Israele
Il
sonno della politica
genera fantasmi
di
Claudio Vercelli
Dunque, cerchiamo di raccogliere le tante, sparse tessere e di ricomporle in
un mosaico che ci dia una qualche coerenza. Siamo a sessant’anni dalla
fondazione d’Israele e l’impressione che una parte di noi si sente di
condividere è quella di una stanchezza diffusa. Alla condivisione profonda per
il genetliaco si accompagna un qualche sapore amaro. C’è come un déjà vu, un ritualismo dei comportamenti, una prevedibilità
delle condotte, una inesorabilità negli atteggiamenti. Ciò che più ci fa
meditare è il rinnovarsi del conflitto, mai sedato, con i palestinesi. Ci
sfibra, ad onore del vero, la sua inerziale ripetitività. È come un vecchio
veleno che circola e che inquina ogni nuovo progetto, qualsiasi prospettiva
futura, offuscando l’orizzonte e rendendo il presente una dimensione
asfittica, nella quale ci sentiamo in perenne stato d’assedio. Peraltro, del
veleno si alimenta il risentimento. E riguardo al confronto con i palestinesi di
risentimento, tra gli uni e gli altri, ce ne è molto. Oserei dire che ne è
divenuto un carburante essenziale, che da sé basta a rinnovarne i moventi della
violenza quotidiana. Proviamo allora a fare ordine tra i pensieri. Il primo
elemento di disagio (a volte di imbarazzo) è la circostanza per la quale non si
può citare il nome di Israele senza che ci venga contrapposto quello della
“Palestina”. Che cosa quest’ultima parola significhi ritengono di saperlo
solo coloro che se ne fanno mentori ad ogni piè sospinto. Piuttosto ci è noto
quello che implica, ovvero il ricorso ad un gioco di sottrazione per il quale
Israele è uno stato abusivo, come tale non solo delegittimato
ma destinato a consumarsi nelle sue contraddizioni e quindi a sparire, prima o
poi, dalla faccia della terra. In forma di poco più elegante – rispetto a
quanti vanno vaticinandone la consunzione ipso facto –
è la rinnovata tesi della binazionalità
che, depurata di una serie di suggestioni intellettuali, rimanda concretamente
ad uno svuotamento dall’interno delle istituzioni ebraiche e alla costituzione
di una nuova comunità politica mista (“laica e democratica”), dove la
componente palestinese sarebbe non solo quella prevalente ma anche quella
determinante poiché demograficamente preponderante. Sia detto per inciso, che
sul versante dei sostenitori della causa palestinese tale ipotesi ha ripreso
credibilità, in questi due ultimi anni, dopo un temporaneo oblio che datava da
almeno tre decenni. Nella frattura ingeneratasi tra Hamas e Fatah, i “laici”
nostrani, non potendo identificarsi con gli islamisti ma non volendo neanche
accreditare Abu Mazen (dipinto dai più alla stregua di un ostaggio degli Stati
Uniti e di Israele), stanno rilanciando l’ipotesi di una sorta di terza via che, se assunta acriticamente, riporterebbe
indietro di molti anni la discussione. Tuttavia – non lo possiamo negare -
essa si inserisce anche nelle contraddizioni che Israele porta con sé,
dall’atto della sua stessa costituzione, quando alla natura di “stato
democratico” si è accompagnato anche l’accostamento della locuzione di
“stato ebraico”, facendo sì che si formassero una serie di nodi identitari
che sono ancora ben lungi dall’essere risolti. La strategia di
delegittimazione oggi passa attraverso la sua definizione nei termini di uno stato
etnico, basato su di una rigida politica discriminatoria, che farebbe
da pendant alla innata vocazione “colonialista”, e che lo
porrebbe sul medesimo piano, se non peggio, del vecchio Sudafrica
dell’apartheid. Tale strategia prende origine dalla conferenza delle Nazioni
Unite di Durban del settembre 2001, quando si parlò di razzismo indicando
Israele come prima imputata. Un secondo elemento di frizione e di dissidio per
tutti noi è il gioco alla reificazione
dei ruoli e alla cristallizzazione delle posizioni.
