Israele

 

Saving children
Storia e aggiornamenti

di Maria Ludovica Chiambretto e Mariolina Mottura
 


Risale al viaggio in Israele, organizzato nel novembre 2004 dal XXV Colloquio ebraico-cristiano di Camaldoli, la nostra conoscenza di Manuela Dviri e del progetto “Saving Children” del Peres Center for Peace di Tel Aviv. Il progetto, che partiva da un’idea di Manuela Dviri, era iniziato in Italia esattamente un anno prima, nel novembre 2003, con la firma della Dichiarazione di Firenze fra Shimon Peres, allora Primo Ministro di Israele, e Claudio Martini, Presidente della Regione Toscana, in collaborazione con l’Ufficio del Presidente dell’Autorità Palestinese e l’Associazione dei pediatri palestinesi.

Da allora quasi 10.000 bambini residenti nei Territori dell’ANP e a Gaza, quando il sistema sanitario palestinese non era in grado di offrire loro le cure adeguate, sono stati presi in carico dal progetto e curati in ospedali israeliani.

Tornate a Torino, lavorammo insieme ad altre amiche ed amici per far conoscere e sostenere il progetto “Saving Children” e, nel giugno del 2005, fondammo il “Comitato Amici Centro Peres per la Pace – per i bambini palestinesi”, associazione di volontariato con la presidenza onoraria di Rita Levi Montalcini.

Innanzitutto intendevamo promuovere il sostegno all’iniziativa anche da parte della Regione Piemonte sulla scorta dell’esperienza di altre Regioni, vale a dire, la Toscana, l’Umbria, l’Emilia-Romagna, il Friuli-Venezia Giulia e le Marche. Riuscimmo infatti a coinvolgere per 4 anni la Regione Piemonte, che preferì sostenere il Comitato piuttosto che percorrere la via della gestione diretta. In quanto Associazione privata, nel tempo abbiamo potuto garantire un sostegno costante al progetto “Saving Children” ottenendo per due anni un finanziamento dai proventi dell’otto per mille alla Chiesa Valdese e ricevendo regolarmente contributi dalla Comunità Ebraica di Torino, dal Rotary Club Torino Sud-Est, dai Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli, da Novacoop Piemonte oltre a donazioni di privati ed il sostegno di alcune Province piemontesi, in particolare Alessandria.

Molte sono state le iniziative per far conoscere il progetto. Tra queste l’ideazione e produzione del libretto Abir, la bambina che ascoltava con gli occhi, con testo di Manuela Dviri e con il finanziamento della Compagnia di San Paolo; il libretto è stato presentato alla Fiera del Libro 2008 di Torino.

Purtroppo dal 2011 sono venuti a mancare i finanziamenti da parte di tutte le Regioni tranne l’Umbria, e noi ci siamo trovati ad essere, in Italia, un riferimento molto importante per il Dipartimento di Medicina del Centro Peres, che ha dovuto ridurre drasticamente la disponibilità ad accogliere bambini palestinesi. Infatti con il ridimensionamento dei fondi è stata presa la difficile decisione di assistere solo i bambini affetti da patologie gravissime che se non curate possono portare alla morte, ossia prevalentemente i bambini che necessitano di interventi di cardiochirurgia perché affetti da patologie cardiache congenite.

Alla fine dell’aprile 2012 abbiamo avuto l’occasione di conoscere direttamente e personalmente il Peres Center for Peace (in particolare il Department of Medicine & Health) durante un incontro a Jaffa con Rachel Hadari, direttore del Dipartimento e responsabile del “Saving Children”, e con il medico palestinese di Gaza responsabile del progetto “Training Doctors”, che ci hanno illustrato i due progetti del Dipartimento di Medicina: “Saving Children” di carattere umanitario, teso a risolvere le emergenze e a curare i bambini, e “Medi-link” oTraining Doctors” di carattere strategico, iniziato alcuni anni prima del “Saving Children” con lo scopo di contribuire alla realizzazione di un sistema sanitario palestinese autonomo. Tale progetto, che richiederà per il suo compimento ancora parecchi anni (la Danimarca ne garantisce il finanziamento fino al 2023) è di importanza prioritaria. Grazie ad esso, più di 150 medici hanno completato la formazione in ospedali israeliani e sono attivi negli ospedali palestinesi, mentre 43 medici palestinesi si trovano in ospedali israeliani per portare a termine il loro training (dati dell’aprile 2012).

