comunità non permettono di avere tutte
queste cose insieme.
Prima di tutto gli allievi: a Torino non è possibile avere solo allievi
ebrei o con un interesse forte per la cultura ebraica: ci sono stati anni in cui
sono nati solo uno o due bambini ebrei, ed è impossibile formare classi di uno
o due bambini (non è solo un problema economico: probabilmente neppure loro
stessi e i loro genitori accetterebbero una situazione del genere), per cui
esiste la necessità assoluta di trovare altri alunni, e questa a sua volta
potrebbe comportare l’esigenza di intervenire su orari, giorni di vacanza,
programmi o altro. Questo non implica necessariamente che l’ebraico e
l’ebraismo si apprendano a Torino meno che altrove (perché in alcune
occasioni si è visto concretamente che non è così, anzi, i nostri allievi si
sono a volte dimostrati più competenti di altri), ma significa che si deve
mettere in conto il rischio che questo possa accadere e che la necessità di
allargare l’utenza possa comportare qualche sacrificio.
In secondo luogo, gli insegnanti: basta leggere un qualunque libro di
memorie giovanili per rendersi conto dell’influenza che gli insegnanti
esercitano sull’identità di una scuola e sul ricordo che gli allievi ne
conserveranno nel tempo. Dunque occorre anche praticare una meditata “politica
degli insegnanti”, cercando di reclutare e possibilmente trattenere quelli che
meglio potrebbero contribuire a formare l’identità ebraica della scuola, cioè
insegnanti ebrei o interessati all’ebraismo, meglio se dotati di una buona
cultura ebraica. Per attirarli o trattenerli si può far leva sull’immagine
positiva della scuola nel territorio, e soprattutto sui vantaggi che una
struttura così piccola può offrire, da una migliore “qualità della vita”
(orari più comodi, una pausa estiva più lunga, un po’ più di flessibilità),
alla possibilità di valorizzare le proprie competenze in molteplici attività
(laboratori teatrali, creazione di siti Internet e altro); vantaggi non
indifferenti e non impossibili da offrire, ma che naturalmente comportano scelte
ben precise, non sempre a costo zero.
Per quanto riguarda l’offerta formativa, la scuola ebraica di Torino deve
rispondere contemporaneamente a tre diverse esigenze:
1. Offrire ai ragazzi ebrei un’educazione ebraica (che è la sua
principale ragion d’essere).
2. Fornire, contemporaneamente, una preparazione adeguata per frequentare
con successo la scuola superiore: a complicare le cose, occorre considerare che
gli allievi che escono dalla scuola Emanuele
Artom si orientano in gran parte verso i licei classico e
scientifico, il che comporta la necessità di insegnare già alle medie un po’
di latino e di fornire una preparazione grammaticale particolarmente
approfondita.
3. Trasmettere al territorio un’immagine positiva della scuola, per
attirare potenziali allievi. Per fare questo occorre dare alla scuola visibilità,
tramite la partecipazione a progetti, laboratori, ecc.
Come rispondere a tutte e tre queste esigenze in quattro giorni e mezzo alla
settimana e con il doppio delle festività? Sembra la quadratura del cerchio, e
probabilmente lo è. Dunque, è impossibile scegliere tra queste tre esigenze
(perché sono imprescindibili tutte e tre), ma, contemporaneamente, è
inevitabile trovarsi a dover compiere delle scelte caso per caso. L’importante
è liberarsi dell’illusione di poter non scegliere e di riuscire in qualche
modo a fare tutto, perché si rischierebbe di non rispondere adeguatamente a
nessuna delle tre esigenze, oppure ci si troverebbe a compiere scelte di fatto,
senza averle davvero ponderate.
A mio parere l’identità ebraica della scuola deve essere un’esigenza
primaria, anche a costo di qualche sacrificio nello studio delle altre
discipline, ma è anche importante non ipotecare la carriera scolastica
successiva degli allievi, se no anche gli stessi ebrei si allontanerebbero.
Quindi, tanto per fare un esempio, va bene leggere un po’ meno testi
antologici, ma non si può sacrificare la grammatica. Invece secondo me non è
davvero il caso di buttarsi su ogni progetto possibile e immaginabile, ma,
piuttosto, è meglio concentrarsi su pochi particolarmente significativi e che
garantiscano davvero un buon ritorno d’immagine. Infine, ed è la cosa più
importante, è opportuno (come del resto già si fa) infilare l’ebraismo il più
possibile dovunque si può, anche all’interno delle altre discipline: leggere
testi di autori ebrei, dipingere arredi per la sukkà, preparare uno spettacolo
per Purim, ecc.
