Racconto
L’uomo di Auschwitz
di
Ghigo
De Benedetti
Vaga a caso per il lager, per la prima volta libero, eppure sperso, come se
si trovasse in posto diverso da quelli soliti. Smarrito come un cane abbandonato
dai padroni. Anche il bastardino che nei giorni scorsi ha toccato la rete
attraversata dall’alta tensione e vi è rimasto attaccato ed ora continua a
marcire lì, giorno dopo giorno, anche lui prima vagava nel campo. Chissà come
aveva fatto a entrare. Poi, probabilmente, cercando di ritrovare la via di
casa…. E ora eccolo lì, con gli occhi che sembrano di vetro. Dio che puzza!
Rivoltante.
Eppure lui, l’uomo, e in genere anche gli altri detenuti, dopo un po’ di
tempo avevano fatto l’abitudine perfino all’odore nauseabondo, del tutto
simile a questo, che da sempre impregna l’aria in tutto il campo. A qualsiasi
patimento l’uomo si abitua, col tempo. Ma anche per riabituarsi alla libertà,
ci vuole tempo, altrimenti si finisce… si finisce come quel cagnetto.
Lassù gli ultimi leggeri sbuffi di fumo si perdono nella nube grigiastra
che copre il cielo.
Prima sono fuggiti i tedeschi; poi, dopo un intervallo che è sembrato
interminabile, sono arrivati i russi. Allora, all’improvviso, al corso
metodico che ha sempre regnato sino a stamattina, è subentrato un caos totale,
insensato, pieno di rumori stridenti, di accenti ignoti, di polvere, di odori
diversi, di urli. Adesso la confusione trascina qua e là non solo il popolo dei
prigionieri liberati, ma gli stessi liberatori, raggruppandoli per qualche
attimo e subito disperdendoli.
Prima della guerra anche lui possedeva un piccolo cane, un bastardino. Era
di taglia piccola come questo, ma il pelo era più scuro e il naso più a punta.
Tre volte al giorno lo portava a spasso. Com’era simpatico, il suo cagnetto!
Ogni volta, al ritorno, un po’ prima di giungere a casa, lo liberava dal
guinzaglio e subito Flic correva al suo recinto raspando sulla recinzione del
giardino; poi il padrone sopraggiungeva e gli apriva il cancelletto. Già, il
cane tornava al recinto, cioè alla
sua prigione… di propria volontà. Forse perché sapeva che non
avrebbe potuto fare altrimenti, che comunque il padrone ve lo avrebbe costretto,
ma…. ma…perché correva? Non vedeva l’ora di rientrare in prigione?
Anche i ricordi, sinora, era stato in un certo modo costretto a limitarli:
alla sua casa non pensava mai, né alla madre, al padre, alla ragazza, alla
sorella, agli amici…Come se anche il desiderio di tornare con la mente ai
tempi passati si scontrasse con matasse di fili spinati percorsi dall’alta
tensione. Solo Flic poteva ricordare quasi senza provare angoscia (forse proprio
perché qui c’era un cagnolino che gli assomigliava) e poco altro: la
minestrina calda con gli occhi di grasso galleggianti nel brodo e dentro le
farfalline, e… Perfino alla fantasia erano stati costretti a porre dei limiti,
lui e gli altri prigionieri: non pensavano più al mare, alle ragazze, alle
canzoni….
Verso le undici, stamattina, i liberatori hanno distribuito del tè
bollente. Era buono, era dolce, ma molti (e anche lui) lo hanno tirato giù di
un fiato, bruciandosi le budella. A bevande così bollenti non ci erano più
abituati. Nel lager la bevanda di ogni mattina – orzo probabilmente, o cicoria
– sin qui era appena tiepida; spesso quasi fredda. Allo stesso modo i loro
organi digestivi si sono ormai abituati al vitto scarso e privo di nutrimento
del campo e se stasera i russi dovessero dargli un vero pasto, lui e gli altri
dovranno fare ogni sforzo per trattenersi, perché il loro organismo potrebbe
non reggere a una quantità inusitata di cibo.
Già, pian piano facciamo il callo a qualsiasi privazione o fatica: tutti,
uomini e animali, tutti…ossia quelli che riescono a non soccombere. E solo
pian piano, a maggior ragione, possiamo riprendere possesso della nostra libertà.
Molto lentamente; come in una camera di decompressione. Altrimenti…
Alcuni prigionieri circondano i soldati invocando qualcosa con parole
fioche, inintelligibili, altri li fuggono in preda a uno strano terrore. Molti
sono già lontani, dispersi nella pianura. Lui quella pianura immensa è come se
la vedesse per la prima volta, anche se le maglie della recinzione sono tutt’altro
che strette; quasi che lo sguardo sinora non avesse potuto andare oltre.
Lui e i suoi compagni, quelli che da più tempo erano lì, si erano abituati
al gelo che rende insensibili le mani i piedi la faccia.
Si erano abituati alla fame.
Si erano abituati ai viaggi sul camion fino alla fabbrica; al lavoro
pesante, senza soste; al ritorno, la sera, con le reni il collo le spalle le
gambe distrutti, spezzati.
