Israele

 

Ortodossi sionisti e antisionisti

 di Giorgio Gomel

 

Quando il sionismo apparve, alla fine del XIX secolo, l’ebraismo religioso si divise. I rabbini per lo più lo condannarono. Il sionismo era per loro un’eresia laica, guidata da ebrei ostili alla tradizione. Inoltre, i sionisti volevano, nel prefigurare uno Stato ebraico, accelerare la redenzione, “forzare Dio” ad abbreviare l’esilio; per i rabbini questo era un ribellarsi ai voleri divini. Infine, dopo le numerose esperienze di “falso messianesimo” (da Gesù a Shabbatai Zevi), il sionismo appariva una sindrome dello stesso tipo. Per questi motivi i rabbini vi si opposero aspramente; l’espressione politica di ciò fu il partito ultra-ortodosso antisionista “Agudat Israel”.

Una minoranza di rabbini vide invece nel sionismo il preludio all’epoca messianica, l’inizio del processo a lungo atteso verso la redenzione. Questi sionisti religiosi diedero vita a Vilna nel 1902 al movimento “Mizrahi”, che nel 1956 divenne il “Mafdal”, il partito religioso nazionale nel Parlamento di Israele.

E così il giudaismo ortodosso si sviluppò nel XX secolo in due direzioni politiche opposte. Per l’Agudat Israel fu il rifiuto del sionismo e di uno Stato ebraico, mentre per il Mizrahi, la cui più importante figura intellettuale fu Rav Avraham Kook, fu l’appoggio al movimento di liberazione nazionale e alla nascita dello Stato ebraico.

Al momento della creazione dello Stato d’Israele, l’Agudat Israel mutò il suo atteggiamento: la Shoah aveva distrutto totalmente i grandi centri dell’ebraismo in Europa centrale ed orientale e la nascita dello Stato d’Israele era un fatto compiuto. Solo una piccola, battagliera minoranza (i Naturei Karta, i chassidim di Satmar) è rimasta fieramente antisionista. David Ben Gurion offrì un compromesso pacificatore. Egli desiderava ardentemente che il pubblico ultra-ortodosso - che lui stesso così come buona parte della leadership sionista laburista e socialista riteneva si sarebbe ridotto numericamente nel corso degli anni - sostenesse pienamente il neonato stato. Quindi promise che lo Shabbat e i giorni di festa religiosa sarebbero stati festivi, che si sarebbe mangiato Kasher in tutte le mense pubbliche, che i tribunali rabbinici sarebbero stati gli unici abilitati a giudicare materie di stato civile, che i giovani studenti delle yeshivot sarebbero stati esentati dal servizio militare.

La dicotomia fra correnti del mondo ebraico religioso sussiste ancora oggi. E, dato che con il sistema elettorale di tipo proporzionale nessuno dei grandi partiti riesce ad ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari, i partiti religiosi possono “monetizzare” il loro sostegno al governo. Ma nelle diverse correnti è in atto da tempo una pulsione degenerativa verso l’estremismo, il fanatismo settario.

Gli ultra-ortodossi tentano di imporre le loro regole di vita al resto della società. L’oppressione delle donne ne è solo il fenomeno più vistoso, con la pretesa di segregarle separandole dagli uomini negli spazi e mezzi pubblici o di eliminare le figure femminili dai manifesti pubblicitari. L’espressione più eclatante e oltraggiosa è stata la violenza di gruppi particolarmente fanatici a Beit Shemesh dove hanno urlato insulti alle donne e una bambina è stata gravemente ingiuriata. Dal canto loro, i sionisti religiosi, un tempo politicamente moderati, sono ormai dominati dall’estremismo nazional-religioso. Con la nascita del Gush Emunim negli anni ’70 - il movimento che ha fornito ai coloni il fondamento teologico della loro azione, affermando l’integrità e sacralità di Eretz Israel, promessa da Dio agli ebrei e riservata quindi al loro possesso esclusivo, come un assoluto irrinunciabile - il sionismo religioso è scivolato via via nell’estremismo politico, una minaccia crescente, purtroppo a lungo sottovalutata, per la natura democratica del paese. Come Amos Oz profeticamente affermava nel suo “In terra di Israele” già nel 1983, “dal punto di vista ebraico quella dei coloni è una concezione integralista e monomane: una concezione che riduce l’ebraismo a religione, la religione a culto e il culto a un unico oggetto: l’integrità della Terra di Israele”.

Sono i loro figli e nipoti i giovani, formatisi nelle yeshivot, come Merkaz-Harav a Gerusalemme (1), che popolano oggi le colonie più militanti in Cisgiordania, si oppongono allo sgombero di insediamenti abusivi edificati su terreni di proprietà palestinese fino a reagire con spedizioni punitive alle decisioni in tal senso dell’alta Corte di Giustizia dando alle fiamme moschee ed estirpando ulivi, e giungono ad aggredire i soldati quando questi impediscono loro di usare violenza ai palestinesi. Non sono fenomeni isolati e marginali di teppismo. Gli estremisti godono di protezioni e connivenze nell’establishment del paese e nelle sue istituzioni e per questo rappresentano un pericolo grave per il futuro democratico di Israele nonché per la sua integrazione in un Medio Oriente un giorno pacificato.

In questo è anche la differenza fra gli ultra-ortodossi e i sionisti religiosi. I primi, pur in numero crescente - forse quasi un milione - sono lontani dalle istituzioni, socialmente e politicamente marginali. I secondi sono pienamente dentro le istituzioni: nel Parlamento (in partiti come HaBayit Hayehudit e in parte nel Likud e nello Shas), nell’esercito (il Vice capo di stato maggiore e numerosi alti ufficiali), e di recente anche nell’alta Corte (il giudice Noam Sohlberg della colonia di Alon Shvut).

Giorgio Gomel

 

(1) La yeshivà Merkaz-Harav è uno dei luoghi di formazione dei coloni. Non è forse un caso che molti degli estremisti di destra, che a metà dicembre hanno devastato una base dell’esercito israeliano in Cisgiordania e ferito un ufficiale come gesto di protesta contro il piano di sgombero di un insediamento illegale siano studenti di quella yeshivà.

    

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