Memoria
Ricordarsi
della
memoria
di
Davide
Prette
Siamo partiti in settecento, il 22 gennaio, da Torino per Auschwitz.
Settecento studenti in treno, definito a proposito “treno della memoria”,
diretti verso un passato non troppo lontano per meglio comprendere il nostro
presente e vigilare con cura sul nostro futuro, affinché mai più possa
riaccadere un simile scempio, affinché mai più l’odio razziale o la semplice
convinzione dell’esistenza di “sottoclassi” interne al genere umano
possano deturpare la storia dell’umanità. Ma tutto questo è già stato detto
e ribadito, e l’intenzione che mi sono proposto nello scrivere queste righe
sta nel fornire una testimonianza di una concreta esperienza, perché trovarsi,
in un’epoca così densa di conflitti e di contrasti non solo ideologici, in un
luogo di morte e di odio quale in effetti fu il campo di sterminio di Auschwitz
lascia un segno, e il minimo che si possa fare, il Dovere che una persona sente,
è quello di far sentire la propria voce, di informare gli altri, di renderli
partecipi se non del dolore che coloro che sono stati lì hanno provato (è
infatti umanamente impossibile), almeno di quello che tu hai sentito e
percepito, perché non si perda irrimediabilmente nel nulla.
Le associazioni Terra del Fuoco e Acmos hanno avuto l’eccellente idea, in
questi anni, di organizzare dei viaggi educativi fino ai campi di sterminio di
Auschwitz I e Auschwitz II Birkenau, da svolgersi in treno (il richiamo è
esplicito), e destinati agli studenti delle scuole superiori interessate in
questo progetto. Io sono stato uno dei settecento allievi torinesi che sono
partiti in direzione di Cracovia, il 22 gennaio di quest’anno, e sono tornato
a casa il 27 dello stesso mese. Che dire? È stata un’esperienza veramente
intensa, soprattutto dal punto di vista emotivo, e trovarsi in quei luoghi è
stato, semplicemente, impressionante: il senso di nausea e di disgusto non ti
abbandona tanto facilmente; non riesci a piangere, ma lo vorresti davvero fare,
perché il groppo che ti resta in gola è terribile, e daresti di tutto pur di
farlo uscire da te, di espellere tutto il dolore che porti compresso dentro, di
vomitarlo fuori e sbarazzartene, per poter essere nuovamente libero. Non è mera
retorica, come a volte fanno persone che lì non sono mai state ma che ritengono
giusto, per motivi ideologici o politici, esprimere con dovizia di particolari
le emozioni che, ne siamo sicuri, proverebbero
se fossero veramente lì, se solo potessero esserci perché, davvero,
non potevano andarci proprio adesso, ma di sicuro ci andranno appena possibile,
perché ciò che è accaduto… et cetera et cetera, ma intanto loro lì non ci
sono stati. Comunque, riprendendo il filo del nostro discorso, se mai ne ha
avuto uno, possiamo dire che la nostra visita, avvenuta il 24 di gennaio, giovedì,
si è articolata in due diversi momenti: di mattina siamo andati ad Auschwitz I,
di pomeriggio ad Auschwitz II, Birkenau. Sarebbe velleitario e presuntuoso da
parte mia voler scrivere non dico un’opera storiografica, ma quanto meno un
obiettivo ragguaglio di ciò che è realmente stato il campo di sterminio, né
è questa la mia intenzione, pertanto mi limiterò a descrivere per sommi capi
le impressioni ricavate da questa visita. Auschwitz I è stata una vera
sorpresa: abituati come siamo a vedere le foto di baracche in legno e di grandi
spazi deserti come Birkenau, la vista di quelle file di ordinate casette in
mattoni mi ha lasciato a bocca aperta: possibile che i nazisti avessero
costruito simili edifici per gente che non ritenevano nemmeno degna di vivere?
L’arcano è stato però presto spiegato: il campo era stato precedentemente
usato dall’esercito polacco, pertanto era stato costruito da loro, non dal
regime hitleriano. Sapere però cosa avvenne dentro quelle case all’apparenza
così innocenti (impressione acuita dalle zone di verde e dagli alberi, che
davano all’insieme un non so che di inglese) è stato, come dire,
“inquietante”. L’uomo infatti si aspetta sempre che il male avvenga in
posti orribili e caotici, mentre vedere lì la compostezza e l’ordine abbinati
alla crudeltà e allo sterminio, mi è sembrato fuori posto, intimamente
sbagliato, da qui l’impressione non altrimenti spiegabile di
“inquietante”. Le condizioni di vita dei deportati, mostrateci nei
“blocchi”, erano spaventose, non tali però da farmi perdere completamente
d’animo, tanto più che ricevetti inaspettatamente una certa dose di pace e
vitalità: all’interno di una cella di un prigioniero politico, infatti, sono
ancora conservate, dietro teche di vetro, delle incisioni a sfondo religioso
eseguite dallo stesso. Ebbene, in tanta desolazione e disperazione dell’anima,
la capacità propria dell’uomo di trovare ancora la forza di esprimersi, di disegnare,
e di rivolgersi a valori superiori di speranza e bontà come quelli
rappresentati, mi parve qualcosa di meraviglioso e fantastico: l’uomo non era
stato sconfitto, anzi, aveva sconfitto i suoi persecutori. Purtroppo questi
sentimenti durarono poco: bastò infatti la visione delle foto dei primi
deportati a farmi scordare completamente quanto provato in precedenza. Era
semplicemente terribile vedere lì raggruppati così tanti volti di persone
morte in seguito orribilmente, e le loro espressioni, seppur tanto varie,
dall’assoluto terrore all’audace fierezza, erano tutte quanto mai intense,
quasi esasperate, come se avessero voluto lasciare al mondo quell’ultima e
sofferta prova della loro umanità e della loro esistenza, timorosi di
scomparire per sempre. Spero però di non scandalizzare nessuno se dico che, per
quanto mi riguarda, ciò che mi ha fatto più impressione non sono stati i forni
crematori (seppur terribili, gole di fiamme nere e rosse), ma il muro delle
fucilazioni. In una piazzetta a sé stante, circondato da finestre sbarrate, per
impedire a coloro che erano dentro di vedere quanto accadeva lì fuori, si
ergeva solitario questo muro, sul quale erano deposte molte corone alla memoria.
