Italia

 

Ebrei ed elezioni

 di Anna Segre

 

Al di là della valutazione, per ora non facile, sul nuovo parlamento, vale la pena di riflettere a posteriori sul modo in cui le elezioni sono state vissute all’interno del mondo ebraico italiano.

Gli ebrei sono sempre stati attivi nella politica italiana, dal Risorgimento all’antifascismo (e purtroppo anche al fascismo), dalla Resistenza alla Costituzione (che come ben sappiamo reca la firma di un ebreo torinese, Presidente dell’Assemblea Costituente). Un giornale come il nostro, fondato, come è noto, da un’ex parlamentare (Giorgina Arian Levi) e che ha avuto per decenni un altro ex parlamentare, Silvio Ortona, tra i suoi più assidui collaboratori, non può che guardare con favore a questo impegno, che a volte si richiama esplicitamente a valori ebraici. Meno opportune, a mio parere, alcune prese di posizione che potrebbero dare erroneamente l’impressione che gli ebrei siano un gruppo elettorale compatto (per esempio quando il Presidente della più grande Comunità ebraica d’Italia, nella settimana tra il primo e il secondo turno delle elezioni primarie per il leader della coalizione di centro-sinistra, è parso esprimersi pubblicamente in favore di uno dei due contendenti, salvo poi chiarire che non era questo il suo intento), ma per fortuna si è trattato di fenomeni circoscritti: con il nostro uno per mille scarso contiamo davvero poco o nulla, e questo ci libera dal pericolo che qualcuno si metta in testa di far votare compattamente tutti gli ebrei di qua o di là. Anzi, i media dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Pagine ebraiche e l’Unione informa, hanno dato spazio in ugual modo a tutti gli ebrei parlamentari uscenti e a tutti quelli candidati, anche per i consigli regionali, a qualunque formazione politica appartenessero, creando così l’impressione (a mio parere positiva) di un ebraismo italiano variegato e pluralista.

Sulla carta appariva un po’ diverso il caso degli italiani all’estero: infatti nel collegio Africa-Asia-Oceania-Antartide i residenti in Israele (in gran parte ebrei) sono circa il 5-6%, quindi sempre una esigua minoranza, ma almeno cinquanta volte più rilevanti degli ebrei italiani residenti in Italia: una percentuale che, se compatta, in una situazione di quasi parità avrebbe potuto rivelarsi determinante. Forse è stata proprio questa paura o speranza di influenzare l’esito del voto nel collegio che ha scatenato un dibattito particolarmente acceso intorno alla candidatura dell’italo-israeliana Sharon Nizza nelle liste del PDL, con alcuni interventi molto favorevoli, altri più critici, e una lettera di un gruppo di italiani residenti in Israele in cui si faceva notare che, in caso di vittoria del PDL nel collegio, probabilmente la candidata australiana avrebbe ottenuto un numero maggiore di preferenze (sì, i nostri concittadini all’estero hanno questo privilegio…). Tanto è bastato per scatenare le ire di molti contro il portale dell’UCEI (colpevole di avere ospitato i due interventi critici) e gridare al complotto contro Sharon Nizza, con toni a volte sopra le righe. In queste polemiche (che hanno avuto eco persino sul Jerusalem Post) è finita in mezzo per caso anche la sottoscritta, che aveva scritto su l’Unione informa un pezzetto su Berlusconi e sulla sua lontananza estrema da tutti i temi e i valori importanti per gli ebrei (che il mio pezzo non citasse per nulla la candidata italo-israeliana, di cui quasi ignoravo l’esistenza, evidentemente è stato ritenuto un dettaglio secondario).

Al di là del caso specifico della Nizza e del collegio asiatico, il dibattito tra gli ebrei italiani (più vivace rispetto alle elezioni politiche precedenti anche per la novità costituita dai media UCEI, che hanno offerto un terreno di dibattito comune) è stato spesso dominato da una sorta di par condicio della sfiducia, efficacemente riassunta dal demografo Sergio Della Pergola nella considerazione (attribuita alla figlia) che gli ebrei italiani avrebbero dovuto scegliere tra quelli che odiano gli ebrei e quelli che odiano Israele. Una lettura pessimista della realtà che invece i candidati ebrei (equamente suddivisi tra tutti gli schieramenti ad eccezione, se non sbaglio, del movimento 5 stelle) hanno cercato di contrastare ribadendo, chi di qua e chi di là, la fiducia nei propri rispettivi partiti e leader (va detto, comunque, che Sharon Nizza aveva manifestato il proposito di far cambiare idea a Berlusconi circa le sue deliranti affermazioni del 27 gennaio).

Alla fine il sostegno degli italkim al PDL è sceso in modo significativo, pur restando comunque maggioritario (con un notevole exploit della lista Monti), e nel collegio ha vinto nuovamente il PD; la stessa Sharon Nizza, che in realtà è stata più votata della sua compagna di partito australiana, ha ricevuto più preferenze fuori da Israele che in casa, come lei stessa ha rilevato con giustificata soddisfazione. Si è visto, insomma, che il voto ebraico è variegato e poliedrico anche dove gli ebrei vivono più concentrati.

Curiosamente, di tutti gli ebrei candidati nei vari schieramenti gli unici due eletti alla Camera sono entrambi del PD (Emanuele Fiano e Yoram Gutgeld). Forse è un caso, forse è l’effetto del premio di maggioranza alla Camera, sta di fatto che la rappresentanza ebraica in questa legislatura sarà esclusivamente di sinistra. Difficile ora prevedere come andranno le cose, e se i grillini si smarcheranno dalle opinioni violentemente antisraeliane del loro leader; è anche possibile che nei prossimi cinque anni si parli assai poco di ebrei e di Israele, e non è detto che sia un male.

Certo, non possiamo essere felici per un parlamento che si profila molto più ostile a Israele del precedente, ma forse se ci rendiamo conto che in fin dei conti contiamo pochissimo, e se la gente smette di corteggiarci come se fossimo la lobby potente che non siamo, questo potrebbe aiutarci a recuperare anche tra noi la capacità di dialogare in modo più pacato ed equilibrato.

 

 

Anna Segre