L’esperienza del Comitato di Torino conferma questa metodologia di lavoro. Infatti inizialmente l’associazione si era fatta carico di sostenere finanziariamente gli interventi di impianto cocleare per i bambini sordi; in seguito, essendosi completata la formazione a carico del Centro Peres di un team specialistico in grado di praticare autonomamente l’impianto cocleare in un ospedale palestinese, ci è stato proposto di sostenere la cardiochirurgia per i bambini affetti da cardiopatie congenite. Questo perché ogni singolo programma del progetto “Saving Children” finisce nel momento in cui il sistema sanitario palestinese é in grado di raggiungere l’autonomia nel settore specifico.

Il “Saving Children”, che non riceve denaro né dal Governo israeliano né dall’ANP, riguarda i bambini più deboli e i più poveri, per i quali rappresenta forse l’unica possibilità di cura e spesso di vita. Le famiglie palestinesi che possono permetterselo mandano infatti i loro bambini in Giordania, Egitto e anche in Israele, sostenendo per questo ingenti spese.

Fino al 1994 le strutture sanitarie palestinesi erano gestite dallo Stato di Israele, essendovi un unico sistema sanitario. Dopo gli accordi di Oslo, che prevedevano la creazione di una gestione autonoma anche in campo sanitario, tutto questo è finito e ha comportato enormi problemi per i palestinesi: mancanza di medici, di strutture adeguate, ecc. I due progetti sanitari del Centro Peres si inseriscono in questo contesto; ne consegue che la collaborazione con le autorità palestinesi, che comporta spesso problemi dovuti soprattutto ai mutevoli momenti politici, risulti fondamentale, poiché non si possono costruire infrastrutture di qualsiasi tipo senza cooperazione da una parte e dall’altra.

I “casi” presi in carico dal “Saving Children” sono sempre segnalati dal servizio sanitario palestinese dopo aver esperito tutte le possibilità di cura nei Territori, come ha avuto modo di spiegarci il medico palestinese responsabile del progetto di formazione, che si occupa anche di segnalare i bambini provenienti da Gaza. Sempre si tratta dei casi classificati come più gravi (a partire dal momento della nascita) e per i quali il ritardo nelle cure può condizionare tutta la vita. Un grosso problema per questi bambini è costituito anche dalle distanze degli ospedali, che possono comportare ritardi a volte fatali. Si consideri che il più grande ospedale arabo si trova al Cairo, in Egitto, a 800 km. di distanza da Gaza; in Giordania l’ospedale più vicino, quello di Amman, si trova a 200 km., mentre Israele dista solo 35 km.

Il dottore ci ha anche raccontato che la sua prima esperienza in un ospedale israeliano è stata fondamentale e ha cambiato radicalmente il suo modo di sentire il rapporto fra israeliani e palestinesi: incontrarsi e fare formazione in comune serve infatti al “riavvicinamento” che avviene sull’emergenza e sui problemi. Inoltre il progetto che si svolge in continuo contatto con le gerarchie e “i vertici” contribuisce a creare uno scambio e un confronto con la realtà concreta.

