Israele

Dopo Annapolis

I nodi inestricabili

di

Emanuele Ottolenghi 

 

 

Come da copione, lo scorso novembre 49 nazioni e insigni dignitari si sono radunati all’Accademia Navale di Annapolis, Maryland, attorno al presidente americano George W. Bush, al primo ministro israeliano Ehud Olmert, e al presidente palestinese, Mahmoud Abbas, per rilanciare il negoziato israelo-palestinese. Come da copione, gl’intenti erano e rimangono nobili – pace entro la fine del 2008. I fatti però contraddicono le aspettative e alla fine di febbraio del 2008 è abbondantemente evidente che di pace nel 2008 se ne parlerà soltanto.

 

Ci sono tre motivi fondamentali perché le buone intenzioni, proverbialmente, lastricano la via del cimitero. Innanzitutto, c’è la debolezza intrinseca dei tre principali attori di quest’ennesima pièce teatrale. Bush si ritrova a meno di un anno dalla scadenza del suo secondo termine presidenziale e ha poco tempo a disposizione. Olmert gode di pochissimo seguito e deve convincere un pubblico scettico che la sua leadership compromessa da scandali, malgoverno e dagli errori della guerra del Libano offrirà una soluzione migliore di quella da lui perorata tre anni orsono per Gaza. In quanto a Mahmoud Abbas, la sua debolezza è tale da rendere i problemi dei suoi due partner insignificanti a paragone. Il secondo ostacolo è dovuto alla causa principale della debolezza di Abbas. Nessuno ha parlato di Gaza ad Annapolis e la comunità internazionale insiste nel dire che Gaza rimane parte integrante dell’Autorità Palestinese. Ma Gaza è ormai un’entità separata e il comportamento di chi la governa – Hamas – rimarrà una costante spina nel fianco di Abbas e dei suoi partners. Abbas non può che esprimere solidarietà ai suoi ‘fratelli’ palestinesi di Gaza – secondo i consueti moduli della retorica panaraba – anche se l’indebolimento di Hamas è l’unica speranza che ha di evitare il collasso completo del movimento nazionale palestinese, almeno nella sua classica accezione Olpista, a favore dell’opzione islamista di Hamas. Hamas del resto mira a far fallire i negoziati attraverso l’escalation contro Israele che va da mesi alimentando con il lancio di razzi sul Negev e Sderot – prima o poi, tale politica scatenerà una reazione militare israeliana su larga scala che otterrà come effetto collaterale l’ulteriore ritardo dei negoziati.

 

Infine, c’è un terzo e importante ostacolo che pochi analisti hanno rilevato. Alla conferenza di Annapolis hanno, è vero, partecipato anche paesi arabi come l’Arabia Saudita, ma il motivo della loro presenza non solo differisce da quello che vi ha portato Israele, l’Europa e gli Stati Uniti, ma non è nemmeno sufficiente a produrre un allineamento diplomatico favorevole a un accordo.

 

Per Israele, il problema principale da confrontare nella regione è il rischio di nuclearizzazione iraniana. Siccome il programma nucleare iraniano minaccia fortemente anche i paesi del Golfo Persico – così ragionano a Gerusalemme – si sta creando un fronte comune fondato sul pragmatico principio del ‘il nemico del mio nemico è mio amico’ che sta portando a un rapprochement tra Israele e paesi sunniti moderati. La pace con i palestinesi sarebbe quindi facilitata da quest’improvvisa comunanza d’interessi. Per l’amministrazione americana, al problema iraniano – che a Washington è letto in simili termini – si aggiunge l’eredità difficile del Medio Oriente per l’Amministrazione Bush e in particolare per il suo segretario di stato Condoleeza Rice. Invece che per l’Iraq, la Rice vorrebbe esser ricordata per la pace in Medio Oriente – un desiderio comprensibile oltre che lodevole, ma insufficiente a smuovere un conflitto che elude ogni realistica e ragionevole soluzione da quasi un secolo. L’Europa in parte condivide queste preoccupazioni – ma ritiene che gli Stati Uniti da sette anni abbiano ignorato la questione centrale della regione ed è pronta quindi a sostenere ogni tentativo di smuovere Israele e palestinesi, anche se a farne le spese sono le altre irrisolte questioni regionali. L’eccessivo zelo europeo quindi si dirige in direzioni diverse dagli alleati americani e israeliani. Infine, c’è la motivazione dei paesi arabi: non tanto di promuovere una pace in cui non credono, ma di non ritrovarsi sulla lista nera dell’Amministrazione quando la situazione nel Golfo potrebbe improvvisamente precipitare. È vero che c’è un nemico comune – ma ciò era vero anche nel 1990, quando il mondo arabo si trovò dalla stessa parte d’Israele contro Saddam Hussein. Anche allora si disse che quel fronte pragmatico aveva creato le premesse per la pace tra Israele e paesi arabi. E anche allora il principio del nemico comune mostrò i suoi limiti.

 

Gli otto anni di Intifadah hanno reso pressoché impossibile un accordo tra Israele e palestinesi, almeno per adesso. L’orizzonte geostrategico è talmente complesso – l’Iran ha aperto due fronti diretti con Israele attraverso il suo ruolo in Libano con Hezbollah e il suo sostegno a Hamas – e le minacce per Israele sono tali che difficilmente, nelle attuali circostanze, Israele offrirà le concessioni minime che i palestinesi si aspettano per firmare. Quand’anche questo possa accadere, la loro firma difficilmente vale più dell’inchiostro con cui sarà siglata.

 

Il 2008 non sarà l’anno della pace. L’unica speranza è invece che i grandi nodi regionali – dall’irrisolta crisi libanese all’Iraq, dall’Iran a Gaza – non si ingarbuglino ancor di più tra qui e dicembre perché, se così fosse, a risolverli dovrebbe pensare la prossima amministrazione americana che, almeno inizialmente, avrà poca esperienza e conoscenza per mettervi mano in maniera costruttiva.

Emanuele Ottolenghi