Israele

 

Elezioni in Israele 2013

di Osnat e Naamá Safrai
 

 

 

L’atmosfera per le strade del giorno delle elezioni è stata da giorno di festa. Nell’area in cui noi viviamo, la democrazia non è un fatto scontato. In queste elezioni le percentuali di partecipanti al voto sono state tra le più alte degli ultimi vent’anni; cosa questa che, secondo me, è indice di un maggiore coinvolgimento dei cittadini in ciò che avviene nello Stato d’Israele e forse anche un po’ più di ottimismo circa la possibilità di modificare la realtà.

Ma vediamo i risultati.

Come certamente voi sapete, in Israele praticamente chiunque può costituire un partito e quindi, al fianco dei partiti più tradizionali (come Likud e Avodà), ci sono anche molti gruppi nuovi. I partiti più tradizionali sono più stabili e conosciuti, ma le formazioni nuove frequentemente ricevono molti voti proprio perché non hanno fatto in tempo a deludere nessuno.

Il partito tradizionale che ha ricevuto la maggioranza dei voti è il partito Likud-Beitenu con a capo il primo ministro della Knesset uscente, Beniamin Netanyahu. Dal punto di vista di Netanyahu i risultati elettorali sono stati assolutamente deludenti visto che i sondaggi gli attribuivano percentuali molto più ampie. Anche se Netanyahu continuerà ad essere a capo della coalizione di governo, sarà per lui piuttosto difficile mantenere stabile la coalizione e sarà maggiormente oggetto delle pressioni dei diversi partiti. Il vantaggio di cui godevano i partiti conservatori della Knesset precedente è quindi cambiato in queste elezioni.

A desta di Netanyahu si trova un partito “nuovo-vecchio” dal nome “HaBait HaYehudi”. A questo, che era un partito tradizionale di religiosi nazionalisti e sionisti, si è unito un nuovo partito maggiormente conservatore. Habait hayehudi è considerato il partito più conservatore che è entrato nella Knesset.

La vera sorpresa di queste elezioni è un nuovo partito di nome “Yesh atid”. A capo di questo partito si trova Yahir Lapid, conduttore televisivo, giornalista conosciuto ed esperto e figlio del politico Yosef (Tommy) Lapid che era molto famoso per la sua forte opposizione ai partiti dei charedim. A lui si sono uniti professionisti esperti provenienti da settori molto diversi della vita pubblica. Il programma di Yesh atid non si basa sui negoziati tra israeliani e palestinesi e non definisce il partito come di “sinistra” o “destra”. Una delle condizioni poste da Lapid per l’ingresso nella coalizione di governo è certamente il ritorno al tavolo dei negoziati con i palestinesi, ma la sua agenda politica si occupa principalmente della parità di obbligo all’arruolamento tra i charedim ed il resto della popolazione, del miglioramento della situazione economica del ceto medio, della riduzione del numero dei ministri e del progresso degli argomenti legati al rapporto tra stato e religione.

Il numero di parlamentari che ha ricevuto Yesh atid permette di costituire un governo senza i charedim, cosa che di fatto può influenzare enormemente i rapporti tra lo stato e la religione. La sua forza politica è molto grande e costituisce una opportunità unica per far progredire lo Stato di Israele in tutti quei settori che finora erano considerati argomenti intoccabili.

Chi ovviamente non è per niente soddisfatto di questa situazione sono i partiti dei charedim, che tutti insieme hanno ricevuto circa il numero dei parlamentari di Yesh atid. I charedim sono considerati tradizionalmente gli “alleati naturali” del primo ministro Netanyahu e pertanto il grande punto interrogativo oggi è se i partiti dei charedim e Lapid accetteranno di sedersi a fianco nella coalizione di governo o, se invece no, chi verrà scelto da Netanyahu. Senza la formazione di Lapid, il governo sarà molto fragile e sarà molto difficile per Netanyahu raggiungere la maggioranza alla Knesset. In questo modo si creerebbe una unione di centro sinistra che bloccherebbe Netanyahu e gli renderebbe difficoltoso gestire una coalizione stabile.

A parte tutto ciò, si trovano le formazioni della sinistra e degli arabi che con buona probabilità andranno a formare l’opposizione. Il partito più grande è Avodà con a capo Shelly Yachimovitch, che nelle ultime elezioni ha scelto in particolare di diminuire il peso della questione della sicurezza nazionale per focalizzarsi sugli aspetti sociali. Sono in molti a sostenere che proprio per questo motivo abbia ricevuto meno voti rispetto alle previsioni. A sinistra del partito Avodà, si trova “Meretz”, con a capo Zehava Galon, che è riuscita a raddoppiare il suo peso politico rispetto alle elezioni precedenti, ma è rimasta comunque una piccola formazione.

Insieme ad alcuni partiti di centro, i partiti di destra hanno ricevuto 61 membri in parlamento, mentre le formazioni di centro sinistra ne hanno ricevuti 59. Il significato è quindi un parlamento più bilanciato dal punto di vista politico. Inoltre, il messaggio centrale di queste elezioni è certamente che la distinzione classica tra partiti di “destra” e “sinistra” è di gran lunga meno rilevante rispetto alla situazione socio-economica dello stato.

Allora, cosa capiterà? Sono iniziati i negoziati per la creazione di una coalizione e non ci rimane che aspettare e vedere se Israele si affaccerà ad un futuro di cambiamento e novità. Noi abbiamo fatto la nostra parte e adesso tocca ai partiti per i quali abbiamo votato dimostrare il loro valore.

Osnat e Naamá Safrai
Traduzione di
Edoardo Segre