Rachel Hadari ci ha descritto in sintesi l’iter generalmente seguito per accogliere un bambino. Arriva un fax da un ospedale palestinese con una richiesta di cura per un bambino ivi ricoverato e la sua scheda. Il Centro Peres manda la scheda al pediatra palestinese di riferimento per avere la sicurezza che il bambino non possa essere curato in Palestina, nel qual caso il Centro Peres se ne fa carico e si decide a quale ospedale israeliano indirizzarlo. Si stabilisce la data dell’intervento e si avvisano i genitori. Se uno dei genitori non può ottenere il permesso di entrare in Israele e accompagnare il bambino, si cerca un parente che lo sostituisca. La famiglia alloggia nell’ospedale designato e il Centro Peres affronta tutte le questioni logistiche, paga i costi dei trasporti, si occupa dei permessi, ecc., e ha i contatti necessari per favorire i passaggi ai check-points. Tutto l’iter ormai si svolge senza incontrare difficoltà perché negli anni si sono consolidati i contatti e si è affinata l’esperienza: anche in questo consistono l’importanza e l’unicità del progetto nel settore sanitario. Altro aspetto qualificante è lo sconto del 30-50%, a seconda dei casi, che il “Saving Children” riesce a ottenere dagli ospedali israeliani.

Rachel Hadari ha precisato che il “Saving” non può far eseguire trapianti o operazioni complesse perché, trattandosi di interventi molto costosi, richiederebbero il dispendio di ingenti risorse per ogni singolo caso. Così, congiuntamente con i medici palestinesi, hanno stabilito di provvedere solo a interventi che non superino il costo di 10.000 euro. Si è trattato di una scelta molto difficile e dolorosa, ma, considerata la situazione e le sempre minori risorse disponibili, si è scelto il “minor danno” per avere la possibilità di salvare più bambini.

Dopo l’incontro al Centro Peres siamo andate con Rachel a visitare l’Edmond J. Safra International Congenital Heart Center presso il Chaim Sheba Medical Center di Tel Hashomer, a 7 km da Tel Aviv. Qui vengono inviati dal Centro Peres i neonati e bambini palestinesi che necessitano di operazioni al cuore. All’interno di una grande sala circolare con pareti di vetro si aprono 8 stanzette per 8 neonati appena operati o in attesa dell’operazione. Le stanzette hanno pareti di vetro e comprendono anche un lettino per le madri. Di solito i neonati sono al 50% israeliani e al 50% palestinesi, ma vengono accolti anche bambini provenienti da altri paesi dove non possono essere sottoposti a questo tipo di interventi: al momento della nostra visita vi si trovava un bambino curdo.

Dalla sala parte un corridoio dove si affacciano stanzette per bambini un po’ più grandi; segue un altro corridoio con stanze essenziali per i parenti, servizi e una cucina.

Nei giorni seguenti abbiamo visitato il Caritas Baby Hospital di Betlemme, l’unico ospedale pediatrico della West Bank. Fondato all’inizio degli Anni Cinquanta da padre Ernst Schydrig, svizzero, è gestito da una Associazione no profit svizzero-tedesca. L’ospedale non ha un reparto di chirurgia, quindi quando un neonato presenta urgente necessità di un intervento di cardiochirurgia viene interpellato il Centro Peres.

Siamo tornate con un bagaglio di informazioni, che ci hanno dato un ulteriore incoraggiamento ad impegnarci con convinzione e a chiedere di sostenere il “Saving”, un progetto, per concludere con parole di Manuela Dviri, che è “…. unico, rarissimo nella sua semplicità, nato in seno a quella parte della società israeliana che ha ancora a cuore il futuro della società palestinese e la salute dei loro bambini e non si arrende davanti alle difficoltà, continuando a lavorare con i Palestinesi in un rapporto di parità e rispetto per l’altro”.

“Comitato Amici Centro Peres per la Pace per i bambini palestinesi”

Sito internet: www.amicicentroperes.it
Email
: amicicentroperes@gmail.com

IBAN: IT50 G030 6901 0021 0000 0060 309

Maria Ludovica Chiambretto

Mariolina Mottura

    

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