Ebrei in Italia

 

Iniziativa sconcertante

di Tullio Levi

 

Il 20 Febbraio 2013 la Rabbanut Rashit - Chief Rabbinate di Israele - ha inviato un comunicato al presidente dell’assemblea dei rabbini d’Italia, rav Elia Richetti, e al segretario, rav Momigliano (e in copia per conoscenza ai rabbini capi di Roma e Milano), in cui si dice che “il rabbino capo d’Israele, Rishon leZion, rav Shlomo Amar, valutando quanto avviene in Italia, ha deciso, nella sua funzione di presidente del tribunale rabbinico superiore e responsabile dei tribunali rabbinici per le conversioni, che la Rabbanut Rashit continuerà a riconoscere gli atti di Beth Din (conversioni, divorzi, verifiche di ebraicità) firmati dal rabbino Di Segni e dal rabbino Arbib, rabbini capi rispettivamente di Roma e Milano. Per tutto ciò che riguarda gli atti di tribunale rabbinico e le verifiche di ebraicità prodotti da altri tribunali rabbinici in Italia, la Rabbanut Rashit si riserva il diritto di verificare ogni caso distintamente e solo dopo verifica deciderà se confermarlo, secondo i risultati della verifica.”

A giro di posta il Presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia ed altri 10 Rabbini italiani hanno inviato a rav Amar la seguente risposta: “In risposta alla lettera del 3 Adar, Vi comunichiamo che tutti noi sottoscritti, Rabbini Capi delle Comunità d’Italia e membri del Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia presieduto dall’Ecc.mo Rav Giuseppe Laras Shlita, apprezziamo l’attività importante e dedita del Presidente del Tribunale Rabbinico Rav Giuseppe Laras Shlita. A D.o piacendo, continueremo ad avvalerci dell’aiuto del Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia per il futuro, e ad appoggiarci ad esso come avveniva in passato, e continueremo a riconoscere senza alcun dubbio qualunque documento emesso da tale Tribunale Rabbinico, come ha sempre fatto anche il Rabbinato Centrale d’Israele. In fede,

Rav Elia Richetti, Presidente Assemblea dei Rabbini d’Italia, Rabbino di riferimento della Comunità di Merano

Rav Alberto Sermoneta, vice presidente Assemblea dei Rabbini d’Italia, Rabbino Capo di Bologna

Rav Giuseppe Momigliano, Segretario Assemblea dei Rabbini d’Italia, Rabbino Capo di Genova

Rav Adolfo Locci, consigliere Assemblea dei Rabbini d’Italia, Rabbino Capo di Padova

Rav Eliahu Birnbaum, Rabbino Capo di Torino

Rav David Sciunnach, Rabbino Capo di Parma

Rav Ghil Binyamin, Rabbino Capo di Venezia

Rav Luciano Caro, Rabbino Capo di Ferrara

Rav Yosef Levi, Rabbino Capo di Firenze

Rav Scialom Bahbout, Rabbino Capo di Napoli

Rav Roberto Della Rocca, membro del Tribunale Rabbinico”

Nota: Successivamente si sono aggiunte le adesioni di rav Itzhak David Margalit, Rabbino Capo di Trieste, e di Rav Beniamino Goldstein, Rabbino Capo di Modena

La sconcertante iniziativa del Rabbino Capo Sefardita di Israele e la ferma risposta del Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana (ARI) e della quasi totalità dei Rabbini Capo delle Comunità Ebraiche Italiane - di fatto, oltre a Milano e Roma, ne mancano solo due - pone una serie di inquietanti interrogativi, tra cui i seguenti mi sembrano di maggior rilievo:

1) Com’è possibile che un’autorità rabbinica israeliana si permetta di intromettersi nelle dinamiche dell’ARI che, ai sensi degli Art. 40 e 47 dello Statuto, è un Organo dell’Unione dotato di proprio regolamento, operando una di­scriminazione tra i suoi membri e assegnando la patente di credibilità soltanto a due di essi?

2) Com’è possibile che per spiegare una decisione di tale gravità si faccia riferimento ad un generico e sbrigativo “valutando quanto avviene in Italia”? Ma le decisioni dei nostri Maestri non dovrebbero fondarsi su solide argomentazioni giuridiche e le motivazioni non dovrebbero essere chiaramente esposte?

3) Com’è possibile che un’autorità rabbinica israeliana si permetta di dubitare dell’operato di un Bet Din pre­sie­duto da un’autorità rabbinica italiana del livello di rav Giuseppe Laras, per lunghi anni Rabbino Capo di Milano nonché Presidente dell’ARI?

4) Com’è possibile che una siffatta decisione venga assunta senza aver nemmeno consultato né il Presidente dell’ARI né la Consulta Rabbinica, né, a quanto sembra di capire, gli altri autorevoli rabbini italiani?

Se gli interrogativi sono inquietanti, le possibili risposte e le conseguenze purtroppo lo sono ancor di più:

1) La decisione non può che essere stata assunta a seguito di pressioni provenienti dall’ambiente rabbinico italiano e sulla base di indicazioni evidentemente diffamatorie.

2) Una interferenza così grave ed umiliante non avrebbe certamente potuto verificarsi se l’ARI e la Consulta Rabbinica avessero, nel corso degli anni, davvero aspirato ad acquisire quella autorevolezza che l’ebraismo italiano, nelle più diverse sedi istituzionali, ha sempre dimostrato di essere ansioso di conferire loro.

3) A pagare le conseguenze della situazione che si verrà a creare saranno ancora una volta gli ebrei italiani che, quando dovranno far ricorso ad un Bet Din, si troveranno a fare i conti con un quadro di riferimento ancora più confuso ed incerto di quello attuale.

4) Quella decisione inconsulta, se tale dovesse rimanere, avrà l’effetto di scardinare alcuni dei principi fonda­men­tali dell’ordinamento dell’ebraismo italiano e cioè: la pari dignità di tutte le Comunità che costituiscono l’Ucei, l’autonomia statutaria, la democraticità delle sue Istituzioni e del processo decisionale.

Sulla base di tutte le considerazioni fin qui esposte, ma in particolare di quanto rilevato in quest’ultimo punto, non resta che auspicare che sia proprio l’Ucei ad assumere ogni opportuna iniziativa affinché quella decisione improvvida e gravida delle più fosche conseguenze venga al più presto revocata. Purtroppo la nota congiunta dei Rabbini Capo di Roma e di Milano (pubblicata su l’Unione informa del 25 febbraio) non dà alcuna risposta alle obiezioni sollevate in questo articolo, ma si affretta ad avallare la posizione della Rabbanut Rashit e non facilita certo l’auspicata iniziativa dell’Ucei.

A meno che non sia la stessa Rabbanut Rashit a rendersi conto della inopportunità (per usare un eufemismo) della propria decisione e non ritorni sui suoi passi. La possibile sostituzione di rav Shlomo Amar, il cui incarico decen­nale sta per giungere alla naturale scadenza, con il modern ortodox rav David Stav, candidato alla successione, potrebbe non essere ininfluente.

Se così non fosse, credo che il fermo intervento dell’Ucei dovrebbe essere richiesto a gran voce da tutto l’ebrai­smo italiano sostenuto da una, finalmente, decisa presa di posizione dell’ARI a cui ha aderito la quasi totalità dei suoi membri.

Tullio Levi

    

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