Mentre il dibattito a Gerusalemme non solo ferve ma è animatissimo – per
rendersene conto basta leggere la stampa in lingua inglese – l’immagine che
del paese ci viene proposta (e con esso, inesorabilmente, del rapporto con i
palestinesi) demanda ad una visione delle cose dove tutto pare immutabile. A
volte sembra che il tempo non sia trascorso o, peggio ancora, sia passato
invano. Più che di persone qui parrebbe che si parli di simulacri, di pupazzi
investiti di una qualche funzione teatrale. Paradossalmente, questa maniacale reiterazione è il frutto ma anche (e soprattutto)
la ragione del rinnovarsi del conflitto. La sua mancata soluzione negoziale,
infatti, rinnova permanentemente le premesse del ripetersi di tali atteggiamenti
coattivi. Ma, nel medesimo tempo, la premessa della mancata negoziazione del
conflitto tra israeliani e palestinesi sta nella pervicacia con la quale si
ripetono i medesimi gesti, violenti, inconcludenti e autoreferenziati. Un
circolo vizioso, in buona sostanza, dal quale non si riesce ad uscire.
L’impressione che se ne ricava, a volte, è che quanto meno una parte dei
protagonisti regionali non abbia interesse alcuno ad arrivare ad un Final Status, ritenendo molto più redditizio il mantenimento
dello status quo, ricca rendita di posizione.
Parrebbe quindi essere questo il tempo dei fantasmi, ossia del grado zero di
ogni iniziativa politica, percezione alla quale contribuisce quel magma
indistinto di gesti criminali, atteggiamenti violenti ma anche tracotanti
dichiarazioni ed efferate affermazioni che va sotto il nome di terrorismo internazionale. Il quale, detto per inciso, ha ad
obiettivo soprattutto due bersagli, ovvero quella parte del mondo islamico che
ha fatto i conti con la modernità e le componenti laiche, dell’Occidente come
dell’Oriente, che avversano ogni forma di fondamentalismo. Israele è, dal suo
punto di vista, un principio
ideologico contro il quale esercitarsi, proprio perché, per la
ragione stessa di esistere, dimostra quanto sia irrisolto (ma anche possibile)
il difficile rapporto tra laicità e religione nella formazione di una identità
nazionale. E tale fatto ci introduce al terzo ordine di considerazioni, in sé
molto delicate, che ci premeva avviare. In questo frangente, dove
all’apparente immobilismo delle parti si sovrappone un effetto di caricamento
ideologico (ovvero una aspettativa di condotta, per così dire, dove i ruoli
sono già assegnati a priori) Israele viene intesa e declinata, in una specie di
reciprocità opposta, non come una società bensì come una entità
metastorica. Su di essa si deve esercitare un plebiscito quotidiano,
fatto di ferree adesioni o di violente dissociazioni. La sua normalità,
da intendersi non solo come portato della accettazione nel consesso delle
nazioni ma anche come espressione di una quotidianità condivisa, è un
obiettivo rifiutato dai detrattori ma, a volte, paradossalmente anche da alcuni
dei suoi sostenitori. Il pensiero corre a quei sostenitori dell’area
cosiddetta “evangelicale”, molto presente negli Stati Uniti, che
identificano nella presenza d’Israele il segno di una missione, rivestendola
di significati e simbolismi che demandano alla sfera della più assoluta
religiosità. Ancora una volta – ed è tra le ragioni della incapacità di
arrivare ad una soluzione dei contrasti tra gli abitanti di quei luoghi –
prevale le perversa idea di un eccezionalismo nell’esistenza degli ebrei. Poiché ad
essere contestata ad Israele non è il fatto di esistere bensì di qualificarsi
come “Stato ebraico” e di aspirare, in quanto tale, ad una propria via alla
felicità in terra, che sta non in qualche ruolo predeterminato ma nel fatto
stesso di esistere. Nulla di meno, nulla di più.
Claudio Vercelli