Dalai Lama
Una Shoah
come la Shoah
di
Rav
Alberto Moshè Somekh
Il 16 dicembre scorso il XIV Dalai Lama, capo spirituale dei buddisti
tibetani, è giunto a Torino per essere insignito della cittadinanza onoraria.
In mattinata ha presieduto un incontro presso l’Auditorium RAI al quale hanno
partecipato circa duemila cittadini, senza contare tutti coloro che prendevano
visione della manifestazione attraverso uno schermo gigante appositamente
allestito in Piazza Castello.
Dopo una prolusione sui temi della giustizia e della non violenza il
Dalai Lama ha risposto ad una serie di domande del pubblico con grande bonomia.
Richiesto di un commento personale sull’ipotesi che il suo successore possa
essere una donna ha così risposto: “Un tempo la leadership richiedeva soprattutto forza fisica e
preparazione militare, per cui ci si rivolgeva particolarmente agli uomini. Ma
oggi le cose sono cambiate. Oggi nell’esercizio della pubblica responsabilità
sono divenute preminenti la ponderazione e la riflessione, e queste doti sono
soprattutto appannaggio delle donne”.
Pur evidenziando le inevitabili differenze di impostazione fra
l’ebraismo e il buddismo, va riconosciuto in questa figura uno dei simboli
maggiori della persecuzione razziale e religiosa ai giorni nostri. Al termine
dell’incontro sono stati invitati i rappresentanti di tutte le religioni ad
esprimere un pensiero di benvenuto all’ospite e ad accendere un lume in segno
di fratellanza. Così Rav Somekh ha portato il saluto della Comunità Ebraica di
Torino:
Con grande ammirazione e rispetto porgo il saluto della Comunità Ebraica a
S.S. il Dalai Lama, che si appresta a ricevere oggi la Cittadinanza Onoraria
della nostra città.
Come Ebrei ci sentiamo profondamente partecipi della tragica situazione che
le popolazioni tibetane devono affrontare nella loro terra, in cui è di fatto
in corso una nuova Shoah.
È questo un termine che, quale rappresentante del popolo ebraico, adopero in
genere con estrema parsimonia. Ma
questa volta lo riaffermo con cognizione di causa: nel Tibet è in corso una
nuova Shoah e noi siamo solidali con quelle popolazioni e ammiriamo
l’opera svolta dal Dalai Lama a difesa dei diritti umani.
Vi è una differenza fondamentale fra i beni spirituali e quelli materiali.
Nel caso dei beni materiali, più sono i partecipanti e meno ve ne è per
ciascuno. Quanto più numerosi sono gli invitati alla festa di compleanno, tanto
più piccola sarà la fetta di torta che ognuno riceverà. Diverso è il caso
dei beni spirituali: essi sono ben simboleggiati dal lume di una candela. In
questo caso, quanti più sono i partecipanti, tanto maggiore è il bene che
deriverà a ciascuno e a tutti. Un lume può infatti accendere un’infinità di
altri lumi senza che quello originario perda di intensità. E quanto più lumi
si accenderanno, tanta più luce rischiarerà l’ambiente.
Noi Piemontesi in genere siamo amanti della montagna. E le montagne sono
spesso state il teatro di molte importanti rivelazioni religiose: si pensi al
Monte Sinai, al Discorso della Montagna e agli stessi monti del Tibet. La vista
dalle cime spazia su orizzonti difficili da scorgere altrimenti, ha quell’ampiezza
necessaria per “volare alto” e garantisce la purezza dell’aria anche sul
piano spirituale. Ebbene, chi si accinge ad un’ascensione sa bene cosa capita
sovente. Alla base del sentiero ci si trova per lo più in molti, ma man mano
che si sale la compagnia si dirada. La fatica e il pendio scoraggiano sempre più
persone dal proseguire il cammino e chi raggiunge la vetta è spesso solo.
Sotto questo profilo le salite di ordine spirituale garantiscono invece una
esperienza inversa. Chi si appresta
a salire crede di essere solo. Spesso non vede nessuno accanto a sé, al punto
di esclamare: “ma chi me lo fa fare!”. Ma se vince l’iniziale difficoltà
e si accinge a percorrere il sentiero, man mano che sale, anche se la cosa può
costargli fatica, trova sempre più compagni di viaggio, che inizialmente non si
sarebbe mai immaginato di incontrare. E quanto più si avvicina alla vetta,
sempre più gli si rivela un mondo intero inaspettato che lo accompagna.
Auguro a S.S. il Dalai Lama grande successo nel suo cammino, citando quella
massima che gli antichi Maestri d’Israele espressero in ebraico, un’altra
lingua di quell’Oriente che è stato a sua volta grande maestro di civiltà: ‘Al sheloshà devarim ha’olàm qayyam: ‘al hadìn ve‘al haemèt
ve’al hashalom. “Su tre cose il mondo si mantiene: sulla
Giustizia, sulla Verità e sulla Pace” (Pirqè
Avòt 1,18).
Rav Dott. Alberto Moshé Somekh
Rabbino Capo della Comunità Ebraica
Torino, Auditorium RAI,