Ebrei in Italia

 

Una sfida identitaria

di Rav Pierpaolo Pinhas Punturello

 

Il significato di “Modern Ortodox”

Personalmente incontro una seria difficoltà ad usare o ad identificarmi nel termine “moderno” specie se abbinato alla parola “ortodosso”. Vedremo come la modernità, ovvero la sintesi tra i valori ebraici, l’osservanza della Torà ed il mondo secolare sia una realtà essenziale dell’ebraismo nella sua antichità più profonda. Per questo motivo, il grande merito del Movimento Modern Orthodox non sta, a mio parere nella modernità della sua genesi, che appunto moderna non è, quanto nella capacità di rigenerare il messaggio di sintesi ebraica e averlo fatto diventare motivo di dibattito culturale, filosofico, spirituale ed anche politico.

La necessità di una definizione ortodossa del raggio di azione di un certo mondo rabbinico è nata in contrapposizione alla nascita della Riforma ebraica, come a dire che, nella Germania di duecento anni fa di rav Shimshon Refael Hirsch o rav Azriel Hildeshaimer, è divenuta vitale la necessità di una caratterizzazione ortodossa del proprio essere e del proprio pensare, mentre invece nei contesti storici loro contemporanei ma geograficamente e culturalmente lontani dalla Riforma, il bisogno di “definizione” ortodossa non è esistito o non è stato avvertito come necessario. Ad ogni modo, oggi, nei nostri tempi e nei nostri giorni il mondo Modern Orthodox resta l’espressione globale di un certo tipo di sfida identitaria ebraica che appartiene a tutti noi, anche nel nostro mondo italiano.

Nella realtà globale che noi viviamo, il nostro ebraismo d’Italia deve compiere scelte di cammino condiviso con altre realtà ebraiche internazionali, scelte che devono basarsi su valori comuni e cultura di riferimento comune, senza ignorare ovviamente le specifiche radici culturali di ognuno. Ebbene questo processo può trovare la sua naturale espressione solo in un contesto Modern Orthodox.

Ho usato prima, con profonda convinzione, il termine sfida come una delle caratteristiche del movimento Modern Orthodox, perché nell’esatto momento in cui crediamo sia possibile essere membri della società contemporanea, accettiamo il rischio di restare osservanti in nome dei benefici che ne avremo, al di là dei rischi stessi. Questo approccio alla società ed all’Ebraismo è di fatto una sfida, un lavoro costante tra la tensione di cittadinanza, di donne e uomini che partecipano attivamente alla loro vita sociale ed alla costruzione costante della loro società portando in essa la profondità della loro identità ebraica, senza fare compromessi di sorta, preservando anzi l’Halachà e superando gli eventuali conflitti tra Halachà e mondo moderno. Mondo moderno che certamente non è rifiutato o relegato al ruolo di mero contenitore delle nostre vite, come se fosse un semplice caso nascere in dato momento o in un determinato luogo, ma che viene affrontato facendo in modo che ogni conflitto con la Torà sia filtrato, affrontato e metabolizzato. Il conflitto in questo modo diviene incontro, diviene presa di coscienza e di responsabilità, come individuo ed ancora di più come collettività ebraica, come popolo e Stato di Israele, perché la risposta al conflitto non sarà personale ma sarà dell’intera collettività, dell’intera generazione che si trova ad affrontarlo e siccome in una generazione le risposte non possono essere monocolori o monotone avremo più risposte, più soluzioni al conflitto, come è naturale che esistano più reazioni a qualunque tipo di incontro.

Centrale è la consapevolezza collettiva del mondo Modern Orthodox, centrale è la consapevolezza storica del Sionismo, della creazione e dell’esistenza dello Stato di Israele cosi come centrale e di fondamentale importanza è il valore degli studi secolari, per uomini e donne, senza alcuna distinzione. Queste espressioni Modern Orthodox attengono il movimento religioso-sionista della società israeliana che va sotto il nome di “dati-leumi”, religioso/nazionale, che trova negli scritti di Rav Abraham I. Kook HaCohen ampia identità e formazione, mentre l’importanza della preparazione secolare la troviamo espressa nel concetto di “Torà Umadda”, la filosofia che sta alla base della Yeshiva University di New York, cuore pulsante della nascita della moderna ortodossia e luogo di vita, lavoro, studio ed insegnamento dei grandi padri del movimento Modern Orthodox quali rav Bernard Revel, Rav Samuel Belkin, Rav Joseph B. Solovietchik, chiamato semplicemente HaRav, e ultimo in ordine di successione, rav Norman Lamm.