Ricapitolando, in tutti i campi che abbiamo analizzato (allievi, insegnanti,
programmi) si devono compiere continuamente scelte non indolori, e non è sempre
facile valutare l’impatto che queste avranno sulla funzionalità della scuola
e, a lungo andare, sulla sua stessa identità: a volte le piccole decisioni di
tutti i giorni (anche solo l’organizzazione dell’orario settimanale) possono
pesare sull’identità della scuola molto più di tutti i proclami e di tutte
le scelte ideologiche compiute a tavolino. E’ importante rendersene conto,
altrimenti si rischia di attribuire importanza a determinati problemi e non
prenderne in considerazione altri, che magari si prestano meno alle “questioni
di principio” ma hanno un maggiore impatto sulla vita quotidiana della scuola.
Ancora più difficile è attribuire a posteriori alle scelte una determinata
valenza “politica”, quando magari sono state dettate da situazioni
contingenti o solo da scarsa attenzione. Per esempio, è stato giustamente
criticato la scarso rilievo attribuito ai contenuti ebraici della scuola
nell’ambito della festa Fuoriclasse
(di cui abbiamo parlato nello scorso numero di HK), ma sarebbe un
errore soffermarsi solo sull’analisi di una specifica giornata e non prendere
in considerazione niente altro: continuamente, nel corso degli anni, la
presidenza, gli insegnanti, i diversi consigli della comunità si sono trovati a
dover compiere scelte che hanno comportato in qualche modo un sacrificio del
carattere ebraico della scuola (dall’utilizzo di ore di ebraico ed ebraismo
per altre attività alla rinuncia ad insegnanti ebrei), a volte per necessità,
a volte a malincuore, a volte senza rendersi conto che esisteva
un’alternativa. In alcuni casi la valutazione sull’impatto di determinate
scelte non è univoca, e magari cambia con il tempo: possiamo citare come
esempio l’insegnamento dell’ebraico, che secondo alcuni è più efficace se
è obbligatorio per tutti gli allievi (altrimenti appare come una materia “di
serie B”), secondo altri, invece, se rivolto solo ai ragazzi davvero motivati
ad apprenderlo. Non c’è niente di male in tutto questo, purché si discuta
pacatamente, senza arroccamenti e senza dogmatismi, consapevoli del fatto che
stiamo continuamente cercando di quadrare un cerchio e dobbiamo continuamente
giocare al crudele gioco della torre.
Ne vale comunque la pena? Non tutti lo credono. Spesso, infatti, la scuola
ebraica di Torino è stata oggetto di critiche. Queste mi sembrano tuttavia poco
fondate, perché confrontano implicitamente la nostra scuola con una
esclusivamente ebraica (o, comunque, frequentata esclusivamente da alunni con un
interesse forte per la cultura ebraica). Il discorso non va posto in questi
termini: in una situazione demografica come quella torinese l’alternativa è
mandare gli alunni ebrei in scuole pubbliche, dove avranno poche occasioni di
frequentare altri ragazzi ebrei, avranno difficoltà ad osservare la kasherut,
lo shabbat e le feste. Allora, prendiamo il discorso “alla rovescia”, e
ammettiamo pure che una scuola sul cui carattere ebraico si deve continuamente
scendere a compromessi non si possa davvero definire una scuola ebraica.
Tuttavia:
Una scuola che non ha nulla di ebraico ma evita ai ragazzi ebrei di violare
lo shabbat non è già una buona cosa?
E se oltre ad essere chiusa di shabbat è chiusa anche in occasione di tutte
le feste ebraiche?
E se oltre ad essere chiusa di shabbat e nelle feste mantiene nei suoi
locali la kasherut?
E se oltre a permettere l’osservanza delle mitzvot offre anche ai ragazzi
ebrei la possibilità di conoscersi e frequentarsi tra loro?
E se offre questa possibilità anche ai loro genitori?
E se, oltre a fare a questo, insegna anche la storia ebraica?
E se, oltre alla storia, insegna anche un po’ di letteratura?
E se, oltre alla storia e alla letteratura, trasmette anche qualche
informazione sui fondamenti della cultura ebraica?
E se, oltre a tutto questo, insegna anche l’ebraico?
E se, oltre ad insegnare l’ebraico e un po’ di ebraismo, sensibilizza
gli allievi nei confronti di determinati valori?
E se, oltre a tutto questo, contribuisce a combattere i pregiudizi
antisemiti?
E se, oltre all’antisemitismo, aiuta a combattere l’ostilità
preconcetta verso Israele?
Se concordiamo sul fatto che tutto questo ci può bastare, ciò significa
che il gioco della torre, per quanto crudele, merita comunque di essere giocato.