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Impressioni israeliane

di Bruno Contini

 

Di ritorno da tre settimane tra novembre e dicembre in Israele, provo a buttare giù qualche impressione su un viaggio che mi mancava da quattro anni. Impressioni da persona che pensa di essere abbastanza informata sui fatti, senza nessuna velleità giornalistica.
Il viaggio era per stare in famiglia, niente programmi turistici né (quasi) di lavoro accademico. Si era in pieno clima elettorale, e l’impressione che i giochi fossero tutti a favore di Nethanyahu era molto diffusa. Le cose sembrano essere andate un po’ meno peggio del previsto, ma non è questo l’argomento di questa nota.
Impressione generale non inattesa di un paese in cui i contrasti e le contraddizioni sono molto palesi: splendida la Haifa arrampicata sul Carmelo, bella e un po’ sfacciata skyline nel centro di Tel-Aviv e Ramat Gan (decisamente brutta quella degli alberghi in riva al mare) e, non lontano, malandatissimi quartieri straccioni a Giaffa non solo araba, e orribili palazzoni delabrés nelle città poco più a sud, popolate da russi, marocchini, etiopi e yemeniti. Tantissimi giovani soldati armati e soldatesse (molte belle, ma troppe anche troppo grasse) nelle stazioni, nei treni e negli autobus (erano i giorni caldi dei bombardamenti, con il richiamo dei riservisti), e altrettanti giovani e meno giovani affollati nei caffè e nei locali dei quartieri trendy di Tel-Aviv (non ho visto la vita notturna, che, mi dicono, essere vivace da fare invidia a Montmartre). Brulichio di charedim tutti neri e donne supercoperte a fianco di belle ragazze in jeans attillati o minigonna a Gerusalemme. La trafficatissima super-autostrada a sei corsie che corre lungo la frontiera con la West Bank da nord a sud, con le luminarie notturne delle società high-tech di Herzliah da un lato e le tante luci verdi che indicano moschee delle città arabe dall’altro (il famigerato muro si vede pochissimo). E infine il gran numero di lavoratori e lavoratrici asiatici, in particolare filippini, che si vedono ovunque e si incontrano sui mezzi pubblici, nonché il sentirli masticare l’ebraico assai meglio di me. Una novità dopo la prima intifada, perché sono queste le persone che hanno via via sostituito i lavoratori palestinesi che pendolavano giornalmente tra Israele e la West Bank e/o Gaza. E si potrebbe continuare.



Indifferenza e rimozione


Tra la gente comune si percepisce una contagiosa indifferenza rispetto allo status-quo, una rimozione dei frequenti reportage di discriminazioni nei confronti degli arabi palestinesi e di alcune minoranze ebraiche di colore diverso dal bianco, nonché l’illusione mortifera che le cose andranno avanti così per l’eternità. Per rendersene conto basta guardare gli ultimi programmi elettorali dei maggiori partiti: non una parola sulla ripresa dei negoziati con i palestinesi. Per chi ricorda gli anni ’60-’70-’80, gli israeliani non sono più gli stessi. Chi aveva speranze, e non erano pochi, le ha perse o le sta perdendo. In una recente intervista D. Grossman ha descritto in modo drammatico questa avvolgente realtà: “La realtà è che è difficile cambiare, e Israele oggi non sembra avere l’energia per farlo. I coloni hanno creato una situazione irreversibile che impedisce una pace stabile e un confine solido con la Palestina….. Viviamo nella paura di non poter esistere più. La terra ci trema sempre sotto i piedi. Nei media appariamo forti e arroganti, ma in realtà siamo terrificati… E gli elettori di destra sono convinti che tutto il mondo ce l’ha con noi e non capisce i nostri problemi e il pericolo in cui ci troviamo”.