Anche se, spiritualmente ed ideologicamente possiamo far risalire le origini del movimento Modern Orthodox sino alla Germania di rav Hirsch e rav Hildesheimer, il movimento per come noi lo concepiamo e lo viviamo si è strutturato e dato forma negli ultimi cinquanta anni, integrando al suo interno, oltre che il sostegno agli studi accademici, la centralità di un Sionismo spirituale prima ancora che politico, il necessario riconoscimento di un ruolo femminile all’interno degli studi ebraici così come nell’insegnamento ed anche nella stessa ritualità.

Le risposte a queste tematiche non sono mai state e non saranno mai univoche, infatti all’interno del movimento stesso abbiamo aree più conservatrici, sia negli Stati Uniti che in Israele ed aeree meno conservatrici: ognuna di esse ha i proprio istituti e centri culturali di riferimento, come le stesse sinagoghe.

Raccogliendo quindi la sfida identitaria che nacque proprio nella Germania di Rav Hirsch, dopo la quale non è immaginabile segregare noi stessi all’interno di mura di un ghetto seppur virtuale, il movimento Modern Orthodox tende costantemente ad una armonia tra Ebraismo e cultura contemporanea, imponendo all’uomo ebreo di essere lui stesso anche produttore di cultura contemporanea.

Questo è lo sfondo culturale degli insegnamenti e della filosofia del Rav, rav Joseph Soloveitchik, insegnamenti che vedono un Ebraismo pienamente convinto della bontà del mondo, di quella pienezza della parola “tov” che accompagna il racconto della creazione nel libro di Bereshit, un “buono” primordiale che, proprio per questo, chiama l’uomo al suo ruolo per il “tikkun olam”, la responsabilità per la correttezza e giustizia del mondo, per un ruolo umano che nell’opere del Rav ha come obiettivo il portare santità e purità trascendentale nella realtà materiale di questo mondo. Non esistono per l’ebreo moderno né mura di un ghetto virtuale né concettuale, né tan-tomeno fisico, né possono esistere fughe dalle proprie responsabilità in ghetti di non azioni o in nome di una salvezza spirituale.

Lo storico Corrado Vivanti, commentando i processi storici laici che hanno portato all’abbattimento delle mura del ghetto diceva: “Senza Clermont Tonnerre sarei ancora in Ghetto a fare lo strazzarolo.” Se quindi, dopo il discorso del Conte francese del 23 dicembre del 1789, la storia ci ha portati ad essere parte della società, questo richiama dei diritti, come anche dei doveri e dei rischi. Il mondo Modern Orthodox esprime questa consapevolezza e si confronta ogni giorno con questa realtà.

Non è mia intenzione fornire in questa sede il lungo elenco di tutte le importanti figure che hanno contribuito alla costruzione ed allo sviluppo teologico, ideologico, culturale ed a volte politico del movimento, ma non posso tacere il mio profondo legame con Rav Shlomo Riskin HaCohen shlita, discepolo di Rav Soloveithik e una delle voci leader del movimento Modern Orthodox tra Stati Uniti, Israele e probabilmente del mondo intero (alcuni dei commenti alla Torà di Rav Riskin sono stati tradotti in italiano da Rav Alberto Moshe Somekh). Preferisco fornire una serie di esempi e di ambiti halachici nei quali la partecipazione Modern Orthodox al dibattito in questione ha di fatto cambiato per sempre il mondo ebraico contemporaneo e la nostra stessa società. Ho pertanto scelto di affrontare tre argomenti che spero mi aiutino a definire la sfida identitaria del movimento Modern Orthodox all’interno della società, una sfida che ha radici profonde nella halachà, nel ragionamento halachico e sente come doverosa una risposta alle sollecitazioni della società. Partirò con l’analizzare la riflessione halachica che c’è stata sul valore halachico o meno del matrimonio civile, come a dire il suo status all’interno della halachà, dopo di che, collegato a questo argomento vorrei riflettere sulla situazione delle donne agunot, ovvero le donne a cui i mariti rifiutano di concedere il divorzio e per le quali è necessaria una soluzione halachica prima che sociale ed in ultimo parlerò dei dilemmi halachici tra il mondo Modern Orthodox, in particolare Rav Shlomo Riskin, ed il Festival di Sanremo.

