Lettere
Al Direttore di Hakehillah
Caro Direttore,
nel numero di Novembre-Dicembre 2007, a pag. 19, Roberto Bassi ritorna come
in una ossessione ricorrente sul tema della visita di Fini a Yad Va-shem
accompagnato da un innominato Presidente dell’Unione. “Se” fosse successo
con un esponente del MSI – dice l’Autore – tutti d’accordo, nella FGEI,
l’avrebbero preso a calci nel sedere. In una versione precedente aveva detto
che la FGEI sarebbe insorta come “un sol uomo”. Preferisco non immaginare
quella che sarà la prossima versione.
Ho già risposto una volta e non intendo ripetermi.
Ma questo articolo è titolato “Esperienze giovanili nel dopoguerra” ed
è, francamente, imbarazzante. Il periodo in cui l’Università italiana
riabilitava Nicola Pende, e gli epigoni del Fascismo erano determinanti per
garantire la maggioranza nel Comune della Capitale d’Italia, sembra
appartenere alla Storia di un altro Paese e tutta l’esperienza si risolve in
aspetti interni alla vita della FGEI e in citazioni dello Shofar chamorim e di
qualche ritornello goliardico dei campeggi. Il fronte antifascista stava
spaccandosi per colpa della guerra fredda, con conseguenze che si pagano ancor
oggi. In Italia e in Germania si riabilitavano personaggi del vecchio regime.
L’antisemitismo, che nel 1960 sarebbe sceso in campo con la famigerata
epidemia delle svastiche, stava rialzando la testa.
Di tutto questo, nulla.
Una frase poi mi ha colpito: “Passata l’ubriacatura della nascita di
Israele, riprendiamo la vita normale della FGEI”. L’ubriacatura, certo,
passa, la nascita di Israele invece ha posto e pone problemi esistenziali agli
ebrei di tutta la Diaspora, culturali, identitari, di sostegno critico o
acritico, che sono tuttora sul tappeto; di tutto questo, nulla, solo la notizia
del fratello, z.l., che era membro del Kibbutz datì.
Resto personalmente disponibile a qualsiasi critica che sia tale, ossia
ragionata e propositiva. Ma questo modo, di inserire strumentalmente, in
qualsiasi argomento, un tentativo di indicare una persona al pubblico obbrobrio,
mi rattrista profondamente.
Amos Luzzatto
Caro Direttore,
innanzi tutto ringrazio sia te personalmente che la redazione del giornale
per la rilevanza che avete dato alla mia partecipazione al Moked di Viareggio,
dedicato al tema del “Ghiur” ed al Convegno di Firenze dedicato ai venti
anni di vita di “Firenze Ebraica”.
Come lettore attento di Ha Keillah desidero fornire una puntualizzazione
breve e non polemica sull’ultima frase scritta da Tewje il Lattaio nel suo
commento inserito al centro dei miei due interventi, riportati in modo fedele e
completo, su Storace, Berlusconi ed i Savoia.
Mi è sembrata non appropriata la frase: “L’avv. Renzo Gattegna,
presidente dell’UCEI, evidentemente insufficientemente informato, ha cercato
di “salvare” il Cavaliere ecc.”. Non era questo l’intento dei due
comunicati.
Ho ritenuto giusto ed utile marcare la differenza tra le due posizioni,
quella di Storace e quella di Berlusconi tra loro molto diverse.
Tale differenza non può e non deve essere confusa con l’espressione di
una mia personale preferenza politica. Il mio ruolo istituzionale consiste nel
contrastare le forze ostili, riconoscere quelle non ostili ed apprezzare quelle
favorevoli, senza preconcetti, tentando di smascherare le ambiguità senza mai
associare l’UCEI ad alcun partito politico e soprattutto senza mai creare
confusione tra dichiarazioni rilasciate a
titolo personale o nella qualità di presidente.
L’obiettivo che mi sono posto è stato solo quello di minimizzare e
possibilmente delegittimare le frasi di Storace rilevando la contraddizione
interna alla stessa destra all’interno della quale, indipendentemente dalle
scelte politiche di ognuno, sarebbe positivo se emergessero chiaramente tendenze
favorevoli all’ebraismo e ad Israele.
Un cordiale shalom
Renzo Gattegna presidente
dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Al Direttore:
Ho letto con molta nostalgia il bell’articolo di Robi Bassi “Esperienze
giovanili nel dopoguerra” (
Cordialmente
Sergio Della Pergola
Venerdì 11 gennaio ho ricevuto il numero 5/2007 di H.K. e ho letto con
sconcerto le domande poste a Tullio Levi nell’intervista; lo sconcerto è
diventato disagio (uso un termine molto blando per dire incredulità e
indignazione) quando ho letto il finale dell’ultima domanda: quella non era
solo una provocazione, ma semplicemente una domanda ignobile.
Quando il giorno seguente 12 gennaio nell’inserto “Tuttolibri” de La
Stampa ho letto il titolo di una recensione “Da Caino a noi: c’è del
rancido nel rancore” (la sottolineatura è mia) ho trovato una delle
chiavi di lettura dell’intervista a Tullio: lasciando perdere Caino non credo
che ci sia bisogno che spieghi l’accostamento.Vorrei invece che qualcuno della
redazione mi spiegasse: perché?
Paola De
Benedetti
13
gennaio 2008