Memoria
L’anello della nonna Rita
di
Nora
Böhm
Ogni gioiello ha una sua storia: una sorte connessa con la persona che lo ha
posseduto. Le loro pietre sono credute simboli di fortuna, amore, fedeltà,
ricchezza, salute, e chi ne ha più ne metta.
Quando anche in Italia infuriò la campagna razziale contro gli ebrei i miei
genitori si trasferirono con me e mio fratello Sergio a Mercurago, sulLago
Maggiore. Ma la scelta non fu ben presto giudicata felice. Infatti a metà
settembre del 1943, dopo essere venuti a conoscenza delle prime catture di ebrei
da parte dei nazisti, papà decise che era giunto il momento di tentare di
rifugiarsi in Svizzera.
Noi entrammo in Svizzera il 17 settembre 1943, fuggendo in barca di notte da
Arona ad Angera poi a Luino e abbastanza facilmente
oltrepassammo il confine sulla montagna
di fronte alle isole di Brissago, dove fummo accolti.
I nostri Nonni paterni, i Nonni BÖHM, Rita e Michelangelo, in quel momento
erano rimasti nella loro villa a Maggio in Valsassina, non avevano voluto
seguirci, purtroppo.
Dopo essere stati consigliati più volte a fuggire e a nascondersi, i Nonni
finalmente accettarono – quattro mesi circa dopo la nostra fuga – di
nascondersi a Lecco, presso dei loro amici Cima; e in seguito di proseguire per
Tirano e la Svizzera.
Non furono fortunati, al confine diTirano, poiché, essendo sforniti di
documenti falsi, furono arrestati.
Dopo varie peripezie furono deportati entrambi ad Auschwitz. Fu Primo Levi,
al suo ritorno, che ci raccontò di avere visto la Nonna Rita avviata proprio
nelle camere a gas.
Questa Nonna paterna che ricordo molto bene, mi aveva regalato due anellini
quando avevo 9 anni, nel 1938, e a mia volta li avevo regalati alle mie figlie
nel 1980. Uno di foggia liberty: un tricolore incastonato tra due trifogli, e
l’altro a forma di serpentello con uno smeraldino sulla testa.
Avevo incontrato nella palestra di ginnastica della Strauss, in via Brera a
Milano la Signora Lina Cima che subito mi aveva ispirato simpatia.Spesso uscendo
da lezione ci facevamo compagnia durante il breve tragitto che divideva la
scuola dalle nostre case.Spesso parlavamo dei nostri figli, della nostra vita in
genere, delle vacanze e dei luoghi di villeggiatura. Una volta parlando del
paese della Valsassina, di Maggio, la signora Cima mi disse che aveva conosciuto
molto tempo prima, dei signori che andavano lì in villeggiatura. Subito le
dissi che anche noi andavamo lì da tanti anni e che forse li avevo conosciuti
anch’io. La signora disse: si chiamavano BÖHM.
Un fremito mi percorse in tutto il corpo e le dissi che erano i miei nonni:
Michelangelo e Rita BÖHM.
Allora la signora Cima cominciò non solo a raccontarmi di quando i miei
Nonni erano nascosti presso di lei, a Lecco e che aveva suggerito al Nonno,
detto pure ilCommendatore, di non girare per la città, con la sua mantella
marrone, perché così alto, capelli e barba bianchi, era troppo vistoso e
facilmente identificabile.
Dopo pochi giorni, dato che al piano terra della loro villa si era
installato il comando tedesco, era consigliabile non uscire né farsi vedere. La
Signora Cima raccontò che la Nonna salutandola, prima di partire per il
confine, le aveva consegnato un anello, dicendo che la ringraziava per
l’ospitalità e che sperava di rivederla presto.
I Nonni partirono e non ritornarono più. L’anello di mia Nonna rimase
alla Signora che mi disse che un giorno me lo avrebbe fatto vedere.
Nel 1980, poco tempo dopo la morte della mia Mamma, la Signora Cima venne a
trovarmi a casa mia. Alle ore 17 ecco la cara Signora che col suo dolce sorriso
era venuta a darmi un po’ di conforto.
Parlammo come sempre dei nostri figli e del mio lavoro, e della mia Mamma,
poi ad un certo momento la Signora Cima, si sfilò un anello dal mignolo e me lo
mostrò dicendomi “... ecco l’anello della sua Nonna”.
Emozione, tensione, è dir poco.Sì, era l’anello della Nonna Rita e quasi
mi sembrò di rivederlo sulla sua mano.
Commossa, tenni in mano questo anello ancora per qualche secondo, osservando
bene la sua foggia ottocentesca nei minimi particolari: forma ovale, uno zaffiro
nel centro, 8 rosette contornate a loro volta da 12 rosette un poco più grandi
incastonate in una cordonatura d’oro bianco.
Dopo avere notato tutti questi particolari, restituii l’anello alla
Signora Cima, che nel frattempo aveva deciso che dovevamo darci del tu, e lei
disse: “No, Nora, tienlo pure, è per te”.
Ed io “Ma no, grazie, l’ho visto e ti ringrazio, mi ha fatto molto
piacere e commozione, ma la Nonna lo ha dato a te prima di partire”.
“Nora, desidero che lo tenga tu questo anello, anche le mie figlie sono
d’accordo.Per te ha un valore particolare, è giusto che sia tu ad avere
l’anello della tua Nonna”.
Ero confusa, commossa, la ringraziai e l’abbracciai.
Durante tutta la notte successiva ero agitata al pensiero che solo due
giorni prima avevo regalato a ciascuna delle mie figlie un anellino della Nonna
Rita, e questa Nonna, ora mi mandava attraverso una sua amica un suo anello,
dopo esattamente trentasei anni dalla sua morte...
Il sentimento d’ammirazione e d’amicizia per Lina, come ha voluto che la
chiamassi, era grande, come pure il senso di gratitudine.
Quante persone al mondo avrebbero seguito il suo esempio?
È un anello che mi ha fatto molto pensare.Questo anello mi ha pure permesso
di conoscere meglio la Signora Cima, vera amica dei miei Nonni scomparsi.
Nora Böhm
Torino, aprile 1994