Missili e qualche nuova prospettiva


Ho avuto il battesimo dell’unico missile lanciato e intercettato su Tel-Aviv (forse erano due): sirena, corsa nello pseudo-rifugio nel sottoscala, dopo mezzo minuto un botto tremendo, che mi ha riportato alla memoria un bombardamento tedesco nel 1944 su Napoli liberata quando avevo otto anni. Come è stato ampiamente riportato dai media, gli intercettamenti sono stati molto efficaci (e altrettanto costosi: 60 mila dollari al colpo) contro i missili a media gittata di fabbricazione iraniana. Non vi sono invece difese contro i missili Qassam a corta gittata che sono piovuti a centinaia in tutto il Sud, se non il corri-corri verso i rifugi che sono ovunque, e che comunque bisogna raggiungere in pochi istanti (a Sderot 10 secondi). Vita infernale per chi vi abita, sotto l’incubo delle sirene, bambini traumatizzati, per fortuna pochi morti, ma sempre troppi. La rappresaglia israeliana su Gaza era scontata. Gli obiettivi mirati erano abbastanza precisi, ma quelli che lo sono stati meno hanno avuto conseguenze devastanti. Centinaia i morti tra i civili inermi di Gaza e molte abitazioni distrutte, oltre alle batterie missilistiche e i depositi di munizioni che, spesso, vengono vigliaccamente piazzati in quartieri affollati, quando non vicino a scuole e ospedali.
I responsabili dei lanci non sono, secondo le fonti IDF, milizie di Hamas, ma attivisti dei movimenti jihadisti e del Fronte Popolare per Liberazione della Palestina, che il governo di Hamas comunque non riesce o non intende controllare. Ottenuta la tregua, Hamas si è dichiarata vincitore: riprendere un ruolo “combattente” e non solo governante potrebbe avere un ritorno presso la gente. Ma anche a Gaza si intravedono contraddizioni difficili da interpretare e su cui è difficile far previsioni.
Sembra infatti possibile un riavvicinamento tra Hamas e Autorità Palestinese: il 4 gennaio scorso si è tenuta a Gaza una grande manifestazione popolare a cui hanno partecipato molti autorevoli personaggi di Ramallah. La nuova leadership egiziana sunnita sta appoggiando questo riposizionamento, anche per indebolire il supporto sciita dell’Iran a Hamas. Come hanno notato sia l’ISPI che il New York Times, il passaggio di Hamas tra i due campi rappresenta ben più di una semplice scelta dettata dalla convenienza. Essa costituisce una precisa scelta politica tra la prosecuzione di una lotta armata a oltranza - strategia molto più semplice da applicare restando nel campo sciita - o un progressivo spostamento verso un atteggiamento meno bellicoso e più propenso a usare le vie politiche e diplomatiche, via che potrebbe risultare più facile da perseguire con il sostegno delle potenze regionali sunnite.



Opinioni di vecchi amici…


Sono andato a cercare amici, colleghi, parenti e altri di cui, grosso modo, conoscevo e in parte condividevo (da ebreo che vive nella diaspora) le posizioni vicine ai movimenti pacifisti, e che non vedevo da troppo tempo. Una giornata piacevole con l’amico Ephraim Kleiman - affabile e colto collega della Hebrew University, tra fondatori di Shalom Achshav, negoziatore sugli accordi di pace tentati e falliti negli anni Novanta, nonché uno dei massimi esperti di socio-economia palestinese. Secondo lui la soluzione dei due stati è inevitabile, ma il tempo gioca contro Israele. Bisogna che Israele si risolva a confrontarsi con Hamas che governa Gaza e, con tutta probabilità, vincerà le prossime elezioni in Cisgiordania. L’Autorità Palestinese è ancora retta da un debolissimo governo Abu Mazen solo perché le elezioni previste nel 2011 sono state congelate per timore di un rovesciamento del governo attuale. Nel 2006 Hamas aveva ottenuto una forte maggioranza nel parlamento palestinese in virtù di un sistema elettorale che assegna il 50% dei seggi secondo un criterio proporzionale su base nazionale, e l’altro 50% su base uninominale. I voti nazionali si erano divisi in parti quasi uguali tra Fatah e Hamas; quelli su base uninominale sono andati quasi tutti a rappresentanti di Hamas che si presentavano meno corrotti e più competenti. Kleiman ritiene che un futuro governo di Hamas a Ramallah non prenderebbe posizioni aggressive come quelle seguite finora a Gaza. Il tenore di vita in Cisgiordania è cresciuto molto, e la gente ci vive relativamente bene. Gli scambi commerciali con Israele si svolgono regolarmente, non pochi studenti palestinesi frequentano università israeliane, i palestinesi possono usufruire degli ospedali israeliani. Gaza e Cisgiordania costituiscono due realtà completamente diverse. Anche con il governo Hamas di Gaza sono in corso trattative più o meno segrete (o lo sono state prima degli ultimi eventi), peraltro fortemente osteggiate dai movimenti estremisti di ispirazione jihadista e dal Fronte Nazionale per la Liberazione della Palestina. C’è oggi in Israele chi torna a parlare di un unico stato binazionale: secondo Kleiman sono una esigua minoranza di intellettuali utopisti e fuori dalla realtà, nonché i pochi comunisti rimasti dei vecchi tempi. Questo stato diventerebbe presto a maggioranza araba, con diseguaglianze enormi e foriere di guerra civile.