Perfino ai riti, da quelli del mattino a quelli notturni, si erano abituati:
l’adunata, l’appello, i controlli nelle camerate…
Il cerimoniale non cambiava di una virgola e ciò adesso paradossalmente gli
appare in qualche modo protettivo, rassicurante. Come un binario su cui la vita
comunque scorreva, la sua e quella degli altri. Quando il binario cessa
all’improvviso il treno deraglia.
Comunque sinora i riti, le scansioni giornaliere, in qualche modo lo avevano
difeso dal panico che lo assale adesso oltre il confine del campo, aldilà del
grande cancello spalancato. “Il lavoro rende liberi”, ma la libertà,
ottenuta all’improvviso dopo tanto tempo è una conquista… un dono… o
un’altra pena, a questo punto, quasi una maledizione? Tutte le volte che nel
campo l’urlo della sirena segnava uno dei tanti passaggi giornalieri, lui si
trovava pronto, come se ne avesse già prima udito il suono.
Alle cinque in punto, ogni mattina, i prigionieri si radunavano nello
spiazzo immenso in uno schieramento perfetto, ognuno al suo posto stabilito fin
dall’inizio. Un drappello composto da due o tre ufficiali e dal maggiore
medico li passava in rivista, procedendo lentamente. Il maggiore esaminava con
una rapida occhiata i detenuti che, immobili, imponendo al collo di irrigidirsi,
alle spalle di rimanere perfettamente diritte, alle gambe di vincere il tremito,
si sforzavano di mantenere una posizione eretta, di apparire uomini ancora
perfettamente in forze.
La legge del lager: “Chi non è adatto al lavoro deve essere eliminato”
(all’inizio era toccato ai bambini e ai vecchi, ora agli uomini maturi ma
debilitati), rassomigliava stranamente a quella che regola il mondo ovunque,
anche al di fuori del campo, la cosiddetta legge di selezione naturale. C’era
un’analogia fra le selezioni del maggiore medico e quelle di Dio.
E così i comandi, gli urli delle sirene, il frastuono degli scarponi dei
drappelli sulla spianata resa dura dal gelo: tutto era scandito, ritmato,
organizzato, prevedibile.
E lui, l’uomo, udiva nella sua testa, pochi istanti prima che si levassero
realmente, gli urli della sirena che segnavano i vari momenti della giornata,
dal risveglio al riposo; e reagiva fra i primi, quasi come un automa. Anche alla
prima adunata, quella delle cinque del mattino, l’uomo è sempre stato nel
posto che all’inizio gli è stato assegnato, un minuto o due prima del dovuto:
le regole sono regole, e vanno osservate. Con scrupolo, come facevano i tedeschi
per primi, del resto. Perfino il numero tatuato sul braccio in qualche modo ha
costituito una certezza: tu sei esattamente quel numero, e non un altro: non ci
sono omonimie, nei numeri..
I russi hanno ricoverato nell’infermeria molti malati, altri, più gravi,
li hanno caricati su dei camion che sono partiti per qualche loro ospedale da
campo.
Percorre pochi metri e subito le gambe gli si appesantiscono. Gli gira la
testa. Si volta indietro. La solita scritta scavalca l’entrata.
“Il lavoro rende liberi”,
continua a schernire, ma la libertà, per lui e per tutti quelli che vagano nel
tramonto, è davvero qualcosa di buono? Non si tratta, a ben vedere, di un
abisso senza fine in cui precipiti agitando le braccia? La libertà è… è
ridere. Ci prova, a ridere, ma il suono che gli esce strozzato dalla gola non è
diverso dal grido di un gruppo di cornacchie che si levano in un volo
gracchiante. La libertà, la felicità, è un bambino di pochi mesi che ti si
addormenta in braccio abbandonando la testina sulla tua spalla; ma adesso di
bambini in tutto il mondo non ce ne sono più: sono tutti morti. Anche nel
periodo in cui era stato recluso in un carcere, prima del lungo viaggio che lo
aveva portato sin lì, anche in quel periodo gli era successo qualcosa di
simile. Gli era successo, cioè, di pensare che il muro altissimo che girava
attorno all’edificio della prigione, in realtà lo
difendeva dal mondo esterno, come facevano una volta le mura dei
castelli.
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La luna illumina le torrette, le file delle baracche tutte uguali, la
palazzina comando…Il sopravvissuto ha trascorso la notte nascosto fra due
brande, nella sua baracca, con il bavero della giacca tirato su. La luna è
anch’essa come un orologio, il suo ciclo è immutabile, quasi lo avessero
stabilito i tedeschi. Durante la serata e le prime ore della notte i russi hanno
evacuato il campo. Hanno rastrellato i detenuti e li hanno portati nelle
retrovie. Molti però erano già dispersi nella campagna, il sopravvissuto non
l’hanno scovato e chissà, nel frattempo forse qualcuno è morto. I russi
rimasti sono una decina: dovrebbero fare la guardia ma anche loro sono esausti,
e ora dormono o sonnecchiano nella palazzina comando.
Fra quattro minuti saranno le cinque. Lui lo sa, lo “sente” dentro di sé.
Si alza, rimette a posto il bavero e corre a mettersi al suo solito posto.
Nell’immensa, gelida spianata del lager, sotto la luna, ora c’è lui
solo, sull’attenti.
Ghigo De Benedetti