Italia

 

Tertium non datur

di Manuel Disegni

 

Vale la pena di notare alcune interessanti contraddizioni che caratterizzano molto profondamente il Movimento 5 stelle, la cui affermazione mi sembra il dato più significativo delle elezioni.

Da una parte abbiamo la forte affermazione di esigenze di democratizzazione del sistema politico e di nuove pratiche di partecipazione diretta dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Va riconosciuto qui il seme di una critica radicale, epocale, (generazionale?) alle forme di democrazia rappresentativa sempre più svuotate di senso, inadeguate a concretizzare l’idea costituzionale della sovranità popolare, ridotte a mere procedure di ratifica di quanto disposto dai poteri finanziari, a ideologia, cioè a un ruolo non già soltanto passivo e inefficace, bensì illusorio e giustificativo. Questo disagio politico diffuso, ormai evidentemente oggetto della percezione comune, è indicato innanzi tutto dall’elevata astensione, mentre al M5S va attribuito il merito di averlo espresso - unica forza politica - positivamente. Seppur non tematizzandola adeguatamente, piuttosto urlandola, il M5S ha saputo dare uno sfogo alla questione democratica che ci tocca con crescente urgenza. D’altra parte la forma immatura di democrazia diretta e partecipativa che il M5S incarna, o della cui retorica si ammanta, i tentativi spontaneistici di superamento della mediazione degli organismi partitici, finiscono paradossalmente per comportare rigidità, settarismo, verticalismo, leaderismo, demagogia, meccanismi di esclusione e ostracismo.

Da una parte va dato atto a Grillo di essersi mostrato più vicino degli altri partiti ai movimenti civici di lotta (No Tav, Sulcis, Taranto, Acqua pubblica...). Dall’altra, il suo metter tutto insieme in maniera confusionaria e solo genericamente, indeterminatamente contestataria, il suo successo mediatico nel presentarsi come volto di tutte le lotte e nell’assorbire diversi malcontenti in un unico discorso superficiale e approssimativo, e in fondo cieco, privo di acume critico nei confronti del sistema di dominio capitalistico contemporaneo (e quindi fondamentalmente apologetico), ha finito per fungere da anestetico: il discorso-calderone del M5S, qualunquista e “chiunquista” (a malincuore tocca citare M. Gramellini, La Stampa 02/03/2013), la voce grossa di Grillo e la capacità mediatica e organizzativa di Casaleggio, invece che dare una forma e una coscienza alla rabbia sociale diffusa l’hanno fatalmente canalizzata e neutralizzata. A mio parere hanno ragione i Wu Ming (il Manifesto, 01/03/2013) a identificare Grillo come una delle cause principali del mancato sviluppo di una primavera italiana: i moti del 2011 (Occupy, Indignados, Tunisia, piazza Tahrir, Israele...) in Italia non sono arrivati, o per meglio dire quelle domande di democrazia sono state assorbite, fatte proprie e in fondo smorzate dai 5 stelle. Ciò corrobora la tesi di un’importante funzione conservatrice giocata da Grillo in questi anni.

Ulteriormente contraddittoria appare la vicinanza tanto sbandierata dei 5S a movimenti di contestazione sociale come quello contro la Tav, che non ha fatto della legalità la propria bandiera, di fianco alle pulsioni legalistiche in senso poliziesco, forcaiolo, che emergono a un’analisi neanche tanto attenta della protesta contro la Kasta. L’istanza di moralità pubblica viene mescolata e confusa con un giustizialismo grossolano e pericoloso, per cui chiunque abbia una condanna anche solo in primo grado (non importa con quale capo d’imputazione) è un mafioso e va ostracizzato dalla vita politica.

E ancora: la protesta, di per sé legittima, verso la classe dirigente italiana, in larga misura inadeguata e disonesta, descrive nel discorso grillino una Kasta di corrotti responsabile di ogni disagio politico e sociale, elemento esterno al Popolo. Il Popolo delle persone oneste, d’altronde, viene ideologicamente rappresentato come unitario, organico, senza differenze di classe, senza opposti interessi, mentre la piccola Kasta dei politici è identificata come un capro espiatorio, una ristretta oligarchia la cui eliminazione emenderà magicamente la società dai suoi mali (l’analogia di questo dispositivo con il racconto antisemita della Volksgemeinschaft, la comunità di popolo contagiata da un cancro che va estirpato, è forte).

Inoltre: la volontà di rottura degli schemi tradizionali della politica (assai comprensibile in un paese in cui la destra non è una destra moderna e liberale ma è rappresentata dall’anomalia berlusconiana, e la sinistra è completamente integrata e subalterna all’egemonia del capitale finanziario e dell’ideologia neoliberista) viene espressa dai grillini con la pretesa, assai ideologica, di presentarsi come forza politica postideologica, né di destra né di sinistra. L’unica virtù politica invocata è l’onestà, una virtù neutrale. Ma ogni presunta neutralità politica, imparzialità, è ingannatoria: tanto quella tecnica di Monti quanto quella onesta di Grillo, negano alla radice l’esistenza di antagonismi sociali, li neutralizzano e si pongono di fronte a essi come forza della conservazione. L’inganno consiste nel presentare le questioni come tecniche mentre invece sono politiche.

Infine, ma non per importanza, vanno segnalate le pesanti esternazioni xenofobe del capo dei 5S e di alcuni militanti, l’esplicita apertura delle porte del moVimento ai neofascisti di Casa Pound dichiarata pubblicamente da Grillo. Sono convinto che una grossa parte della base grillina, quella proveniente dall’elettorato deluso di sinistra, non avrebbe difficoltà a dichiararsi convintamente antifascista e antirazzista, ma negare l’esistenza di alcune (a esser ottimisti) colossali ambiguità in merito alle questioni delle migrazioni è impossibile. E allora acquistano una nuova luce anche molti altri fattori: come bisogna interpretare chi sventaglia a gran voce temi centrali per la sinistra (i beni comuni, il reddito di cittadinanza), all’interno di un contesto che presuppone il principio di destra dello ius sanguinis? La questione del reddito di cittadinanza è di grande importanza: la realizzazione di questa riforma, ormai largamente discussa negli ambienti del socialismo europeo, segnerà un passo avanti nella civiltà, il riconoscimento della dignità di ogni individuo, il diritto di ciascuno a non morir di fame e l’affrancamento dal lavoro più suscettibile di sfruttamento, quello per la sopravvivenza. Reddito di cittadinanza: dov’è, questa volta, l’inganno? Nella cittadinanza, nei criteri con cui lo status di cittadino e il corrispondente reddito vengono elargiti. Il punto di vista di Grillo, complessivamente considerato, rischia di trasformare una grande battaglia di civiltà in un’ulteriore frattura sociale, e per giunta su basi etniche, di sangue.

L’augurio che ci si può fare è che le contraddizioni che vivono nel sottosuolo di questo grande movimento popolare vengano alla luce, esplodano, e obblighino militanti e sostenitori a ripensare criticamente la propria identità politica, la direzione del loro impegno civile e la fedeltà al capo, o come dicono loro, al marchio.

Manuel Disegni