... e nuove conoscenze


Hiba Husseini è una autorevole personalità palestinese, avvocato e presidente dell’Associazione Palestinese per i Diritti Umani, e ha ricoperto un ruolo importante nel corso dei negoziati israelo-palestinesi. La signora Husseini ha avuto la gentilezza di dedicarmi un’ora del suo tempo. Mi ha colpito il fatto che le sue franche opinioni sono molto simili a quelle espresse da Kleiman. La pace basata sull’esistenza di due stati sovrani è inevitabile e l’unica soluzione perseguibile ed equa per rispettare i diritti di tutti. Il presupposto per una ripresa credibile del negoziato richiede che sia Nethanyahu che Abu Mazen escano dalla scena. Conferma che se ci fossero elezioni oggi in Cisgiordania, Hamas avrebbe la meglio. La situazione è paradossale: in Cisgiordania, dove governano gli eredi dell’OLP vincerebbe Hamas, ma non è escluso che i risultati non possano rovesciarsi a Gaza dove governa Hamas (ammesso che si possano fare libere elezioni). Laggiù la gente si sente ostaggio di Hamas che è a sua volta ostaggio delle fazioni estremiste: dopo il ritiro unilaterale di Israele i rapporti commerciali sono venuti meno e si sono interrotti i flussi di pendolari che lavoravano di là dal confine; le esportazioni di fiori e fragole, una volta fiorenti attraverso intermediari israeliani, sono ridotte al minimo. Inoltre la gente si sente ancora di più sotto il tiro delle incursioni israeliane, con le strutture sanitarie ormai allo stremo. In questi anni l’economia di Gaza si è retta principalmente con gli scambi e il contrabbando con l’Egitto attraverso i tunnel, e il mercato nero che ha arricchito pochi e impoverito tutti gli altri. Di investimenti se ne sono visti pochissimi, principalmente su terreni e aree fabbricabili, finanziati dagli sceicchi del Golfo Persico. Ogni tanto Israele consente il passaggio di farmaci e materiale sanitario; recentemente sono arrivati anche materiali da costruzioni per abitazioni civili.
Il problema dei coloni: per la Husseini quelli che vorranno restare - comunque senza più le enclaves difese da loro stessi o dai soldati israeliani - dovranno scegliere tra la cittadinanza palestinese, o lo status di israeliani residenti all’estero, o quello di semplici visitatori.
I refugees arabi in Egitto e in Giordania mantengono lo status di rifugiati, ma sono diventati cittadini. Non è così negli altri paesi arabi in cui hanno trovato rifugio.
Si è parlato poco del futuro di Gaza (per mancanza di tempo). Le realtà tra Gaza e la Cisgiordania sono diversissime La mia interlocutrice conviene sul fatto che una Palestina unita con piena contiguità territoriale non è oggi una ipotesi realistica perché implicherebbe la divisione di Israele. Spetterà alla lungimiranza della futura classe politica da una parte e dall’altra proporre una realistica base di discussione per affrontare il problema di Gaza. Ma questa attesa non può in nessun modo giustificare un ulteriore stallo di un negoziato che porti alla pace preliminare tra Israele e lo stato Palestinese secondo la formula dei due popoli e due Stati.



Tre stati invece di due?


E intanto comincia lentamente a farsi strada l’ipotesi di una soluzione definitiva a tre stati: Palestina Est (Cisgiordania), Gaza (Palestina Ovest), e Israele. Un importante precedente storico esiste e, nonostante problemi ancora aperti, funziona relativamente bene: alla fine del dominio coloniale inglese nella penisola indiana si è arrivati (con molto sangue versato) alla separazione fisica delle regioni a maggioranza musulmana (Pakistan a ovest e Bangladesh a est), con l’India nel mezzo (a maggioranza induista). Anche una persona molto bene informata ma certamente cauta nei giudizi come l’amico Sergio Della Pergola ritiene che possa diventare un riferimento per il futuro. Non sarebbe difficile per Ha Keillah intervistarlo per approfondire la questione. E sarebbe, ovviamente, molto interessante trovare anche altri interlocutori disposti a rifletterci.
 

Bruno Contini

Febbraio 2013

   

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