Memoria
Testimoni silenziosi
di
Bianca
Bassi
La terribilità degli eventi vissuti da chi affrontò le persecuzioni del
periodo nazi-fascista in Europa e in particolare da chi visse e sopravvisse alla
deportazione e alla macchina del cosiddetto universo concentrazionario, è stata
a lungo, per molti protagonisti sino al raggiungimento della vecchiaia,
inenarrabile.
Alberto Cavaglion affronta questo tema nel testo che accompagna la mostra (R)esistere per immagini
– Germano Facetti, dalla rappresentazione del lager alla storia del XX Secolo,
visitabile sino a fine aprile a Torino presso il Museo Diffuso della Resistenza.
La mostra su Facetti (disegnatore, grafico, artista) è stata preceduta, pochi
giorni prima presso lo stesso Museo, dalla presentazione del libro di
Le storie di questi due personaggi così profondamente differenti fra loro,
un artista e un medico, entrambi deportati e sopravvissuti all’esperienza del
lager, hanno degli elementi in comune che Cavaglion ci sottolinea, facendo
riferimento anche a tanti altri testimoni che non sono mai emersi dall’ombra e
che hanno preferito scegliere sino alla fine della loro esistenza l’anonimato.
Cavaglion affronta così il tema verso il quale ci dobbiamo porre con profondo
rispetto e che riveste a mio parere un aspetto di “sacralità”: quello della
“elusione della testimonianza”.
Accanto agli aspetti della memorialistica
e della storiografia sui campi di concentramento
e di sterminio vi è infatti quello della
ineffabilità e quello della
testimonianza non verbale.
In Italia, per quanto attiene alla memorialistica, accanto al più famoso Se questo è un uomo di Primo Levi (1947), sono usciti negli
anni 1945-48 alcuni altri capolavori femminili, quali Questo povero
corpo di Giuliana Tedeschi (1946), Ricordi della
casa dei morti di Luciana Nissim (1946), Il fumo di
Birkenau di Liana Millu (1947).
Negli anni successivi, eccetto alcune produzioni divenute meno note, sarà
la morte di Primo Levi (1987) accompagnata all’insorgere del negazionismo a
rendere prorompente il ritorno di diari e memorie nell’ultimo ventennio.
Parallelamente, nell’ultimo ventennio anche la storiografia
e la critica letteraria, in ritardo in Italia
rispetto ad altri paesi europei, hanno iniziato ad occuparsi della deportazione
come argomento importante di ricerca, mentre anche i testimoni viventi, spesso
ormai anzianissimi nonni, continuano a produrre e pubblicare a memoria dei
posteri.
Rimane tuttavia il fatto che, accanto all’aspetto della testimonianza
verbale vi è quello, meritevole di altrettanta nota e rispetto, del tacere,
della scelta che molti sopravvissuti hanno effettuato del silenzio, del rifiuto
dei microfoni e della retorica, del non voler comunicare con la parola
la propria drammatica, traumatica, intima esperienza. A volte eccentrici o
stravaganti a volte completamente mimetizzati nella quotidianità, muti, hanno
tenuto chiusi i loro terribili ricordi e le loro angosce nella propria mente,
nella sofferenza quotidiana o nel tesoro di una scatola, come La scatola gialla di Germano Facetti. Grafico militante,
direttore artistico dei Penguin Books negli anni sessanta, rivelò solo negli
ultimi anni della sua vita la sua deportazione a Mauthausen per motivi politici;
i suoi disegni del campo di concentramento e altro materiale fotografico e
documentario erano contenuti in quella che poi divenne, anche dopo il film The yellow box del 1998, la famosa
Scatola gialla, che egli poté
dischiudere solo nel 1997. Solo allora dal suo interno emerse un taccuino,
confezionato con la sua divisa di deportato politico nel campo di Gusen; nel
taccuino sono contenute immagini fotografiche, disegni, ritagli di giornale o di
archivio, poesie, nomi, indirizzi, rimasti chiusi per oltre 50 anni, e dischiusi
solo mezzo secolo dopo l’indicibile esperienza del lager come apertura alla
testimonianza non
verbale. Nel mezzo secolo intercorso tra la liberazione e il
palesamento della scatola e del suo materiale Facetti si dedicò intensamente
all’attività artistica, sino al momento in cui decise di “portare
evidenza” al mondo di ciò che era stato l’orrore della vita dei campi,
raccontato con le immagini (disegni, ritagli di giornale, fotografie). Queste
furono certamente in parte raccolte anche nel periodo immediatamente successivo
alla liberazione dal campo, nel periodo maggio-giugno del 1945. Il taccuino di
Facetti, che è insieme arte dell’olocausto e strumento della memoria,
contiene infatti fra l’altro sia immagini fotografiche naziste atte ad
esaltare ordine, disciplina, efficienza produttiva nei campi di lavoro di
Mauthausen, Gusen, Flossembürg (tutte accompagnate da didascalie), sia un altro
gruppo di immagini che non è mai accompagnato da didascalie, quello che
rappresenta i prigionieri vivi o morti nella loro tragica e terribile realtà.