 

Il matrimonio civile ha valore ebraico?

Premetto che, quando nel mondo Modern Orthodox ci si dedica all’analisi storica della formazione di una halachà e di come questa sia stata fissata, non si possono ignorare le tensioni tra il mondo rabbinico ed il mondo liberale, le influenze di quest’ultimo sul primo, lo status della donna nella società circostante e infine il potere halachico ed i suoi confini in relazione con i non ebrei, le altre fedi e, in termini moderni, anche con la laicità. La riflessione halachica nel mondo Modern Orthodox abbraccia quindi una visione ampia dei valori ebraici e non ebraici della società e si pone come obbiettivo anche la comprensione delle fonti halachiche del passato in relazione alla loro storia, al legame sociale e culturale.

La prima dichiarazione halachica rispetto ai matrimoni civili è del 1741 nella raccolta “Perì Etz Chaiim” ad opera dei maestri portoghesi della Yeshivà di Amsterdam che affermarono che i matrimoni avvenuti con cerimonia o in contesti non ebraici non hanno valore. Vorrei portare alla vostra attenzione la teshuvà del Rivash, rabbi Itzhak bar Sheshet, maestro sefardita di Algeri del 14° secolo, rispetto ad un matrimonio di due ebrei conversos, avvenuto con rito cattolico prima del ritorno all’ebraismo. Il Rivash afferma che il matrimonio non è da considerarsi valido perché mancano i passaggi halachici per una unione matrimoniale reale, sebbene i due conversos siano ebrei. L’immediatezza delle parole del Rivash di fatto ha salvato la vita di quella donna e di molte altre donne nel 14° secolo ed in seguito: la non validità dei matrimoni cattolici anche in contesti di ebrei marrani o conversos ha fatto in modo che non si avesse bisogno di ghet (un atto di divorzio ebraicamente inteso) e quindi ha salvato intere generazioni di donne dall’essere agunot, ovvero (delle donne abbandonate senza divorzio), senza possibilità di futuro personale perché legate per sempre a mariti scomparsi o a mariti rimasti cattolici nei regni spagnoli.

Intorno al 1930 negli Stati Uniti troviamo un approccio completamente differente a quello del Rivash nelle parole di Rav Yosef Eliahu Henkin, maestro e posek della sua generazione, il quale vede nei matrimoni civili un valore halachico obbligatorio che rende necessario per il loro scioglimento la presenza di un ghet. Nel caso di rav Henkin le donne non in possesso di ghet e quindi agunot legate ad un destino cieco, sarebbero diventate molte di più, dato l’alto numero di unioni civili tra ebrei non sciolte con l’aggiunta del ghet ebraico. Senza contare poi il problema dei figli nati da queste donne risposatesi ipoteticamente senza annullamento ebraico del vincolo precedente: un esercito di infelici mamzerim ipotetici.

Risponderà al rav Henkin il rabbino capo di Sant Louis nel Missuori: siamo nel 1935 il rav in questione è Chaimm Fishel Epstein anche lui di origine est europea ed emigrato negli Stati Uniti. Di fatto rav Epstein pone la questione del ghet rispetto ai matrimoni civili come intermedia, nel senso che se è possibile che la donna riceva il ghet la cosa è auspicabile, ma in caso contrario la donna può risposarsi anche senza il ghet perché resta principale e valida l’idea del Rivash anche per rav Epstein.