Non so descrivere il sentimento lì provato, il senso di morte e di angoscia
avvertito, posso solo dire che il momento e il luogo “urlavano il silenzio”,
rotto però subitaneamente dalla voce dell’attore che ci accompagnava. Ed ecco
il tasto dolente: siamo stati accompagnati, nella nostra visita ad Auschwitz I,
da attori italiani che, per renderci più partecipi di ciò che vedevamo,
avevano il compito di recitare passi di testimonianze di sopravvissuti. Io non
sono contrario a leggere le stesse, ma recitarle lì, dove realmente accaddero,
e fingersi, sia pure nella finzione teatrale, quelle stesse persone, mi è parso
sinceramente troppo, un’idea assolutamente inappropriata e, mi si permetta
dirlo, di dubbio gusto, tanto più che rompeva il silenzio che il luogo
richiedeva ed esigeva in modo categorico.
Ma prima che la mia critica degeneri in invettiva veniamo al pomeriggio, a
Birkenau. Ciò che balza subito agli occhi è la grandezza smisurata del posto,
la sua immensa desolazione, accresciuta vieppiù dalle rovine di molte delle
baracche (compresi i crematori), fatte saltare in aria dai nazisti prima
dell’arrivo dell’Armata Rossa, che il 27 gennaio 1945 liberò il campo, per
occultare tutte le prove dei loro orrendi crimini nei confronti di tutta
l’umanità. Quell’immensa distesa è poi spazzata da un vento gelido, che ti
spezza letteralmente le gambe e ti penetra nelle ossa, rimanendovi e cumulandosi
con il freddo interiore che ti pervade laggiù. A Birkenau il cielo non piange,
ma in compenso grida con quanto fiato ha in gola. Attraversato il cancello
principale si stendono davanti a te le rotaie, dritte e interminabili, come se
non finissero mai, mentre invece terminano dentro al campo, in un viaggio di
morte, fra il Crematorium II e III, fatto che si commenta da sé. Dopo la sauna,
la nostra visita è terminata dinanzi al monumento internazionale in memoria
delle vittime, dove purtroppo l’associazione Terra del Fuoco ha dovuto
esibirsi in un altro dei suoi gesti scenografici e spettacolari, chiedendo a
ciascuno di noi di leggere il nome di una vittima, scelto la mattina nel
corridoio con le foto dei detenuti. Ovviamente mi sono rifiutato di prendere
parte a questa “fiera delle vanità”, come in effetti ritengo sia stata
questa esibizione, poiché penso che quella vissuta laggiù sia stata
un’esperienza fortemente personale e “vera”, che deve
essere trasmessa a quante più persone possibile, ma che non è assolutamente
lecito esibire senza rispetto alcuno, nella massima spettacolarizzazione
possibile, come se ciò che è accaduto laggiù interessasse solo per metterlo
in bella vista su una bancarella e fare la bella figura delle persone sensibili
e impegnate. Ma mi scuso fin da subito per queste opinioni così drastiche, che
forse rispecchiano solo un singolarissimo punto di vista, senza alcuna attinenza
alle effettive intenzioni della manifestazione.
In ogni caso sono giunto alla fine di questa condivisione delle esperienze,
e ci tengo soprattutto a ribadire che in questo viaggio ho raggiunto una
maggiore consapevolezza dei fatti là avvenuti, consapevolezza che, anziché
ridimensionare in qualche modo la realtà storica, ha solo mostrato quanto in
effetti ciò che è accaduto sia di enormi dimensioni, più grande di quanto noi
possiamo mai immaginare, accresciuto dalla preoccupazione per il futuro.
Infatti, al giorno d’oggi, esistono moltissime forme di discriminazione che
potrebbero diventare qualcosa di più inquietante, e, seppur tenuta ferma
l’unicità della Shoà, sono accaduti e stanno tuttora accadendo atti di
intolleranza e violenza nei confronti di varie minoranze o popolazioni (basti
ricordare la Cambogia, il Darfur, i Curdi o i Ceceni), senza contare inoltre il
negazionismo e il rifiuto di riconoscere la semplice esistenza dello stato di
Israele. La situazione, come si può notare, è abbastanza preoccupante.
Pertanto, dato che ciò che è già avvenuto può ancora avvenire, occorre stare
costantemente all’erta, e non cercare di liberarci della nostra memoria, della
memoria dei campi di sterminio, citando Primo Levi, semplicemente
“sentenziando che erano cose di altri tempi”.
Davide Prette