Come l’artista Facetti ebbe quale compagno più caro di prigionia Ludovico
Barbiano di Belgioioso, e insieme a lui e a Gianluigi Banfi costituì una sorta
di sodalizio artistico-culturale che contribuiva a sollevarli e a resistere
spiritualmente all’abiezione quotidiana del campo, così il medico Leonardo De
Benedetti, prigioniero liberato da Auschwitz, si accompagnò dopo la liberazione
del campo al chimico Primo Levi diventandone l’amico solidale. Leonardo è
infatti il Nardo che condivise il lungo viaggio di ritorno descritto nella
Tregua; compagno di circa 20 anni maggiore di Primo Levi, viene da lui così
descritto: “Possedeva anche, oltre alla fortuna, un’altra virtù essenziale
in quei luoghi: una illimitata capacità di sopportazione, un coraggio
silenzioso, non nativo, non religioso, non trascendente, ma
deliberato e voluto ora per ora, una pazienza virile, che lo sosteneva
miracolosamente al limite del collasso”.
Un altro sodalizio dunque fra due uomini, in questo caso non due artisti ma
due scienziati, che si rinforzò particolarmente dopo la liberazione.
Al loro ritorno, essi scrissero ben presto, come richiesto dal governo di
Mosca ai medici di molte nazionalità liberati dai diversi campi di
concentramento, un articolo che nel 1946 venne pubblicato sull’importante
rivista “Minerva Medica” con il titolo Rapporto
sull’organizzazione igienico sanitaria del campo di concentramento per ebrei
di Monowitz (Auschwitz-Alta Slesia). Questo testo scientifico fu
elaborato a quattro mani, tanto che possiamo solo intuire, ma non sappiamo
esattamente che cosa scrisse Primo e che cosa Nardo. Dopo la produzione di
questo importante testo, De Benedetti ritornò ad esercitare la sua professione
di medico, prestando fra l’altro la sua opera presso la Casa di riposo ebraica
di Torino, dove decise di concludere la sua vita. Egli, che aveva perso la
moglie nel campo nazista e che non aveva figli, dedicò tutta la vita alla sua
professione, amato e stimato da tutti i suoi numerosissimi pazienti, ma come
scrive Cavaglion decise, dopo l’articolo del 1946, di eludere la testimonianza
e di volgersi ad altro: le sue “immagini senza testo” sono state migliaia di
scatti fotografici, senza didascalie,
attraverso le quali decise di inventariare la realtà. Il clic
dell’apparecchio fotografico rappresentò per lui l’altra faccia del
ricordo, l’altro modo di essere testimone.
D’altra parte nell’intervista rilasciata all’ANED nel 1982, l’anno
prima di morire, appare come egli ritenesse chiaramente la sua storia simile a
quella di tante altre e quindi non meritevole di essere narrata. E poi c’era
l’amico Primo che sapeva magistralmente testimoniare e narrare per iscritto:
egli così scrive ricordando Nardo, in occasione della sua morte avvenuta nel
1983, che fu per Levi perdita gravissima: “fragile ma non guasto dalla vita
disumana del lager, mitemente e serenamente consapevole, amico di tutti,
incapace di rancore, senz’angoscia e senza paura”. E ancora nella Tregua:
“Siamo stati liberati insieme; insieme abbiamo percorso migliaia di chilometri
in terre lontane ed anche in questo viaggio interminabile ed inspiegabile la sua
figura gentile ed indomabile, la sua capacità di speranza ed il suo zelo di medico senza medicine
sono stati preziosi non solo ai pochissimi reduci da Auschwitz ma ad
un migliaio di altri italiani, uomini e donne, sulla dubbia via di ritorno
dall’esilio”.
Ora dal libro di carattere storico-documentario di
Bianca Bassi
(R)esistere per immagini – Germano Facetti, dalla rappresentazione del
lager alla storia del XX Secolo, Torino, Museo
diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e delle
Libertà, fino al 27 aprile 2008