 

Le agunot

Le riflessioni e le conclusioni halachiche che ho offerto non nascono in ambiente Modern Orthodox, ma sono il frutto di profondi ragionamenti sul diritto e i doveri matrimoniali sia in ambito halachico che in senso antropologico rispetto al matrimonio. I due grandi poskim che ho citato, rav Henkin e rav Epstein, analizzano teologicamente e antropologicamente e forse anche psicologicamente il concetto matrimoniale nel loro occidente contemporaneo, guardando l’aspetto dell’acquisizione di esclusività, diritti e doveri e l’espressione di una volontà religiosa e di una cerimonia religiosa. Con tutto il rispetto manca però una componente importante nei loro percorsi nel fissare l’halachà: la società femminile e le conseguenze che in ambito matrimoniale ogni decisione halachica ha per l’identità femminile. Affronta questo tema, con una particolare attenzione al problema delle agunot,, rav Shlomo Riskin che scrive: “Nei kiddushin esiste un obbligo reciproco tra il marito e la moglie. Secondo l’opinione del Chatam Sofer - siamo quindi nell’Europa Orientale tra fine del 1700 e metà del 1800 - il kinian, l’atto di acquisizione, è reciproco: l’uomo offre se stesso, i suoi averi, il lavoro e le sue attività e la donna l’esclusività sessuale ed il frutto delle sue mani.” Ponendo sullo stesso piano l’uomo e la donna, rav Riskin oltre alla necessaria riflessione halachica, prende coscienza delle evoluzioni sociali e affronta il problema delle agunot, un problema che crea una sofferenza sociale enorme e porta anche disprezzo per la halacha. Le donne, la società, il potere maschile che sfrutta l’halachà e la rende disprezzabile, la giustizia sociale: un intero ed ampio respiro che fa parte della riflessione halachica di un maestro Modern Orthodox. Un così ampio respiro che arriva fino al Festival di Sanremo.

 

Il Festival di Sanremo

Quando ero rabbino a Napoli ho avuto l’onore di seguire il percorso di ghiur di un ragazzo napoletano membro di un gruppo musicale chiamato gli Almamegretta. Rino Della Volpe, oggi Raziel, è il frontman di questo gruppo ed è conosciuto come Raiz. Per una serie di coincidenze e di legami personali, con Rino siamo molto amici: lui è sandak di uno dei miei figli, io sono suo testimone di nozze.

Nei giorni di Channukkà mi ha telefonato per sottopormi un problema halachico rispetto alla sua partecipazione al Festival di Sanremo: cantare il venerdì sera.

Decidiamo insieme che la domanda andrà posta a rav Riskin e così facciamo. Nella sua risposta il Rav sottolinea l’importanza massima dello Shabbat e del suo rispetto come Kiddush Hashem (Santificazione del Nome) specie in ambito pubblico, ma offre anche una seconda via di riflessione, meno praticabile, forse discutibile, ma non esecrabile: “…Una seconda possibilità potrebbe essere quella di salire sul palco dopo aver accolto lo shabbath con tutti gli onori, compreso il pasto sabbatico con kiddush, zemirot e birkat hamazon. Prima di effettuare la sua performance, egli dovrebbe brevemente ringraziare gli organizzatori che gli permettono di esibirsi senza infrangere le regole dello Shabbat; dovrebbe non toccare i microfoni, non usufruire di musica dal vivo e, subito dopo aver terminato, dovrebbe ritornare al suo hotel senza rilasciare interviste o autografi”. Rino, proprio in virtù di questa risposta del Rav decide di affrontare la questione a viso aperto e con pienezza identitaria. Con mia somma gioia dieci giorni prima del Festival ricevo da lui questa mail per Rav Riskin: “A Rav Shlomo Riskin, grazie infinite per la Sua risposta: il sapere di avere una seconda chance mi ha dato la forza di chiedere la prima, cioè la migliore. Ho dunque scritto al direttore del Festival chiedendo di poter essere esentato dall’esibirmi il venerdì sera. La sua risposta è stata immediata: il direttore è una donna - provi ad indovinare? - una donna ebrea! Ella mi ha scritto di comprendere il problema e di aver dunque accolto la mia richiesta”.

L’ampio respiro Modern Orthodox ha creato un vero Kiddush HaShem.

Rav Pierpaolo Pinhas Punturello

   

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