Israele

 

Blocknotes

di Reuven Ravenna

 

Escapismo

È trascorso più di un mese dalle elezioni alla Keneset e i giorni trascorrono con resoconti sterili circa la formazione della nuova coalizione capeggiata dal “Re” Bibi. Confesso che alla vigilia della giornata elettorale ero a dir poco stressato per le previsioni dei sondaggi che annunciavano una massiccia vittoria del blocco delle destre, mentre le formazioni del centro-sinistra si segnalavano per le loro frammentazioni dovute più a personalismi che a differenze ideologiche. La campagna elettorale ha messo nel dimenticatoio i grandi temi della geopolitica, anche grazie ad un periodo di relativa calma (per così dire, vedi Siria, Egitto e paraggi). L’Avodà, in ripresa, ha dibattuto esclusivamente i problemi socioeconomici, puntando sulla protesta dell’estate 2011. Merez, pur raddoppiando i suoi mandati, è rimasta una forza elitaria, recuperando voti dallo sfacelo del Kadima che l’altra volta sembrava un’alternativa, sia pure centrista, al “Campo nazionale”, ai Nazionalreligiosi e agli ortodossi, ashkenaziti e orientali-sefarditi. Le sorprese a conti fatti sono i 19 deputati della lista dell’ex-showman Yair Lapid, che ha raccolto i consensi di vasti strati giovanili e del ceto medio, centrando la propaganda sull’esigenza di coinvolgere nel servizio militare o, almeno, civile le migliaia di allievi delle yeshivot, per una più equa suddivisione del fardello dei doveri civici. L’impasse attuale nelle trattative interpartitiche vede in primo piano la strana alleanza tra il moderato, relativamente, “Yesh Atid’(“Vi è Futuro”) e il “Bait Yehudì”, dei sionisti religiosi, fautori della Grande Israele, ma espressione di una reazione allo strapotere dei Haredim, ultraortodossi, che hanno beneficiato in grande misura di appoggi finanziari, monopolizzando i servizi religiosi. Ripeto. Il conflitto israelo-palestinese, il crescente isolamento internazionale del Paese, la spada di Damocle della minaccia nucleare iraniana, pure nello sfondo, appaiono in secondo piano nella cronaca di questi giorni, anche se, come sempre, il quadro può capovolgersi nel giro di poche ore. L’israeliano agogna alla “normalità”, nella sua “villa nella giungla” come si è detto. Auguriamoci che il risveglio non sia di nuovo traumatico e drammatico!

 

Analisi esauriente

 

Leggendo le corrispondenze e i commenti dei media esteri, la scena israeliana è descritta in un contesto perennemente conflittuale, come una società sempre più caratterizzata da sussulti fondamentalisti, xenofobi, trasformata, nel giro di pochi decenni, da modello di esperienze esemplari di cooperativismo e di welfare state, in un ulteriore esempio di capitalismo sfrontato con ampie sacche di povertà, per non parlare dei territori occupati/redenti dal ’67, nei quali la “colonizzazione”, a dispetto delle proteste internazionali, si fa sempre più massiccia, in proporzione inversa alla simpatia che suscita la causa palestinese nel mondo.

 

Non ignoro la difficoltà della critica “dall’interno”, animato come sono da un incrollabile senso di preoccupazione per il nostro futuro. Non basta l’”informazione corretta”, occorre, per quanto possibile, presentare la realtà con le sue luci e le sue ombre, non ignorando o minimizzando episodi di violenza verso gli “altri” (i tagli degli ulivi nei campi palestinesi, i graffiti ingiuriosi su moschee e conventi, attacchi a forze dell’ordine intervenute per neutralizzare conflitti), ana-lizzando i processi storici delle diverse comunità e il loro rapporto nei confronti della democrazia ecc ecc. Il vincolo con Israele, centro del popolo ebraico, si concretizza senza apologie acritiche, ma con una perenne attenzione altamente affettiva, responsabile e coraggiosa.

 

Dilemmi

Da anni alla Keneset, soprattutto a destra, si propone l’estensione del diritto di voto al mezzo milione e passa dei possessori della cittadinanza israeliana all’estero. Gli oppositori contestano il progetto quasi fosse un premio a chi ha scelto la propria vita sulle rive dell’Hudson, o della Senna. I fautori invocano la solidarietà ebraica che non conosce frontiere soprattutto per fronteggiare i pericoli che ci sovrastano. L’Italia ha concretizzato questo diritto/dovere civico e i suoi cittadini nel mondo partecipano, soprattutto per corrispondenza, alle elezioni politiche e ai referendum della Repubblica.

Nello Stato d’Israele gode del diritto di voto qualche migliaio di residenti di origine italiana, che appartengono alla Circoscrizione Africa, Asia, Oceania e Antartide. Nel 2013 gli elettori possono scegliere candidati alla Camera e al Senato appartenenti al Movimento 5 stelle/Grillo, alla Lista Civica Monti, al Partito Democratico e al Pdl di Berlusconi. Che io sappia, per la prima volta, sono eleggibili due correligionarie, rispettivamente per il PD Silvia Finzi, e Sharon Nizza per il Pdl. Un certo numero di elettori israeliani ebrei, tra cui chi scrive, ha energicamente contestato la lista del Cavaliere, per una serie di motivi, etici e politici. Oltre agli spiacevoli risvolti personali, che si debbono superare, nel caso dell’appoggio al Cavalier d’Arcore, che si professa il “Grande Amico di Israele” vedo un altro esempio del dilemma dell’ebreo che appartiene direttamente o no a determinati paesi, di cui segue le vicende politiche, sociali e culturali, spesso condannando la condotta e la moralità dei governanti e la sua identificazione con Israele che per Real Politik si deve appoggiare a chi lo sostiene per interessi più o meno comuni. È il prezzo del nostro ritorno di soggetti della storia.

Reuven Ravenna

18 Febbraio - 8 Adar