Ebrei in Italia

 

Il tempo delle scelte

di Anna Segre

 

Identità dell’ebraismo italiano, ruolo delle donne, Comunità e rabbini, diritto del lavoro, ebraismo dell’Italia meridionale. Si nota subito che non sono temi da convegno accademico ma problemi concreti che toccano la vita delle nostre Comunità e sui quali gli ebrei italiani saranno chiamati a fare delle scelte. È proprio con lo scopo di mettere a fuoco questi nodi che si è svolta a Torino lo scorso 10 febbraio la giornata di studio con il titolo “Quale Comunità per gli ebrei italiani del XXI secolo?” organizzata dal Gruppo di Studi Ebraici e dalla Scuola Rabbinica Margulies-Disegni. Sarebbe troppo lungo riassumere dettagliatamente i singoli interventi, ma credo sia opportuna una breve panoramica sulle tematiche emerse.

Prima di tutto, si pone il problema dell’identità dell’ebraismo italiano: siamo ortodossi, modern orthodox o semplicemente ebrei? Oppure esiste una specificità italiana da difendere? E se sì in cosa consiste? È un tema sottolineato in particolare da Rav Sciunnach, che ha rilevato come il pluralismo comporti il rischio di un soffocamento dell’identità ebraica italiana, schiacciata anche nella stessa Italia dal confronto con gli ashkenaziti e i sefarditi. Occorre quindi una maggiore consapevolezza di sé: è giusto conoscere gli altri, ma anche se stessi (i Maestri italiani sono poco studiati anche nello stesso Collegio Rabbinico Italiano). Oggi secondo Rav Sciunnach l’ebraismo italiano è in profonda crisi e non sa rinnovarsi: nell’ultimo secolo abbiamo avuto grandi Maestri di Tanakh ma non grandi decisori di alakhà.

La valorizzazione della specificità locale, però, non può prescindere dall’esigenza di un riconoscimento internazionale e quindi di un confronto con ciò che accade fuori dall’Italia (rav Punturello ha parlato di glocalizzazione): a questo proposito è stata messa in evidenza - soprattutto nei due interventi iniziali, di Rav Birnbaum e Rav Punturello - la necessità di operare delle scelte, per agire seguendo ben precise strategie (non c’è nulla di più pratico di una buona teoria - ha dichiarato Rav Birnbaum). Occorre ricordare che fuori dall’Italia si stanno giocando partite fondamentali che non possiamo ignorare; Rav Punturello nel suo intervento (di cui riportiamo una sintesi qui sotto) ne sottolinea in particolare tre: sul sionismo (in senso spirituale prima che politico), sul rapporto con la modernità e sulla posizione della donna. Quest’ultimo tema è tra i più delicati per tutto ciò che comporta, in particolare in Israele dove è legato al diritto di famiglia, con tutta una serie di conseguenze, per esempio il problema delle agunot, le donne incatenate a matrimoni che non possono sciogliere, a cui l’intervento di Rav Punturello ha dedicato un certo spazio: interessante notare come le considerazioni del rav - così come le fonti da lui citate - vadano oltre il semplice problema di capire cosa dice l’alakhà (che peraltro non è né fissa né monolitica), ma si preoccupino anche delle conseguenze sociali, psicologiche, ecc. che ogni decisione alakhica inevitabilmente comporta.

In effetti mi pare che forse a volte nell’Italia ebraica di oggi si corra il rischio che il rifiuto delle etichette - in apparenza sacrosanto - si traduca semplicemente in un rifiuto delle novità e in un arroccamento sullo status quo: non accettare la definizione di modern orthodox perché siamo semplicemente ebrei o ebrei italiani spesso significa di fatto chiudersi di fronte al modern; siamo sicuri che sia proprio quello che vogliamo?

La difesa a oltranza della specificità italiana (così come di qualunque altra specificità) comporta il rischio di un appiattimento sul passato. È proprio il tema della donna a offrirci un esempio di questo potenziale pericolo. Rav Michael Ascoli ha raccontato il bat mitzvà di sua figlia, che ha letto la Torà di fronte a un pubblico femminile, e ha illustrato le fonti alakhiche che si possono citare a favore di questa pratica, che Rav Ascoli ovviamente ritiene legittima. In Italia per ora non esiste niente del genere, e ho spesso avuto la sgradevole impressione che se tentassimo di introdurre una simile novità qualcuno si opporrebbe in nome della difesa della specificità italiana. Dobbiamo dunque sempre chiederci: quale Italia ebraica si vuole difendere e valorizzare? Quella del XIX, del XX o del XXI secolo?

Rav Ascoli ha poi evidenziato due diversi modelli di partecipazione femminile: da una parte una maggiore integrazione con gli uomini e una maggiore uguaglianza nei momenti comuni (per esempio attraverso la disposizione dei posti nelle sinagoghe), dall’altra gruppi di donne che studiano e pregano per conto loro, ricercando una via specificamente femminile allo studio e alla preghiera e offrendo in questo modo un contributo autonomo e originale alla cultura ebraica. La scelta su quale modello far prevalere - afferma Rav Ascoli - deve venire dalle donne stesse e non può essere imposta loro dall’esterno.

Renana Birnbaum ha messo in evidenza l’esigenza di una figura femminile dotata di empatia e di una buona cultura ebraica che possa rappresentare un punto di riferimento per le donne della Comunità; per questa figura ha usato il termine rabanit, che in ambito ortodosso non indica una rabbina ma la moglie di un rabbino: un’ambiguità linguistica (comune anche ad altre parole italiane, per esempio regina) che dà conto di una sostanziale asimmetria tra uomini e donne, evidente non solo nel mondo ebraico. Per questa asimmetria la prospettiva di Renana Birnbaum può generare forse qualche perplessità, ma costituisce comunque un passo avanti rispetto a una mentalità che spesso semplicemente non riconosce le esigenze di studio e di partecipazione delle donne, così come non riconosce la possibilità che le Comunità si avvalgano di professionalità femminili di alto livello per alcuni compiti tradizionalmente riservati ai rabbini.

Un altro tema “caldo” è quello del rapporto tra rabbini e Comunità, di cui si è occupato in particolare Rav Locci: interessante, a mio parere, in particolare la parte conclusiva del suo intervento, che ha preso spunto dal passo biblico (Isaia 6) in cui il profeta si dichiara “impuro di labbra”, per domandarsi quali difetti e responsabilità possa avere un leader spirituale (cioè - tradotto nel contesto della nostra epoca - un rabbino). Secondo Rav Locci, solo se un rabbino dimostra amore per la sua Comunità allora la Comunità arriverà ad amarlo.

Rav Goldstein si è occupato di un tema forse meno legato alle Comunità ebraiche ma non meno attuale, il diritto del lavoro, sottolineando come la tradizione ebraica non solo riconosca questo diritto da secoli, ma come dalle nostre fonti si possa ricavare anche il principio del diritto al lavoro, cioè l’esistenza di uno specifico obbligo della società verso l’individuo.

Infine occorre menzionare l’intervento del Maskil Gadi Piperno, che ha tracciato una rapida panoramica della rinascita ebraica nel Sud Italia dovuta alle famiglie che riscoprono dopo secoli un’identità nascosta ma mai sopita: un fenomeno che per le sue proporzioni potrebbe influenzare in modo determinante l’evoluzione dell’ebraismo italiano nei prossimi decenni.

I cambiamenti spesso non dipendono da noi, ma abbiamo pur sempre la possibilità di decidere come affrontarli.

Anna Segre

   

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